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Google dovrà integrarsi con il rivale che aveva escluso

Scritto da
Anita Innocenti
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La corte ha scelto rimedi comportamentali invece della vendita di AdX, ma gli editori restano insoddisfatti

La corte distrettuale della Virginia orientale ha ordinato a Google di integrare i propri strumenti pubblicitari con il framework open-source Prebid, imponendo sei anni di monitoraggio e il divieto di offerte preferenziali. La decisione conta perché apre tecnicamente il mercato ad tech alla concorrenza, ma il rifiuto di imporre la cessione di AdX lascia dubbi sull'efficacia dei rimedi comportamentali.

Lo scorso 16 settembre, stando a l’annuncio ufficiale del Dipartimento di Giustizia, la corte distrettuale della Virginia orientale ha ordinato a Google di integrare i suoi prodotti con quelli dei rivali, incluse le soluzioni open-source offerte da Prebid. Il dettaglio è quasi un paradosso: come riportato da AdExchanger, Prebid è il framework open-source di header bidding che i concorrenti hanno costruito proprio perché l’auto-preferenza di Google escludeva la concorrenza. Ora Google è costretta ad aprirsi allo strumento nato per aggirarla.

Il punto non è secondario, ed è il cuore della decisione: l’azienda dovrà convivere, tecnicamente, con l’infrastruttura pensata per scavalcare il suo vantaggio. Un paradosso che da solo racconta la portata della sentenza.

L’integrazione che nessuno si aspettava

In concreto, Google dovrà creare e supportare integrazioni tra AdX e Prebid, e tra DFP e Prebid. Ti traduco i termini in due parole: AdX è la borsa dove si comprano e si vendono gli spazi pubblicitari; DFP è il server con cui gli editori gestiscono quegli spazi; Prebid è il framework aperto che permette alle testate di far competere più compratori in tempo reale. Significa che l’ad exchange e il publisher server di Google dovranno dialogare con lo strumento concorrente, senza scorciatoie.

Non è tutto. Google sarà sorvegliata da un monitor e da un comitato tecnico per sei anni, la durata del giudizio definitivo. AdWords non potrà fare offerte preferenziali su AdX o su altri strumenti pubblicitari di Google solo perché ne è proprietaria. E gli editori potranno accedere ed esportare i propri dati da DFP e AdX, il che renderà più semplice cambiare fornitore di ad tech.

Ma perché la corte ha imposto questo paradosso invece di accogliere la richiesta di vendere AdX?

Comportamentale contro strutturale: la linea di faglia

La risposta sta nella distanza tra ciò che i querelanti avevano chiesto e ciò che il giudice ha ritenuto realistico. I querelanti avevano chiesto la dismissione dell’ad exchange AdX e del publisher server DFP. La corte ha stabilito che i rimedi strutturali non sono né realistici né necessari nel caso contro Google. Al loro posto, il giudice ha ritenuto che i rimedi comportamentali sostanzialmente sovrapposti delle parti, come modificati nella motivazione, saranno sufficienti ad aprire efficacemente alla concorrenza i mercati ad tech danneggiati dalla condotta illegale di Google.

Qui si consuma la frattura. Il principale gruppo commerciale degli editori di notizie considera i rimedi comportamentali come un progresso ma insufficienti perché il tribunale ha rifiutato di imporre la cessione di AdX. Il ragionamento è netto: senza l’obbligo di vendere il suo exchange pubblicitario, serviranno ulteriori misure per annullare oltre un decennio di concentrazione di mercato e azioni anticoncorrenziali.

Google, dal canto suo, aveva messo sul tavolo due impegni, come riportato sul suo blog: rendere disponibili a tutti i server pubblicitari rivali gli importi delle offerte in tempo reale per gli annunci display open web provenienti da AdX, e rinunciare al “first look” e al “last look”, i meccanismi che danno la precedenza nell’asta. Suona bene, ma va letto per quello che è: una proposta di Google, non una vittoria degli editori. La corte l’ha recepita in parte, ma lo scetticismo resta alto.

Se i rimedi comportamentali non bastano agli editori, chi farà la prossima mossa?

La causa privata e il conto dei danni

La risposta non arriva solo dagli editori. Nei giorni scorsi, nello stesso tribunale, PubMatic ha depositato una causa presso la corte distrettuale della Virginia orientale contro Google per chiedere danni finanziari e ripristinare la concorrenza leale. La causa di PubMatic è stata sostenuta da Magnite, OpenX e Teads. Non è un dettaglio: è il segnale che il fronte privato non si accontenta dei rimedi pubblici.

Il contesto, intanto, è chiaro. Come riportato dal blog di PubMatic, un tribunale federale ha ordinato i rimedi dopo aver stabilito che Google ha monopolizzato illegalmente i mercati delle ad exchange e dei publisher ad server per la pubblicità display sul web aperto. La sentenza non chiude il capitolo: lo sposta sul piano dei risarcimenti.

Secondo le stesse fonti sentite da AdExchanger, l’integrazione forzata con Prebid è stata il principale risvolto positivo. Ma se la sorveglianza durerà sei anni, la vera misura sarà nei danni che i concorrenti riusciranno a dimostrare.

Per chi fa impresa online, la sentenza non chiude il monopolio ma apre una fase di conformità tecnica e contenzioso economico: integrazioni obbligate e richieste di risarcimento saranno il nuovo campo di battaglia.

L'autore

Anita Innocenti

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