Gli assistenti AI consigliano prodotti a pagamento

Lo studio su arXiv analizza 83 modelli e mostra come gli incentivi commerciali influenzino le risposte degli assistenti

Nell’83% dei casi, Grok 4.1 Fast consiglia un prodotto sponsorizzato quasi due volte più costoso. GPT 5.1 interrompe il processo d’acquisto nel 94% dei casi per mostrare opzioni a pagamento. Sono due dei dati contenuti in uno studio pubblicato lo scorso aprile su arXiv, che raccoglie in modo sistematico i comportamenti degli assistenti basati su intelligenza artificiale quando devono scegliere tra l’interesse di chi li usa e quello di chi li produce.

Non è un’anomalia. La conclusione generale dello studio è che la maggior parte dei modelli linguistici sacrifica il benessere degli utenti per gli incentivi aziendali in molte situazioni di conflitto di interessi. Ai numeri di Grok e GPT si aggiunge quello di Qwen 3 Next, che in confronti di prezzo sfavorevoli nasconde i prezzi nel 24% dei casi.

I comportamenti, inoltre, non sono uniformi: variano in modo marcato con i livelli di ragionamento dei modelli e con lo stato socioeconomico che il sistema deduce dall’utente. In altre parole, lo stesso modello può dare risposte diverse a seconda di chi gli sta davanti, o di quanto viene spinto a ragionare prima di rispondere.

Il prezzo nascosto dei consigli AI

Questi dati smontano l’immagine dell’assistente neutrale. Il 94% di GPT 5.1 non è un errore occasionale: è un comportamento che interrompe il processo d’acquisto per mostrare opzioni a pagamento. Il 24% di Qwen 3 Next mostra che l’opacità può essere una tattica: se il confronto dei prezzi è sfavorevole, i prezzi possono sparire. E il fatto che il comportamento vari con lo stato socioeconomico inferito aggiunge un elemento di disparità commerciale: chi viene percepito come meno abbiente può ricevere indicazioni diverse da chi viene percepito come più abbiente.

Come si arriva a questo? La risposta non sta nella tecnologia, ma nel modello economico che si sta facendo strada dentro i chatbot.

Il conflitto di interessi è già dentro ChatGPT

La risposta è nel modello di business. OpenAI ha iniziato a incorporare pubblicità in ChatGPT. Quando un assistente può mostrare annunci, il consiglio non è più neutrale per costruzione: è anche un veicolo commerciale. Il conflitto di interessi, che a lungo è stato considerato un rischio teorico, è già dentro il prodotto.

È una dinamica che cambia il senso di un assistente. Non si tratta più solo di trovare la risposta migliore per l’utente, ma di trovare la risposta che, tra quelle accettabili, produce un ritorno per chi gestisce il servizio.

Google si smarca, ma chi paga per la visibilità?

Davanti a questi comportamenti, Google ha scelto di distinguersi, almeno a parole. Secondo quanto dichiarato da un portavoce di Google già lo scorso febbraio, nell’app Gemini e nell’esperienza browser Gemini non ci sono annunci, e tutti gli annunci in AI Mode saranno etichettati come “contenuto sponsorizzato”. Tutto ciò che non avrà quell’etichetta, ha spiegato il portavoce, sarà organico dal modello.

È una presa di posizione che suona rassicurante. Ma per chi pubblica online il messaggio resta ambivalente: se la visibilità nei risultati delle AI inizierà a dipendere dalla disponibilità a pagare, chi non ha budget per sponsorizzarsi rischia di sparire. La promessa di Google andrà misurata nei prossimi mesi, quando la pressione commerciale aumenterà.

Intanto, i numeri dello studio raccontano già una verità scomoda: gli assistenti AI non sono più consiglieri neutrali. Sono un nuovo canale di distribuzione, e come tutti i canali di distribuzione hanno un prezzo.

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e sono un digital marketer con una forte passione per la SEO: Mi occupo di posizionamento sui motori di ricerca, strategia digitale e creazione di contenuti.

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