Amazon ha usato i contenuti di Twitch per addestrare la sua AI: ma i creator possono negare il consenso?

Anita Innocenti

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Il colosso dell’e-commerce ha sfruttato per anni dirette, video on demand e chat dei canali per alimentare i suoi modelli generativi, introducendo solo ora un’opzione per negare il consenso con significative limitazioni.

Per anni, Amazon ha utilizzato i contenuti dei creator di Twitch per addestrare i suoi modelli di AI senza un consenso esplicito. Solo ora la piattaforma introduce un'opzione di opt-out complessa e non retroattiva, attivata di default. Una mossa che solleva forti critiche su trasparenza e sfruttamento dei dati, svelando lo squilibrio di potere tra il colosso e i suoi utenti.

Un “consenso” che non hai mai dato davvero

Diciamocelo chiaramente: per almeno due anni, ogni tua parola, ogni clip, ogni interazione nella chat del tuo canale è stata data in pasto ai sistemi di Amazon.

Come riportato da Ars Technica, la pratica era la norma, non l’eccezione.

Stream, VOD, chat, persino le immagini e i testi presenti sulla pagina del canale: tutto è diventato carburante per “addestrare un modello sviluppato da Amazon il cui scopo è generare o sintetizzare testo, audio, immagini o video”.

La giustificazione ufficiale parla di potenziali benefici, come sottotitoli migliorati e strumenti più intelligenti.

Peccato che la maggior parte degli streamer stia scoprendo solo adesso che anni del proprio lavoro e delle interazioni con la community potrebbero già essere parte integrante dei modelli di intelligenza artificiale di Amazon, senza che nessuno si sia mai premurato di chiederglielo in modo esplicito.

E quando finalmente hanno deciso di darti la possibilità di opporti, hanno fatto in modo che non fosse affatto semplice.

L’opzione per dire “no”, nascosta ma con dei limiti

Il 12 agosto, Twitch ha annunciato l’aggiunta di una nuova impostazione che permette di negare il consenso. Una comunicazione presentata quasi come una nuova funzionalità, piuttosto che come l’ammissione di una pratica in corso da tempo. Hanno inserito un interruttore nelle impostazioni, sotto la scheda Sicurezza e Privacy, ovviamente attivato di default per tutti.

Bisogna andarselo a cercare, quasi fosse un tesoro nascosto.

Ma il vero problema sono i limiti di questa scelta.

Disattivare l’opzione impedisce l’uso dei tuoi contenuti per l’addestramento futuro, ma non rimuove retroattivamente ciò che è già stato raccolto. Non solo: come descritto da TwitchSupport sul suo post ufficiale su X, la tua scelta vale solo per il tuo canale. Se vai a commentare nella chat di un altro streamer che ha lasciato l’impostazione attiva, le tue parole possono essere comunque raccolte e utilizzate.

In pratica, per essere davvero fuori dal sistema, dovresti quasi smettere di interagire.

La schiettezza che svela il gioco di potere

Ma perché rendere questa scelta un “opt-out” (devi disattivarla tu) e non un “opt-in” (devi attivarla tu se sei d’accordo)?

La risposta, quasi disarmante nella sua onestà, è arrivata da Mike Minton, ex Chief Monetization Officer di Twitch, che secondo quanto riportato da Aftermath, ha ammesso senza troppi giri di parole che hanno scelto l’opt-out perché “se fosse stato opt-in, nessuno lo avrebbe scelto volontariamente”.

Una confessione che la dice lunga sulla necessità di avere un bacino di dati enorme per le ambizioni AI di Amazon, anche a costo della trasparenza.

La reazione della community e della stampa non si è fatta attendere. Tutti hanno sottolineato come la funzione sia stata “sepolta” nelle impostazioni e come l’intera operazione odori di una palese mancanza di rispetto per il lavoro dei creator.

Anni di creatività, interazioni spontanee e costruzione di community trasformati in materia prima per i prodotti di un gigante tecnologico, con un controllo e una compensazione praticamente nulli.

La vicenda solleva un dubbio enorme: di chi è davvero il contenuto che crei e condividi online?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

18 commenti su “Amazon ha usato i contenuti di Twitch per addestrare la sua AI: ma i creator possono negare il consenso?”

  1. Greta Luciani

    Ci hanno trattato come una miniera da esaurire, non come partner. Hanno estratto le nostre personalità per addestrare i nostri sostituti. Quale sarà la nostra prossima mossa?

    1. Veronica Napolitano

      @Greta Luciani Quale mossa? Non c’è una mossa, siamo solo materia prima. Chissà se la mia copia digitale sarà più competente di me in SEO. E se poi chiederà un aumento.

  2. Silvia Graziani

    Cioè, per anni le nostre chiacchiere erano il loro tirocinio non pagato, ma se ora dico di no il diploma se lo tengono lo stesso?

  3. Walter Benedetti

    Si fornisce il marmo, poi ci si stupisce della statua. Per anni i creatori sono stati semplici cavatori per il gigante tecnologico. Questa indignazione tardiva è inutile. Bisogna imparare a scolpire da soli, o si rimane materia prima.

  4. Smettetela di fare le vittime. Il contenuto sulla loro piattaforma è roba loro, punto. Chi si stupisce ancora di ‘sta roba vive fuori dal mondo. La vera domanda è: quale sarà il prossimo asset che gli regalerete?

    1. Federica Testa

      @Enrico Romano Esatto. Non siamo vittime, siamo fornitori. Pensavamo di creare valore per noi, invece eravamo solo la miniera. Che senso ha avuto tutto questo lavoro, alla fine?

    2. @Enrico Romano L’ingenuità di chi si lamenta è quasi commovente, considerando che regaliamo la nostra creatività e poi ci stupiamo se la usano come combustibile per i loro algoritmi. Il prossimo asset? Il battito del nostro cuore, se solo trovassero come tracciarlo.

  5. Antonio Barone

    La vera seccatura non è la raccolta dati, era scontata. La seccatura è che con tutto quel materiale hanno partorito AI mediocri. Io vorrei un indennizzo per aver partecipato alla creazione di un servizio scadente, non per la violazione della privacy.

    1. Emanuela Barbieri

      @Antonio Barone L’offesa non è il furto dei dati, scontato come l’alba, ma l’averli usati per generare un’intelligenza artificiale che ci somiglia nella sua mediocrità. Un riflesso poco lusinghiero per la nostra specie.

    2. @Antonio Barone Il punto è questo. Non solo cavie digitali a costo zero, ma per un prodotto imbarazzante. Vorrei un indennizzo per il danno d’immagine, altroché. La mediocrità è la vera offesa.

  6. Massimo Martino

    Ci hanno usato come una miniera a cielo aperto. Ora che è esaurita, ci offrono il lucchetto per il cancello. La prossima volta cosa daremo in cambio della visibilità? La nostra primogenitura?

    1. @Massimo Martino La primogenitura mi sembra un ottimo affare. Almeno è un asset di famiglia. I nostri dati valgono molto meno, a quanto pare.

      1. Massimo Martino

        @Sara Sanna La differenza è che la primogenitura era un asset. I nostri dati sono solo materia prima a costo zero per loro. Siamo diventati miniere e si stupiscono se proviamo a mettere un cancello.

  7. Giulia Martini

    I creator sono stati fornitori di dati non retribuiti. L’opzione di negare il consenso è una gentile concessione legale, arrivata con comodo. Il valore di queste piattaforme non sono gli utenti, ma i dati che producono. Qualcuno credeva il contrario?

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