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Quello che era stato presentato come un “test limitato” si è rapidamente trasformato in un’integrazione massiccia, portando quasi un terzo delle ricerche commerciali negli Stati Uniti a includere annunci direttamente nelle risposte dell’intelligenza artificiale
L'AI Mode di Google, basata su Gemini, si trasforma in una potente macchina pubblicitaria. Un'analisi rivela che quasi il 30% delle ricerche commerciali include annunci, percentuale che supera il 53% per le keyword più costose. Questa aggressiva monetizzazione solleva dubbi sulla neutralità delle risposte e minaccia gli editori, spingendo la ricerca verso un modello meno informativo e più commerciale.
Google Gemini e la sorpresa nell’uovo: la pubblicità invade le risposte AI
Ti sei mai chiesto cosa si nasconde dietro le risposte, apparentemente neutre, che l’intelligenza artificiale di Google ti serve su un piatto d’argento?
Beh, a quanto pare, sempre più spesso si nasconde un annuncio pubblicitario.
Una nuova analisi mostra che la AI Mode di Google, basata su Gemini, sta diventando a tutti gli effetti una nuova, potentissima vetrina per gli advertiser. I dati, come riportato in un’analisi approfondita di SE Ranking, parlano chiaro: quasi una ricerca commerciale su tre (il 29,45% per la precisione) negli Stati Uniti ora include annunci di testo direttamente all’interno della risposta generata dall’AI.
E non si tratta di un singolo, timido link sponsorizzato: quando la pubblicità compare, nel 71% dei casi ne trovi ben due.
E indovina un po’?
Più una parola chiave è costosa e competitiva, più è probabile che tu ti becchi una bella dose di annunci. Per le ricerche con un costo per clic superiore ai 10 dollari, la percentuale di risposte AI “condite” con pubblicità schizza a oltre il 53%.
Questo significa che per le ricerche più lucrative, più della metà delle volte la risposta che ricevi non è solo un’informazione, ma anche un veicolo commerciale. La monetizzazione, quindi, non è casuale, ma mira dritto al cuore delle ricerche che generano più valore.
Ma la domanda sorge spontanea: come siamo arrivati a questo punto, e così in fretta?
Sembra ieri che le risposte AI erano un territorio quasi incontaminato.
Da “esperimento” a macchina da soldi: la metamorfosi annunciata
Il percorso che ha portato gli annunci dentro le risposte di Gemini non è stato un evento improvviso, ma un’evoluzione graduale e calcolata. Tutto è iniziato in sordina verso la fine del 2025, con quelli che Google definiva “test limitati” in cui comparivano dei link con una piccola etichetta “Sponsored”. All’epoca, molti pensarono a un semplice esperimento.
Col tempo, però, quell’esperimento ha cambiato pelle, trasformandosi in formati pubblicitari sempre più integrati e strutturati. Google, dal canto suo, la racconta in modo un po’ diverso, sostenendo che questi annunci contestuali compaiono per offrire agli utenti dei “passi successivi utili”, ad esempio suggerendo un servizio di website builder quando chiedi come creare un sito per la tua attività.
La parte più interessante?
Tu, come inserzionista, non puoi nemmeno scegliere di non apparire in questi spazi. Le tue campagne Search e Shopping sono automaticamente idonee a finire dentro le risposte AI, senza possibilità di opt-out.
In pratica, Google sostiene che questa nuova modalità spinge la gente a usare di più il suo motore, una tesi che, per certi versi, suona un po’ come l’oste che loda il suo vino.
Una narrazione impeccabile, se non fosse che dall’altra parte della barricata, tra inserzionisti ed editori, l’aria che tira è decisamente diversa.
Chi paga il conto? La rete tra promesse AI e interessi commerciali
L’integrazione sempre più massiccia di annunci nelle risposte AI ha inevitabilmente scatenato un dibattito acceso.
Sì, perché così diventa sempre più difficile per un utente distinguere un’informazione oggettiva da un suggerimento pagato.
Ma i veri nodi vengono al pettine quando si parla di editori e creator di contenuti.
Si approfondisce la preoccupazione, evidenziata anche da Cybernews, per la ricerca “zero-click”: Google ti dà la pappa pronta, riassumendo le informazioni prese da altri siti, tu non hai più bisogno di cliccare, e gli editori che hanno creato quel contenuto restano a bocca asciutta, vedendo il loro traffico diminuire.
Se a questo aggiungi che quello spazio, prima occupato da link organici, ora viene riempito di annunci, il quadro si fa ancora più complesso.
Alcuni commentatori hanno definito questo processo parte della “enshittification” della ricerca basata sull’AI, dove l’obiettivo primario non è più fornire la migliore informazione possibile, ma massimizzare il profitto.
Per chi gestisce campagne a pagamento, questo si traduce in una nuova arena competitiva, con costi per clic che tendono a salire per accaparrarsi quei pochi, preziosi spazi.
La traiettoria è chiara: la monetizzazione, che in passato ha conquistato la parte alta della pagina dei risultati, ora si sta insinuando direttamente dentro le risposte.
Resta da vedere se questo nuovo modello riuscirà a tenere in equilibrio gli interessi di Google con la fiducia degli utenti e la sostenibilità di chi, sul web, crea valore ogni giorno.

Sono perplessa. Lottavamo per la SERP, ora lottiamo per un posto in una frase generata. La ricerca di informazioni è ufficialmente defunta o devo solo aggiornare il mio listino prezzi?
Pensavamo ci dessero un supercervello per le risposte, invece è solo un piazzista digitale che ci molla la televendita. Che sbatti.
@Silvia Graziani Più che un piazzista, mi sembra un cantastorie a gettoni, pronto a intonare la ballata che il miglior offerente gli ha commissionato.
@Raffaele Graziani La sua ballata finisce sempre in uno spot pubblicitario. Almeno i vecchi piazzisti avevano più fantasia, non trovi?
Era ovvio. L’AI è solo l’ennesima vetrina a pagamento. Chi si stupisce ha dormito gli ultimi vent’anni. La vera domanda è: quanto ci costerà scalare la SERP AI?
@Enrico Romano Il costo è il problema minore. Tra poco venderemo ai clienti “pacchetti di realtà certificata” per raggiungere persone in cerca di risposte facili. Diventiamo spacciatori di certezze in un mondo che non ne vuole, e ci pagano pure bene.
Era un cavallo di Troia con la criniera arcobaleno, ce lo aspettavamo. Non è la fine della ricerca, solo un cambio di scenario. Dobbiamo solo imparare a distinguere il canto delle sirene commerciali dal suono della verità. La nostra intelligenza batterà sempre quella artificiale, no?
@Sabrina Coppola Quel cavallo di Troia con la criniera arcobaleno ci ha venduto un set di pentole e un abbonamento in palestra, e noi lo abbiamo pure ringraziato. Chissà quale sarà il prossimo acquisto impulsivo.
@Andrea Gatti Già, ci ha fregati con le pentole. La parte buona è che adesso riconosciamo il venditore. Diventeremo più bravi a dire di no.