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Gli AI Overviews non hanno convinto nessuno

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Uno studio su 796 adulti statunitensi rileva che gli AI Overviews di Google non migliorano fiducia, utilità percepita o soddisfazione: il ricordo delle fonti scende dal 76 al 56 per cento e il tasso di clic sulla prima posizione cala del 58 per cento. Il dato conferma il calo di traffico denunciato dagli editori, ma va letto con cautela: la misurazione riguarda un campione limitato e Google contesta la lettura dei risultati.

Uno studio su 796 adulti statunitensi, pubblicato lunedì 12 ottobre da Forbes Advisor, ha provato a misurare l’effetto degli AI Overviews, i riepiloghi generati dall’intelligenza artificiale che Google mostra in cima ai risultati di ricerca. La conclusione non lascia molto spazio alle interpretazioni: non hanno prodotto miglioramenti significativi su fiducia, utilità percepita o soddisfazione. Anzi, c’è un indicatore che peggiora in modo netto. Senza riepilogo, i partecipanti ricordavano le fonti nel 76% dei casi; con l’AI Overview, la percentuale scendeva al 56%. Venti punti in meno, per chi produce contenuti, non sono un dettaglio: se la fonte non si ricorda, il rapporto con chi legge si allenta.

Il segnale diventa ancora più duro con i numeri di Ahrefs, che ha esaminato 300.000 parole chiave: quando veniva mostrato un AI Overview, il tasso di clic per la pagina in prima posizione scendeva del 58%. In pratica, la prima posizione, per anni considerata il traguardo più ambito della SEO, trattiene meno della metà dei clic che avrebbe ottenuto senza il riepilogo.

Il dato non è nemmeno una sorpresa assoluta. Già a luglio 2025, il Pew Research Center aveva seguito la navigazione di 900 adulti statunitensi su 68.879 ricerche Google: senza riepilogo, il clic su un risultato tradizionale avveniva nel 15% delle visite; con il riepilogo, nell’8%. Un tasso inferiore del 47%. E se la fiducia non cresce e le fonti si dimenticano, cosa succede a chi vive dei clic sulla ricerca?

Il racconto di Google contro i numeri degli editori

La risposta, guardando ai numeri degli editori, è tutt’altro che rassicurante. Google, in un post del suo blog, ha dichiarato che con gli AI Overviews le persone usano Search di più e sono più soddisfatte dei risultati. Una narrazione ufficiale, da prendere per quello che è: un annuncio di marketing, non una misurazione indipendente. Secondo la ricostruzione di Wikipedia, gli AI Overviews hanno debuttato a maggio 2024 negli Stati Uniti e sono diventati globali entro ottobre 2024, quindi i numeri che contano arrivano da oltre un anno di utilizzo reale.

I numeri degli editori raccontano un’altra storia. Come riportato da NPR, il traffico verso il sito della CNN è sceso di circa il 30% in un anno; i siti di Business Insider e HuffPost hanno registrato cali intorno al 40% nello stesso periodo, secondo i dati di Similarweb. Non si tratta di piccole flessioni fisiologiche: sono perdite strutturali, concentrate proprio nel canale che Google continua a descrivere come più sano e soddisfacente.

I dati Semrush, citati dal Nieman Lab, aggiungono un altro tassello: tra giugno 2025 e giugno 2026 il traffico è diminuito di oltre il 40% per alcune pubblicazioni. E non è un problema solo americano. Di fronte alla CMA, l’autorità britannica per la concorrenza, Google ha spiegato che un’eccessiva attribuzione di fonti può peggiorare l’esperienza utente e portare a meno clic, non di più. La CMA, però, ha comunque imposto a Google di aggiungere link di attribuzione più chiari e controlli di opt-out nella ricerca AI. Tradotto: il regolatore non ha considerato sufficiente la spiegazione dell’azienda.

I chatbot AI: una via d’uscita o un vicolo cieco?

Se Google sembra prosciugare il traffico, la tentazione è quella di guardare altrove, magari ai chatbot basati sull’intelligenza artificiale. Ma anche qui i numeri non lasciano molto spazio all’ottimismo. Il quadro presentato dalla News Media Alliance è impietoso: i tassi di click-through dei chatbot AI sono inferiori del 95,7% rispetto alla ricerca tradizionale di Google, con un tasso di referral di appena lo 0,37%. In pratica, per ogni mille visite che la ricerca classica indirizza verso un editore, un chatbot ne manda meno di quattro.

Qualcuno potrebbe obiettare che i due canali non si sostituiscono, ma convivono. I numeri di SparkToro e Datos, ripresi da Forbes Advisor, mostrano che oltre il 20% degli americani usa strumenti di intelligenza artificiale almeno dieci volte al mese, mentre il 95% usa ancora la ricerca tradizionale ogni mese. La coesistenza, però, non equivale a un’alternativa reale per chi vive di traffico organico: il canale AI, al momento, genera troppo poco per compensare ciò che la ricerca sta togliendo.

Per chi fa impresa online, il messaggio è chiaro: la dipendenza dal traffico organico di Google si sta erodendo, e i canali basati sull’AI non offrono ancora un’alternativa affidabile. La vera partita sarà sulla possibilità di controllare come i propri contenuti vengono mostrati e monetizzati. Le prossime settimane mostreranno se i nuovi obblighi di attribuzione imposti dalla CMA basteranno a riequilibrare il rapporto di forza, o se il problema si limiterà a cambiare forma.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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