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Contattaci oraI querelanti hanno ritirato la prova dopo che OpenAI ha contestato il finanziamento non dichiarato della ricerca
Gli autori che accusano OpenAI hanno ritirato la prova esperta sul danno economico, dopo che la società ha contestato il finanziamento non dichiarato della ricerca. Il passo indietro evita la battaglia sul conflitto, ma indebolisce la credibilità della pretesa: rinunciare alla perizia proprio quando l'avversario la contesta suggerisce che il problema di trasparenza fosse fondato.
Come riportato da ChatGPT Is Eating the World, ieri i Book Class Plaintiffs del contenzioso multidistrettuale contro OpenAI hanno deciso di non opporsi alla mozione con cui OpenAI e Microsoft chiedono di stralciare la relazione supplementare dell’esperto Michael Lasinski e il riferimento al paper sulla “dilution” firmato da Tuhin Chakrabarty e altri. Il passo indietro arriva dopo che le due società, nella mozione presentata il 24 settembre, avevano sostenuto che i legali dei querelanti di Susman Godfrey avevano finanziato la ricerca del Dr. Chakrabarty con 100.000 dollari senza dichiararlo.
Mettiamola in parole semplici: la prova che avrebbe dovuto documentare il danno economico subito dagli autori viene ritirata proprio quando l’avversario la contesta alla radice. Non per iniziativa dei giudici. Per scelta di chi l’aveva presentata.
La ritirata sulla prova esperta
Il documento firmato dai querelanti, la Notice of Nonopp, dice una cosa secca: i Book Class Plaintiffs ritireranno il riferimento al Generative AI Paper e non si oppongono al provvedimento richiesto. Niente battaglia, niente replica nel merito. Il ritiro tocca due elementi: la relazione supplementare di Michael Lasinski e la dipendenza da uno studio accademico sulla “dilution”, cioè il presunto effetto di diluizione del mercato che i modelli di OpenAI produrrebbero sulle opere originali.
Ecco il punto che suona strano. Perché rinunciare a un elemento che avevi presentato come decisivo? Se quel paper era davvero la dimostrazione del danno, la reazione naturale sarebbe difenderlo. Se invece c’è un problema nella sua origine, la ritirata si spiega da sola. E il problema, a giudicare dalle carte, c’è.
Il filo dei soldi e il conflitto non dichiarato
La risposta sta in una catena di finanziamenti e incarichi che viene alla luce solo ora. Nella sua mozione di stralcio, OpenAI ha sostenuto che i legali di Susman Godfrey avevano finanziato la ricerca del Dr. Chakrabarty senza divulgare il finanziamento. Un’accusa precisa, non un’insinuazione: il denaro è passato, e nessuno ne avrebbe parlato nella causa.
La Notice of Nonopp dei querelanti non entra nel merito dell’accusa, ma elenca i rapporti che l’hanno resa possibile. Come si legge nel documento, Susman Godfrey ha incaricato il Dr. Dhillon come esperto sia in questa azione sia nel contenzioso In re Mosaic LLM Litigation, e ha incaricato anche il Dr. Chakrabarty per il lavoro nella causa Mosaic. I legali dei querelanti hanno compensato il Dr. Dhillon per il lavoro in questa azione e nella causa Mosaic, e hanno compensato anche l’istituzione del Dr. Chakrabarty per il suo lavoro nel contenzioso Mosaic.
Fermati un attimo su questo intreccio. Lo studio che rappresenta gli autori contro OpenAI paga gli esperti in più cause. Uno di questi esperti produce un paper accademico. Quel paper viene usato come prova contro OpenAI. Ma il finanziamento che ne ha permesso la stesura non viene dichiarato. Quando la società lo scopre e lo contesta, i querelanti ritirano tutto. Il paradosso è limpido: per non perdere credibilità, rinunciano alla prova; ma rinunciando alla prova, ammettono che il problema di credibilità era fondato.
Il quadro processuale aiuta a capire la posta. Come ricostruito da BakerHostetler in una scheda dedicata, ad aprile il panel federale per i contenziosi multidistrettuali ha consolidato dodici cause nate tra il distretto sud di New York e il distretto nord della California contro OpenAI e Microsoft; il contenzioso MDL è incardinato a New York. Non è una causa singola: è il fronte principale della battaglia sul copyright e l’intelligenza artificiale generativa.
La posta in gioco oltre il singolo caso
Il cedimento arriva mentre lo stesso studio legale brandisce un risultato eclatante contro un altro sviluppatore di intelligenza artificiale. Susman Godfrey annuncia di aver ottenuto contro Anthropic un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Lo studio lo presenta come il più grande recupero per copyright mai reso pubblico nella storia del contenzioso americano. Un numero da prendere per quello che è: la comunicazione di una vittoria annunciata, non una sentenza passata in giudicato.
Ma la domanda vera è un’altra. Se il fronte anti-AI vince le battaglie sull’accordo e perde quelle sulla trasparenza, quale messaggio resta in campo? Uno sguardo lungo aiuta. Come ricorda la ReCreate Coalition in una sua analisi, il copyright non ha mai protetto i creatori dalle rotture tecnologiche: non ha protetto i pittori dalla fotografia, né gli attori del cinema muto dai film sonori, né i compositori dai pianoforti meccanici.
Per chi fa impresa online, la lezione è immediata: la trasparenza sui finanziamenti di ricerche e perizie non è un dettaglio procedurale, ma una condizione di credibilità. Quando salta, a saltare è anche la forza della pretesa. E in un contenzioso di questa portata,
la credibilità è l’unico patrimonio che non puoi permetterti di spendere male.
