Il 90% delle skill di Claude resta inutilizzato per i limiti della finestra di contesto
Un registro di 35.353 skill, pronte a trasformare un agente AI in uno specialista su qualsiasi compito. Il problema è che, nei fatti, solo il 9,1% di queste raccomandazioni riesce a entrare in una finestra di contesto realistica di 4.000 token — quella che il modello ha a disposizione per «leggere» e decidere. Significa che nove volte su dieci il potenziale delle skill resta inutilizzato, strozzato da limiti tecnici che nessuna potenza di calcolo, da sola, può aggirare.
Il collo di bottiglia delle 35mila skill
Che cosa sono esattamente le skill? Secondo la definizione ufficiale di Anthropic, sono cartelle di istruzioni, script e risorse che Claude carica dinamicamente per migliorare le prestazioni su compiti specializzati. Un agente che deve analizzare un bilancio, generare un PowerPoint o estrarre dati da un PDF può attingere a una libreria di procedure già pronte, senza bisogno di riscrivere ogni volta il prompt da zero.
Il registro testato nel paper sul framework SkillSelect-Serve — pubblicato lo scorso 2 luglio — contiene 35.353 skill, con valutazioni di rilevanza verificate da due valutatori indipendenti. Una mole di conoscenza procedurale che, in teoria, renderebbe gli agenti basati su grandi modelli linguistici capaci di affrontare migliaia di compiti diversi. In pratica, però, il metodo più immediato per selezionare le skill — una classifica non vincolata delle prime cinque più pertinenti — si scontra con un muro: la finestra di contesto del modello. Con un limite di 4.000 token (poco più di tremila parole), solo per il 9,1% dei compiti le skill consigliate sono effettivamente caricabili. Per oltre il 90% dei casi, l’agente semplicemente non può usarle.
Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Le abilità riutilizzabili degli agenti stanno emergendo come un livello di capacità orientato ai servizi per gli agenti basati su LLM — una specie di sistema operativo fatto di procedure richiamabili. Se la selezione fallisce, il livello crolla e l’agente torna a essere un chatbot con una buona parlantina ma poca efficacia operativa. La domanda che il paper mette sul tavolo è secca: esiste un modo per scegliere le skill giuste senza sforare i limiti della memoria?
La scelta che fa la differenza
La risposta sta in un meccanismo chiamato «vincolo di proiezione». SkillSelect-Serve non si limita a stilare una classifica delle skill più pertinenti: dopo averle individuate, applica un filtro che verifica quali di queste possono effettivamente essere caricate nella finestra di contesto disponibile. Il risultato è un ribaltamento netto: la consegnabilità — cioè la percentuale di compiti per cui le skill raccomandate entrano nella memoria del modello — passa dal 9,1% al 100%. Il costo in termini di precisione è misurato: appena 1,14 punti di hit rate, la percentuale di volte in cui la skill giusta è effettivamente tra quelle consigliate.
Il dato è ancora più interessante se si guarda alla sicurezza. Il meccanismo di proiezione vincolata dimezza l’esposizione al rischio e, soprattutto, azzera i tassi di violazione degli strumenti che il metodo tradizionale — quello che ignora la compatibilità con il contesto — generava nel 44-81% dei casi. Tradotto: selezionare skill senza verificare che entrino nella memoria del modello non è solo inefficace, è anche pericoloso. Un agente che carica una skill «tagliata» o incompleta può eseguire operazioni sbagliate, violare vincoli procedurali o produrre risultati inaffidabili.
C’è un terzo numero che completa il quadro. Se si fissa un budget di tre servizi — tre skill da caricare per ogni compito — SkillSelect-Serve porta l’hit rate da 0,8864 a 0,9091 rispetto alla selezione fissa Top-3. Un guadagno apparentemente modesto (poco più di due punti percentuali) che però, proiettato su decine di migliaia di compiti, si traduce in centinaia di operazioni in più eseguite con la skill corretta. E tutto questo senza aumentare il budget di memoria: le stesse risorse, usate meglio.
La logica è controintuitiva. Non si tratta di aumentare la capacità del modello o di allargare la finestra di contesto — le due strade che l’industria ha battuto negli ultimi due anni con risultati costosi e marginali. Si tratta di scegliere meglio, introducendo un vincolo di compatibilità che nessuno aveva formalizzato in questi termini. È un intervento sull’architettura di selezione, non sulla potenza di calcolo.
La partita oltre le skill
Il miglioramento tecnico non è fine a se stesso. Già a dicembre 2025, Anthropic aveva pubblicato la specifica Agent Skills come standard aperto sul sito agentskills.io, accompagnandola con un set di skill pre-costruite per flussi di lavoro su documenti — PPTX, XLSX, DOCX e PDF. La mossa disegnava un ecosistema aperto in cui chiunque può creare, pubblicare e distribuire skill per Claude. Il paper di luglio 2026 arriva a risolvere il problema che rendeva quell’ecosistema difficile da scalare: troppe skill, troppo poco spazio per usarle.
