Il download di libri da archivi pirata per addestrare l’IA è stato considerato fair use
Un giudice federale scrive, a pagina uno della sua sentenza, che nella maggior parte dei casi addestrare l’intelligenza artificiale su opere protette da copyright sarà illegale. Poi, con la stessa sentenza, concede a Meta un giudizio sommario parziale sul fair use per aver scaricato milioni di libri da archivi pirata come LibGen. Il paradosso è al centro del caso Kadrey contro Meta, ed è esattamente ciò che gli autori vogliono ora portare davanti alla Corte d’Appello del 9° Circuito. Il 30 giugno scorso, Kadrey ha presentato una replica a sostegno della richiesta di appello interlocutorio, l’ultimo atto di una battaglia legale che potrebbe ridefinire i confini tra furto e uso trasformativo.
L’anomalia della sentenza Chhabria
Lo scorso giugno 2025, il giudice Vince Chhabria del distretto settentrionale della California aveva concesso a Meta un giudizio sommario parziale sul fair use, ma con una riluttanza esplicita. Nella prima pagina dell’opinione, Chhabria scriveva senza giri di parole che «nella maggior parte dei casi la risposta sarà probabilmente sì»: l’addestramento dell’IA su opere coperte da copyright costituirà una violazione. Perché allora Meta è stata di fatto assolta? Perché, secondo il giudice, gli autori non hanno presentato prove sufficienti di una diluizione del mercato editoriale. Una questione di documentazione, non di principio.
Ma c’è un secondo passaggio della sentenza che è ancora più difficile da digerire per chi scrive e pubblica libri. Chhabria ha stabilito che il download di libri da shadow library da parte di Meta — archivi pirata dove le opere vengono caricate senza il consenso di autori ed editori — rientrava nello scopo trasformativo dell’addestramento dell’IA. In altre parole: il gesto di appropriarsi di contenuti protetti da fonti illegali non è stato considerato un atto di violazione autonomo, ma una tappa necessaria di un processo più ampio giudicato, almeno in questa fase, come fair use.
È qui che si annida la contraddizione che ha spinto Kadrey a chiedere un appello interlocutorio. Il 9 giugno scorso, gli autori avevano formalmente richiesto al giudice Chhabria di certificare la questione per il 9° Circuito, concentrandosi esclusivamente sul tema del download: scaricare libri da archivi pirata per addestrare modelli di IA è un atto di violazione del copyright distinto dall’addestramento stesso? L’appello interlocutorio è limitato alla questione del download, non alla sentenza sulla diluizione del mercato. È una scelta strategica precisa: gli autori vogliono chiudere la falla giuridica che permette a un’azienda di saccheggiare biblioteche pirata purché lo faccia in nome dell’innovazione tecnologica.
Il nodo tecnico: perché il download è trasformazione
Per capire come si sia arrivati a questo cortocircuito, bisogna entrare nella distinzione che il giudice Chhabria ha tracciato tra due momenti: l’atto di scaricare i dati e l’atto di usarli per addestrare i modelli. Nella sua lettura, il download di Meta dalle shadow library — tra cui Anna’s Archive e Library Genesis — non è un’azione fine a sé stessa, ma un passaggio strumentale rispetto all’obiettivo dell’addestramento. «Meta’s downloading was for the purpose to train Meta’s AI models», si legge nella sentenza. È come se il giudice avesse detto: il furto del mattone non conta, perché stai costruendo una cattedrale.
Il problema è che questa distinzione, portata alle sue conseguenze logiche, scardina uno dei cardini della protezione del copyright. Se ogni appropriazione diventa lecita nel momento in cui serve a un fine “trasformativo”, allora qualsiasi contenuto pubblico — libri, articoli, musica, immagini — può essere raccolto, copiato e usato per addestrare intelligenze artificiali senza che chi lo ha prodotto veda un centesimo. Non serve nemmeno più un accordo di licensing: basta dimostrare che lo scopo finale è l’addestramento.
La replica depositata il 30 giugno da Kadrey insiste proprio su questo punto: il download non è un atto neutro. È un’azione che, di per sé, viola il diritto esclusivo dell’autore di controllare la riproduzione della propria opera. L’appello chiede al 9° Circuito di trattarlo come un’infrazione separata, indipendentemente da ciò che accade dopo nella pipeline di addestramento. Se il tribunale desse ragione a Kadrey, le aziende che sviluppano IA non potrebbero più rifornirsi di dati protetti senza passare per canali leciti — o almeno non senza rischiare conseguenze legali per ogni singolo download.
La posta in gioco è altissima. Al momento, la maggior parte delle cause promosse da autori ed editori contro Meta sono concentrate proprio davanti al giudice Chhabria. Le uniche eccezioni sono i casi Elsevier e Hobbs, che si trovano nel distretto meridionale di New York — e Meta sta cercando di farli trasferire proprio in California. Se Chhabria diventasse il punto di riferimento unico per questo tipo di contenzioso, la sua interpretazione del download come atto trasformativo rischierebbe di consolidarsi in una dottrina difficile da scardinare.
L’impatto concreto: cosa deve aspettarsi l’editoria digitale
Mentre il 9° Circuito esamina l’appello, il panorama dei contenziosi si allarga. I casi non riguardano solo Meta: l’intero settore dell’IA generativa è sotto osservazione, e ogni sentenza in California o a New York contribuisce a formare una giurisprudenza ancora frammentata e piena di contraddizioni. Per chi produce contenuti — editori, giornalisti, autori indipendenti, case editrici — il messaggio attuale è scomodo: le tue opere possono essere raccolte da archivi pirata e usate per addestrare modelli commerciali, e l’onere di dimostrare il danno economico spetta a te.
Non è un dettaglio da poco. La sentenza Chhabria ha di fatto spostato il peso della prova sugli autori: devono dimostrare, caso per caso, che l’uso delle loro opere ha causato una diluizione misurabile del mercato. Per un singolo scrittore o per un editore medio, questo tipo di evidenza è estremamente costoso da costruire. Per Meta, che nel frattempo ha già addestrato i suoi modelli, il gioco è fatto.
L’appello di Kadrey rappresenta il tentativo più concreto di ribaltare questa asimmetria. Non punta a riscrivere l’intera dottrina del fair use nell’era dell’IA, ma a chiudere una porta specifica: quella che permette di entrare negli archivi pirata a mani basse, purché si abbia un modello da addestrare. Se il 9° Circuito accogliesse il ricorso, il download illecito tornerebbe a essere trattato come un illecito — indipendentemente da quanto sia “trasformativo” l’uso finale dei dati.
Per editori e autori, la sentenza Chhabria è un campanello d’allarme che suona da oltre un anno. L’appello potrebbe ristabilire un equilibrio, ma fino ad allora ogni contenuto pubblico — che sia un romanzo, un saggio, un articolo o una newsletter — resta esposto al rischio di diventare carburante per l’IA, prelevato da chiunque abbia accesso a una shadow library e un modello da nutrire. Senza consenso, senza compenso, e per ora senza molte possibilità di fermarlo.
