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Muse ha superato ChatGPT nei download

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il sorpasso è trainato dagli utenti attivi su Facebook e Instagram, ma il nodo resta la conversione al pagamento

Muse ha superato ChatGPT nei download nei primi dodici giorni, con 2,8 milioni di installazioni globali e 642.000 utenti attivi giornalieri negli Stati Uniti contro 231.000. Il sorpasso però si spiega con la distribuzione di Meta: oltre il 95% degli utenti proviene da Facebook. Il dubbio resta la conversione al pagamento di una base abituata al gratuito.

Due milioni e ottocentomila installazioni in dodici giorni. Il nuovo assistente personale di Meta, Muse, nei suoi primi dodici giorni sul mercato mobile ha superato ChatGPT sul fronte dei download. Lo dicono le stime appena pubblicate da Apptopia, riprese da TechCrunch. Eppure c’è un dettaglio che ridimensiona il primato, o almeno lo spiega: oltre il 95% degli utenti di Muse è già utente Facebook. Il sorpasso c’è, ma non arriva da un pubblico nuovo.

Il sorpasso in numeri

Vediamo i numeri. In un sottoinsieme del confronto, Muse ha registrato 1,8 milioni di download contro gli 1,3 milioni di ChatGPT nei dodici giorni successivi al rispettivo debutto. Globalmente, le installazioni di Muse arrivano a 2,8 milioni. E se guardi agli utenti attivi giornalieri solo negli Stati Uniti, il divario si allarga ancora: 642.000 al giorno per Muse, contro 231.000 per ChatGPT nello stesso arco di tempo, sempre secondo Apptopia.

Attenzione, però. Stiamo confrontando il lancio di un prodotto nuovo con quello che fu, a suo tempo, il lancio di ChatGPT. Un’app che oggi è già affermata. La domanda interessante non è se Muse ha vinto la prima settimana. È da dove arrivano questi utenti, e se resteranno una volta esaurito l’effetto novità.

La forza della distribuzione

La risposta è nella struttura stessa di Meta. Oltre il 95% degli utenti di Muse è già dentro Facebook e il 63% usa Instagram. Non è un pubblico conquistato sul campo: è un pubblico già servito, a cui Meta ha messo davanti un ingresso in più. Muse è progettato per funzionare come una normale conversazione tra persone, nell’app o direttamente su WhatsApp, come spiega la presentazione ufficiale del prodotto. In pratica, l’assistente si infila nei canali che usi già ogni giorno.

Meta ha già dimostrato questa capacità di scala. Threads, il social lanciato contro Twitter, ha superato i 100 milioni di utenti in meno di cinque giorni, come riportò all’epoca la BBC. E secondo Sensor Tower, Threads è stato scaricato più di 4,3 milioni di volte negli Stati Uniti il solo giorno del lancio, mentre l’app di Meta AI si era fermata a 108.000 download al debutto, come riportato da TechCrunch. Meta AI, nel frattempo, ha superato Google Gemini diventando la seconda app chatbot consumer negli Stati Uniti, con una quota del 17,7% contro il 17,2%, come documenta Apptopia nei suoi approfondimenti. E l’ha fatto aggiungendo utenti in un mese in cui la maggior parte della categoria li perdeva.

Il punto è questo: Meta non deve convincere la gente a scaricare. Deve convincerla ad aprire. Il vantaggio è enorme, ma porta con sé una controindicazione precisa. Un pubblico abituato a servizi gratuiti è disposto a pagare per un assistente che ha già dentro le app che usa ogni giorno? È la domanda da cui dipende tutto il resto.

L’equazione dell’abbonamento

Proprio mentre i download volano, emerge il vero test. Meta ha introdotto Muse l’8 settembre e sta chiedendo a un sottoinsieme di utenti di pagare, come riporta CNBC. La macchina distributiva porta milioni di persone davanti al prodotto. Ma la monetizzazione passa da un passaggio diverso: convincere chi è abituato a usare Facebook, Instagram e WhatsApp gratis a tirare fuori i soldi per un assistente che, in fondo, sta già dentro quelle app.

I precedenti consigliano prudenza. Quando ChatGPT lanciò la sua app per iOS negli Stati Uniti, nel 2023, generò 480.000 installazioni nei primi cinque giorni. Un numero che la classificò come secondo più grande lancio di app, dietro a Truth Social con 630.000 download, come ricostruì allora TechCrunch. I download, da soli, non bastano a dire chi vince. Contano i ricavi, la ritenzione, la disponibilità a pagare.

Il prossimo numero da guardare, quindi, non è l’ennesimo record di installazioni. È quanti di quegli utenti accetteranno di pagare per un servizio che fino a ieri era gratis o quasi.

Per chi fa impresa online, il segnale è chiaro: la scala di Meta può creare un competitor in due settimane. Ma la metrica che conta non è il download. È la conversione al pagamento di una base abituata al gratuito. E quella, per ora, è tutta da dimostrare.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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