Le regole del digitale stanno cambiando.
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La sanzione è stata inflitta per l’abuso di posizione dominante di Google, che tramite il sistema operativo Android avrebbe limitato la concorrenza nel mercato dei servizi mobili con accordi e preinstallazioni forzate.
La Corte di Giustizia UE ha confermato la storica multa da 4,1 miliardi di euro a Google, mettendo un punto fermo sull'abuso di posizione dominante del sistema Android. La sentenza non è solo una sanzione economica, ma un chiaro messaggio politico di Bruxelles ai giganti della Silicon Valley: in Europa le regole del mercato digitale le detta l'Unione.
L’accusa: come Android ha “ingabbiato” il mercato
Quando compri un telefono Android, ti trovi già pronte l’app di ricerca di Google e il browser Chrome.
Comodo, vero?
Forse.
Ma secondo la Commissione Europea, questa non è una cortesia, è una mossa strategica per tagliare le gambe alla concorrenza. L’indagine, durata quasi un decennio, ha messo in luce tre pratiche che, messe insieme, hanno creato un sistema quasi impenetrabile.
Primo, Google ha obbligato i produttori di smartphone a preinstallare la sua Ricerca e Chrome per poter accedere al Play Store, il negozio di app a cui nessuno vuole rinunciare.
Secondo, ha messo dei paletti molto rigidi ai produttori che volevano sperimentare con versioni alternative di Android, scoraggiando di fatto la nascita di sistemi operativi concorrenti.
Terzo, ha stretto accordi economici con alcuni grandi produttori e operatori telefonici per garantire che solo il suo motore di ricerca fosse presente sui dispositivi.
In pratica, Google ha usato la sua posizione di forza per assicurarsi che, sul campo da gioco mobile, la sua squadra partisse sempre con un vantaggio enorme.
Ma questa è solo una battaglia di una guerra molto più ampia.
Non solo una multa: il messaggio dell’Europa ai colossi del tech
Non pensare che questa sia una vicenda isolata.
Questa sanzione si inserisce in una strategia molto più ampia dell’Unione Europea, che da anni tiene sotto stretta osservazione le mosse dei cosiddetti “gatekeeper” digitali, ovvero quelle poche aziende che controllano l’accesso a internet per miliardi di persone.
Google è stata già colpita in passato per aver favorito il proprio servizio di comparazione prezzi nei risultati di ricerca e per pratiche anticoncorrenziali nel mercato pubblicitario. Questa sentenza, però, ha un peso diverso, perché conferma che la linea dura di Bruxelles ha fondamenta giuridiche solide.
La domanda che sorge spontanea è: si tratta solo di proteggere i consumatori e la libera concorrenza, o c’è anche una componente politica, un tentativo dell’Europa di riprendere il controllo su un mercato dominato da giganti americani?
La risposta non è semplice.
Da parte sua, Google non è certo rimasta in silenzio, e le sue argomentazioni aprono una discussione ancora più grande su quale futuro vogliamo per il nostro mondo digitale.
E adesso? cosa cambia per noi e per il futuro del web
Google ha sempre sostenuto che Android, essendo open source e gratuito, ha portato enormi benefici a tutti, permettendo la diffusione di smartphone a basso costo e incentivando l’innovazione. L’azienda afferma che preinstallare le sue app non impedisce a nessuno di scaricare alternative.
Il punto, però, non è se Android sia “gratis”, ma quale sia il prezzo nascosto di questa gratuità.
Essere l’opzione “di default” su un dispositivo è un vantaggio competitivo quasi impossibile da colmare per chiunque altro. La scelta dell’utente medio è fortemente influenzata da ciò che si trova già installato e pronto all’uso.
Questa vicenda ha fatto da apripista a normative più recenti come il Digital Markets Act (DMA), che impone proprio ai grandi player di non abusare della loro posizione per favorire i propri servizi.
La sentenza finale, quindi, non è solo un assegno da 4 miliardi che Google deve staccare.
È un segnale forte e chiaro: in Europa, le regole del gioco digitale le vuole dettare Bruxelles, non la Silicon Valley.

La multa è il biglietto che il gigante paga per possedere il parco giochi. Un costo operativo, non una punizione. Il mercato non è cambiato.
@Giovanni Battaglia, il tuo “biglietto per il parco giochi” mi pare più un obolo versato al tempio per poter continuare a dettare legge ai fedeli, i quali, come me, vogliono solo che la preghiera parta senza intoppi. Cambia qualcosa per noi?
@Giovanni Battaglia La multa è nel loro piano finanziario, una voce di costo come la cancelleria. Il vero dramma è che l’utente medio non saprebbe cosa farsene di un telefono senza le app di Google preinstallate.
L’Unione punisce Google per le sue cortesie forzate. Nel mio lavoro spingo le aziende a fare altrettanto. A questo punto, temo una sanzione pure per i miei consigli professionali.
Bruxelles fa politica, non business. Google mi dà un servizio che funziona. Punto.
Un costo di produzione per loro. Chissà quanti piccoli business sono stati chiusi.
Greta, quelli sono solo i trucioli caduti a terra. Loro costruiscono una statua con i nostri dati, non chiudono negozi. Chissà di chi sarà il volto di quella statua.
Greta Silvestri, il mercato è questo. Un gigante zoppica, si aprono spazi per chi ha fame. Qualcuno dovrà pur riempire quel vuoto, no?
Giovanni Graziani, il punto non è il vuoto, ma le regole di un mercato che lo hanno permesso. Senza una vera apertura alla concorrenza, temo che un monopolio si limiterà a sostituirne un altro. Quale sarebbe il vantaggio per l’utente finale?
Un costo operativo per Google, un titolo per i giornali. La struttura del potere digitale non viene scalfita. Si attacca il sintomo, non la causa della dipendenza.
Un teatrino ben orchestrato che genera titoli, mentre io continuo a insegnare l’uso di questi stessi strumenti ‘incriminati’ per costruire carriere. Mi domando se la coerenza sia ancora un valore negoziabile.
Pagano queste briciole con i budget che gestisco, fingendo che il problema non sia sistemico.
Hanno solo potato un ramo dell’albero avvelenato. Le radici continuano a stringere il nostro mondo. Serviva un’ascia, non delle inutili forbici.
È un’altra puntata della solita farsa. Loro pagano il pizzo al sistema per mantenere il feudo digitale. E noi, docenti sognatori, spieghiamo come si costruiscono castelli di sabbia.
La multa è il prezzo per il dominio, una spesa prevista a bilancio. Patetico.
Pagano il biglietto per il monopolio. Solo una recita. I giganti scrivono le regole del gioco, noi le subiamo. Questa lotta mi sembra un’onda che si infrange contro uno scoglio, senza neppure scalfirlo.
Un colosso del genere considera questa sanzione un semplice costo operativo, come una museruola di seta per una bestia feroce. La prigione dorata in cui ci troviamo ha solo sbarre un po’ più costose. Siamo noi a non vedere le chiavi?