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Contattaci oraDa poche testate a 400 pubblicazioni, ma i termini finanziari restano segreti
Google ha esteso il programma News AI a oltre 400 testate, pagando per l'uso dei contenuti destinati all'intelligenza artificiale. Il fatto conta perché segna un cambio di rotta rispetto alla lunga stagione di contenuti prelevati senza compenso. Resta però il dubbio principale: l'azienda non divulga quanto paghi né come calcoli il valore delle notizie.
Da ieri Google può contare su 400 testate nel suo programma News AI. Ma c’è un numero che non troverete in nessun comunicato: quanto valgono davvero quegli accordi. L’annuncio ufficiale di Google pubblicato ieri parla di “più di 400 pubblicazioni in tutto il mondo” che partecipano al programma. E spiega anche il meccanismo:
attraverso questo schema di licenza, Google paga le testate per la fornitura e l’uso di contenuti avanzati destinati a sviluppare nuove funzionalità di intelligenza artificiale.
Un salto notevole, se pensi che un anno fa il programma era poco più di un esperimento. Ma il numero che conta davvero — quanto valga ciascuna testata — Google non lo ha scritto da nessuna parte.
Quattrocento firme, un anno di storia
Il programma pilota News AI non nasce dal nulla. Secondo la ricostruzione del Nieman Journalism Lab, che cita il post di Google, il lancio risale al dicembre 2025 con un piccolo gruppo di testate internazionali: The Guardian, El País, The Times of India e The Washington Post. Nel post di ieri Google cita anche The Washington Examiner tra i primi ad aderire. A quel gruppo iniziale si sono poi aggiunti CNN, The Financial Times, Axios e Forbes: sono esattamente i nomi che Google elenca tra i “nuovi partner” nell’annuncio dell’espansione. In dieci mesi il programma è passato da un esperimento con poche firme prestigiose a una rete di oltre 400 pubblicazioni in tutto il mondo.
Il prezzo del silenzio
Quel silenzio sui numeri non è casuale. Come riportato dal Nieman Journalism Lab, Google ha rifiutato di divulgare i termini finanziari degli accordi del programma News AI: quanto paga, come lo calcola, su quale base. E non è solo una questione di riservatezza commerciale. Dietro c’è un’indagine della Commissione europea, come riportato da Ars Technica, testata tecnologica statunitense: i funzionari di Bruxelles devono stabilire se Google stia compensando equamente gli editori per l’uso dei loro contenuti nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale. Nel frattempo il Regno Unito ha imposto un opt-out per l’uso dei contenuti nell’AI: un segnale, se ne serviva uno, che i regolatori non considerano l’equità un dettaglio.
La tensione è evidente. Da un lato Google paga — e questa è una novità in un settore che per anni ha preso contenuti senza chiedere. Dall’altro nessuno sa quanto, né se il compenso sia proporzionato al valore dei contenuti. L’azienda parla di “contenuti avanzati” destinati a sviluppare nuove funzionalità AI, ma quando si tratta di mettere nero su bianco le cifre, il comunicato si ferma. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: una piattaforma che ha costruito la propria fortuna indicizzando la rete ora agisce da intermediario commerciale per i contenuti giornalistici, ma il pubblico non ha modo di verificare se il prezzo sia giusto. Una posizione scomoda, soprattutto quando l’antitrust europeo bussa alla porta.
Eppure c’è un dettaglio che distingue Google dai rivali: il modo in cui sceglie di pagare. Non è una questione di quantità, ma di meccanismo.
Il modello Google contro i rivali
Mentre si discute di trasparenza, la strategia emerge dai fatti. Come riportato da un report pubblicato da Digiday, Google ha testato in sordina un programma basato su Search Console che paga gli editori quando i loro contenuti contribuiscono “in modo significativo” alle risposte generate dall’intelligenza artificiale su Gemini, AI Overviews e AI mode. In pratica: non si paga una cifra fissa per il solo fatto di essere una testata nota, ma si viene retribuiti in base al contributo concreto dei propri contenuti alle risposte dell’AI. Il gigante tecnologico ha evitato i grandi accordi di licenza forfettari che rivali come OpenAI hanno stipulato con importanti testate giornalistiche. La differenza conta: da una parte c’è chi compra l’accesso ai contenuti con un assegno unico, dall’altra chi costruisce un sistema di pagamento basato sul valore rilevato.
È un cambio di logica. Non più un assegno per accedere al marchio, ma un sistema di valore legato all’utilizzo effettivo. Il che suona sensato. Ma resta aperta una domanda: chi controllerà il valore dei contenuti adesso che l’AI fa da intermediaria? Per il momento, la risposta è semplice: Google. Perché se il metro è Search Console, il metro è di Google. E se il metro è di Google, il prezzo della notizia lo stabilisce sempre lo stesso soggetto che ha bisogno della notizia.
Per chi produce contenuti online, la notizia è una sola: Google ora paga per usarli nell’AI. Ma il prezzo è segreto e le regole stanno cambiando sotto i piedi di tutti. Conviene capire prima che sia tardi.
