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Google ha acceso il checkout dentro Search e Gemini

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il checkout nativo ora include automaticamente i prodotti idonei.

Google ha esteso il checkout nativo dentro Search e Gemini a un numero maggiore di commercianti Shopify, includendo automaticamente i prodotti idonei senza configurazione. La mossa rafforza il controllo di Google sulla transazione, mentre la promessa di piena proprietà dei dati e della relazione con il cliente appare in tensione con un pagamento che avviene sulle sue superfici.

Ieri un commerciante Shopify ha ricevuto un’email che vale più di tanti annunci. Menachem Ani l’ha pubblicata su X, e come riportato da Search Engine Roundtable, il messaggio dice: «i tuoi prodotti sono ora idonei al checkout nativo». Non è un invito ad attivare qualcosa. È la notifica che qualcosa è già attivo.

Il checkout nativo, per capirci, è la possibilità di pagare dentro Google senza passare dal negozio del venditore. E non nasce ieri: era stato lanciato a febbraio. Ma ieri è successa una cosa diversa. Google ha allargato la platea dei negozianti coinvolti, e lo ha fatto senza troppo rumore.

La mail che accende il checkout

Entriamo nel dettaglio dell’email ricevuta da Menachem Ani. Per essere idonei bastano due condizioni: prodotti pubblicati sullo storefront Shopify e disponibili in Merchant Center. Poi la frase che conta davvero: «I prodotti idonei sono inclusi automaticamente. Non c’è nulla da configurare».

Nulla da configurare. Rileggila. Non ti viene chiesto di decidere se entrare: ci sei già dentro.

Google, nella stessa email, precisa che l’utente mantiene «la piena proprietà delle relazioni con i clienti, dei dati e delle vendite». E se preferisci far completare gli acquisti sul tuo negozio online, puoi disattivare il checkout nativo nell’admin di Shopify, sotto Sales channels > Agentic. La porta d’uscita esiste. Ma è una porta che devi andare a cercare.

Anche Nic McDonough ha pubblicato ieri mattina uno screenshot della funzione attiva. Di nuovo: non è una novità assoluta. Il checkout era disponibile su merchant limitati già da febbraio. La differenza è che ora arriva nella casella di posta, senza che tu abbia chiesto nulla.

Cosa c’è dietro l’Universal Commerce Protocol

Per capire cosa significa davvero quel «nulla da configurare», bisogna guardare all’infrastruttura. Si chiama Universal Commerce Protocol, o UCP. Google non l’ha costruita da sola: come si legge nel post del blog ufficiale, l’ha co-sviluppata con Shopify, Etsy, Wayfair, Target e Walmart. E non è tutto: oltre 20 aziende l’hanno approvata, tra cui Adyen, American Express, Best Buy, Flipkart, Macy’s, Mastercard, Stripe, The Home Depot, Visa e Zalando.

Detto in parole semplici: l’UCP stabilisce un linguaggio comune affinché agenti e sistemi operino insieme tra superfici di consumo, aziende e fornitori di pagamenti. Tradotto ancora di più: chi vende, chi gestisce i pagamenti e chi mostra i prodotti possono parlarsi senza che tu debba costruire ponti.

Shopify, dal canto suo, ha già annunciato che lo shopping nativo sulle superfici Google sarà introdotto presto: i merchant Shopify potranno vendere direttamente in AI Mode su Google Search e nell’app Gemini. In altre parole, i tuoi prodotti potranno essere comprati dentro la ricerca, dentro l’assistente, senza che il cliente visiti mai il tuo negozio.

E qui viene il punto che fa riflettere. Google promette piena proprietà delle relazioni con i clienti, dei dati e delle vendite. Nel documento ufficiale per sviluppatori, la formula è: resti tu il venditore di riferimento della transazione, mantenendo il pieno controllo sulle relazioni con i clienti e sui dati. Bella frase. Ma il pagamento avviene sulle superfici di Google. Il carrello è di Google. La pagina di conferma è di Google. Chi possiede davvero la relazione col cliente? Google dice che sei tu. Il dubbio resta.

La domanda non è retorica. È la domanda da farsi prima di decidere se quel «nulla da configurare» è una comodità o un prezzo da pagare.

Amazon, OpenAI e la partita per il carrello

La questione del controllo non riguarda solo i commercianti. Riguarda chi vince la guerra del commercio conversazionale. E qui Google non corre da sola.

Come scrive Adweek, Google sta mettendo in piedi un’infrastruttura che consente ai consumatori di comprare da innumerevoli commercianti senza lasciare le sue piattaforme: che guardino video su YouTube, che navighino su Search o che interroghino l’app Gemini. La funzione di checkout nativo serve esattamente a questo: tenere i consumatori dentro Google invece di mandarli altrove. E serve a rafforzare la posizione commerciale di Google contro Amazon.

Amazon, il carrello ce l’ha da sempre. Ma OpenAI si è mossa nei giorni scorsi. Stripe ha annunciato di aver contribuito a lanciare Instant Checkout di OpenAI in ChatGPT: gli utenti statunitensi possono acquistare da aziende Etsy e presto da oltre un milione di commercianti Shopify — Glossier, Vuori, Spanx, SKIMS — direttamente nella chat.

Tre giganti, lo stesso traguardo: chiudere la transazione dentro la propria superficie. La prossima mossa è già scritta nelle prossime settimane: quanti merchant attiveranno davvero il checkout nativo e quanti lo disattiveranno.

Per chi vende online, il checkout nativo non è un’opzione tecnica. È la nuova soglia del negozio. E chi la varca per primo decide le regole.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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