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I giovani nativi digitali mettono questi strumenti sullo stesso piano di sneaker e servizi di streaming, ma dubitano della loro veridicità e temono gli effetti sulla creatività e sul mondo del lavoro.
La Gen Z sta trasformando piattaforme AI come Claude di Anthropic e ChatGPT di OpenAI in veri e propri brand di tendenza, con una popolarità in crescita vertiginosa. Tuttavia, emerge un paradosso preoccupante: mentre l'uso quotidiano è alle stelle, la fiducia nelle risposte fornite da questi strumenti crolla ai minimi storici, creando un divario tra l'affezione al brand e l'affidabilità del prodotto.
L’IA entra nel club dei grandi marchi, ma il passaparola è tiepido
I dati parlano chiaro.
Anthropic, la società dietro a Claude, ha fatto un balzo che ha del clamoroso nella “Consideration” (la propensione a considerare un brand per un acquisto) tra i giovani americani, quasi raddoppiando il suo punteggio e superando oltre 2.000 altri marchi. Secondo il report 2026 di YouGov, anche OpenAI e il suo prodotto di punta, ChatGPT, hanno registrato crescite impressionanti, finendo per sedersi al tavolo con marchi storici del settore alimentare, automobilistico e della cura della persona.
Questo significa che i ragazzi non vedono più questi strumenti come semplici utility tecnologiche, ma come veri e propri brand con cui interagire, a cui abbonarsi, da “scegliere”. Anthropic, con la sua comunicazione incentrata sulla sicurezza e l’affidabilità, e OpenAI, con le sue campagne di marketing massicce (vedi il Super Bowl), hanno lavorato proprio per questo: trasformarsi da motori tecnologici a compagni di vita digitale.
Tutto questo suona come una vittoria schiacciante, vero?
Eppure, grattando sotto la superficie di questi numeri, emerge una realtà molto più complessa e, per certi versi, preoccupante.
Un utilizzo alle stelle, una fiducia sotto i piedi
Mentre la popolarità dei brand AI decolla, la fiducia nelle informazioni che forniscono precipita.
Lo studio di YouGov rivela che solo il 28% degli americani si fida delle risposte fornite da un assistente AI, un dato che impallidisce di fronte alla fiducia riposta nei motori di ricerca tradizionali. E la Gen Z, pur essendo la più assidua utilizzatrice, non fa eccezione.
Anzi, i dati di Gallup del 2026 mostrano un sentimento in peggioramento: in un solo anno, la percentuale di giovani che si sentono “entusiasti” riguardo all’IA è crollata dal 36% al 22%, mentre la rabbia è salita dal 22% al 31%.
La maggioranza di loro crede che l’IA possa danneggiare la creatività e l’apprendimento, e quasi la metà dei giovani lavoratori pensa che i rischi sul posto di lavoro superino i benefici.
In pratica, li usano, ma non ci credono.
Come è possibile che esista un divario così profondo?
Si tratta di una generazione di scettici masochisti?
No, la spiegazione è più sottile e ci dice molto su come le grandi aziende stanno giocando le loro carte, forse anche in modo poco trasparente.
Il paradosso della Gen Z: perché ci si fida del brand, ma non della macchina
La chiave di lettura ce la offre la ricerca di Edelman. Questa generazione non guarda più alle istituzioni tradizionali per avere una guida; al contrario, si fida dei brand, a patto che questi portino le prove, gli “scontrini” delle loro promesse.
Ecco spiegato il paradosso: un giovane può apprezzare il “brand” OpenAI per la sua comunicazione innovativa e la sua presenza culturale, ma questo non significa che si fidi ciecamente del “prodotto” ChatGPT quando deve prendere una decisione importante.
E qui entra in gioco un altro fattore, una leva psicologica che le aziende tech stanno usando con grande abilità: l’antropomorfizzazione.
Dando nomi, voci e personalità a questi sistemi, li trasformano in quasi-amici, creando un legame emotivo con il marchio.
Ma, come avvertono diversi studi, questa strategia è un’arma a doppio taglio.
Questi assistenti agiscono come un “cavallo di Troia” che, mentre costruisce un rapporto di fiducia apparente, introduce rischi legati alla privacy, alla dipendenza psicologica e a una percezione distorta delle loro reali capacità.
La questione è semplice: una cosa è usare Claude per riassumere un testo, un’altra è affidargli una decisione finanziaria o una diagnosi medica.
Le aziende AI hanno vinto una battaglia importante: quella della notorietà e della considerazione. Ma la vera sfida, ora, non si gioca più a colpi di spot pubblicitari, ma sul campo minato dell’affidabilità e della trasparenza.
Riusciranno a trasformare la “considerazione” in vera fiducia, o rimarranno un marchio di tendenza il cui prodotto, alla fine, nessuno prende davvero sul serio?
