Il copyright sull’IA ora è un rischio personale per i dirigenti

Sei azioni legali degli azionisti contro i vertici di Microsoft e Apple, con lo stesso studio legale a guidarle.

Il contatore è a 136. Non sono i giorni di un assedio, ma le cause per violazione del copyright contro aziende di intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Il 10 agosto ne è partita un’altra, e questa volta non prende di mira Microsoft come società: prende di mira Satya Nadella in persona. La denuncia, Vladimir Gusinsky Revocable Trust v. Nadella, è la sesta causa derivata degli azionisti per copyright negli Stati Uniti, come documentato la scorsa settimana dal sito specializzato ChatGPT Is Eating The World.

Per capire cosa significa, serve una premessa. In una causa derivata non è l’azienda a essere citata nel senso classico: sono gli azionisti a portare in tribunale i dirigenti, sostenendo che le loro decisioni hanno danneggiato la società. La responsabilità, in altre parole, diventa personale. E questo cambia la natura del rischio per chiunque governi una società che addestra modelli di intelligenza artificiale.

Il contatore è a 136

Il numero va letto con attenzione. Centotrentasei cause per violazione del copyright contro aziende di intelligenza artificiale negli Stati Uniti, di cui sei sono azioni derivate degli azionisti. La causa Gusinsky è la sesta. Non è una cifra da comunicato stampa: è un conteggio che racconta come il contenzioso sull’uso di opere protette nell’addestramento dei modelli sia diventato strutturale, non episodico.

La denuncia è stata depositata il 10 agosto. Non è rivolta contro Microsoft in quanto società, ma contro Nadella e altri funzionari, accusati di aver causato all’azienda la violazione delle leggi sul copyright e sulla proprietà intellettuale. Il meccanismo è semplice: gli azionisti dicono che i dirigenti hanno esposto Microsoft a rischi legali addestrando i modelli su contenuti protetti, e ora chiedono conto di quella scelta.

Ma chi c’è dietro questa offensiva legale? La risposta è più semplice e più inquietante di quanto sembri.

Lo stesso studio, lo stesso schema

La causa Gusinsky non nasce dal nulla. È stata intentata dallo stesso studio legale della prima causa derivata contro i dirigenti Microsoft: Cotchette, Pitre & McCarthy LLP, che aveva già firmato Anderson v. Nadella. È un dettaglio che conta, perché rivela uno schema. Non è un singolo studio che esplora una strada nuova: è una strategia che si ripete, e che si sta allargando.

Lo stesso schema, infatti, è stato applicato ad Apple pochi giorni dopo. Il 14 agosto, la causa Rosen v. Cook è stata depositata contro Tim Cook e altri funzionari della società di Cupertino, con accuse quasi identiche: secondo quanto riportato dal tracker di Mishcon, Apple ha adottato una strategia aziendale che prevedeva l’uso di materiali protetti da copyright e non licenziati — libri, video, voci commerciali — per sviluppare i propri servizi di intelligenza artificiale. È la quinta causa derivata di questo tipo negli Stati Uniti.

Il quadro si completa con un altro tassello: la class action che CPM ha intentato contro Apple per l’uso di libri piratati. Qui entra in gioco Books3, un dataset composto da opere protette, al centro di un’azione legale collettiva sulla formazione di Apple Intelligence. L’accusa è la stessa che emerge dal lato Microsoft: modelli addestrati su opere per le quali non esistono licenze valide.

C’è un documento che rende l’accusa più concreta. Nella denuncia Anderson, i funzionari Microsoft sono descritti come responsabili di aver addestrato il software di intelligenza artificiale su opere protette da copyright senza possedere le licenze legali. Non è una questione di interpretazione tecnica: è la tesi che ora viene portata davanti ai giudici, causa dopo causa.

Se lo schema è lo stesso, la domanda diventa: cosa succede adesso ai dirigenti e alle aziende coinvolte?

La difesa è ‘vigorosa’, ma il danno è già nel board

Microsoft ha già risposto. L’azienda afferma di essere certa dell’integrità delle proprie dichiarazioni pubbliche e del proprio approccio responsabile all’innovazione dell’IA, e annuncia la propria difesa vigorosa in tribunale. È la reazione che ci si aspetta da un colosso che non può permettersi di concedere nulla sul piano legale. Ma la dichiarazione non cancella il problema, perché il danno non è solo in aula: è già nella stanza del consiglio.

Le cause derivate, come nota l’analisi pubblicata da CCH, potrebbero avere impatti significativi sulle pratiche di governance aziendale per quanto riguarda il trattamento dei diritti di proprietà intellettuale nell’ambito dell’IA e di altre tecnologie emergenti. Tradotto: ogni consiglio di amministrazione che oggi decide come addestrare un modello deve sapere che quella scelta può trasformarsi in una responsabilità personale per chi la vota.

Non è un dettaglio tecnico. È uno spostamento del rischio. Fino a ieri il copyright era una voce nel risk register dell’azienda: costi, tempi, probabilità. Oggi diventa una questione che può arrivare alla scrivania del singolo dirigente, con il suo nome nel titolo della causa. Resta una tensione irrisolta: basterà una difesa vigorosa, o il semplice deposito della causa ha già cambiato le regole per chi addestra modelli su dati protetti?

Per chi governa un’azienda che usa IA, il copyright non è più una voce del risk register: è una responsabilità personale. La causa numero 136 non sarà l’ultima, e la prossima potrebbe avere il tuo nome nel titolo.

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e sono un digital marketer con una forte passione per la SEO: Mi occupo di posizionamento sui motori di ricerca, strategia digitale e creazione di contenuti.

Ricevi i migliori aggiornamenti di settore