Dietro i numeri si intravedono strategie divergenti. Secondo un’analisi pubblicata da MindStudio, Anthropic punta sulla sicurezza come infrastruttura; OpenAI scommette sull’integrazione verticale, costruendo strumenti proprietari cuciti sui propri modelli; Google gioca la carta della profondità della piattaforma e dell’accesso ai dati. Tre direzioni che riflettono visioni diverse di cosa significhi costruire agenti autonomi. Anthropic sta dicendo: il problema non è chiudere l’ecosistema per controllarlo meglio, ma fornire un’infrastruttura aperta abbastanza intelligente da gestire la complessità.
Per chi sviluppa agenti AI — aziende, startup, team interni — la conseguenza pratica è immediata. Finora il ragionamento dominante era: più skill ho a disposizione, più il mio agente è capace. Il paper di Anthropic dimostra che, senza un meccanismo di selezione vincolata, la quantità diventa un problema. Non è più una questione di quante skill può avere un agente, ma di quanto bene sceglie quali usare. La risposta è già nei numeri, e costringe a ripensare le priorità di sviluppo.

Ci vendono una biblioteca immensa, ma possiamo leggere solo la prima riga di ogni libro. Un assaggio amaro di conoscenza. Mi chiedo se lo scopo non sia farci desiderare ciò che non potremo mai avere.
Alessio De Santis, non è filosofia. È la solita fuffa tech per vendere fumo oggi con la promessa di un arrosto che non arriva mai. Il gioco è sempre quello.
Alessio De Santis, la tua amarezza è il carburante del loro motore. Ci mostrano un orizzonte infinito per venderci il binocolo, pezzo per pezzo. Il vero prodotto non sono le skill, ma la nostra perenne insoddisfazione e la speranza di colmarla.
Stiamo promuovendo un imbuto dalle dimensioni continentali con un collo di bottiglia largo quanto uno spillo; una generazione di aspettative che converte solo delusione. Quando la descrizione di un prodotto diventa frode?
Maurizio, chiamarla frode è ingenuo. È come un curriculum con cento competenze, un abito di scena per il colloquio, poi scopri che sa fare bene una cosa sola. Il mio lavoro, in fondo, è distinguere il guardaroba dal talento che c’è dentro.
Un catalogo di trentacinquemila strumenti, ma la cassetta degli attrezzi è grande come un portachiavi. La tecnologia è un pretesto, la vendita è il fine.
Paola, la sua analisi è lucida. Non si vende la tecnologia attuale, ma la destinazione finale. Un’aspirazione confezionata come prodotto. La vera vendita è quella di un domani possibile.
Renato, la destinazione è un cimitero di promesse dove si paga l’ingresso oggi.
Vendere 35mila skill con una finestra di contesto che ne regge a malapena 3mila è un colpo da maestri del marketing. Le specifiche tecniche sono diventate un dettaglio opzionale per i comunicati stampa, a quanto pare. Qualcuno ha letto le clausole in piccolo?
Ti vendono 35mila skill, ma funzionano male. Ci si sente un po’ presi in giro.
Grandi numeri per la slide di presentazione, questo sì. Poi nel workflow di tutti i giorni è un altro paio di maniche. Aspettiamo la versione che funziona, allora.
@Angela Ferrari Aspetta pure la versione che funziona, intanto loro vendono fuffa al chilo.
Hanno creato un imbuto dalle proporzioni epiche, versandoci dentro un oceano di potenzialità, per poi realizzare che il condotto di uscita è uno spillo. Una metafora quasi perfetta della gestione del prodotto odierna.
@Maurizio Greco L’imbuto è un classico. Hanno costruito una biblioteca grande come uno stadio, con l’ingresso di una tenda da campeggio. Il marketing vende la planimetria, non l’accesso. La solita storia, con numeri più grandi.
@Giovanni Battaglia Esatto, la solita storia con numeri più grandi. Ci danno le chiavi di una Ferrari con il serbatoio di un Ciao. Stanca.
@Maurizio Greco Il tuo spillo è generoso. È un muro con un buco disegnato sopra. Vendono l’idea del passaggio, non il passaggio stesso.
Un altro caso di marketing che precede la tecnologia. 35mila skill per i comunicati stampa, 4mila token per la realtà. Si vende il catalogo, non il prodotto. Quanti clienti pagano per l’intera biblioteca sapendo di poter leggere solo la prefazione?
Una cattedrale di promesse costruita su fondamenta di sabbia. Chi pagherà i restauri futuri?
@Davide Russo È un tema di product management, non di engineering; questa roba brucia la fiducia degli early adopter che non tornano più.
Un esercito di soldati di piombo.
Impressionante da vedere, inutile in battaglia.
La potenza senza applicazione è solo un’illusione.
Walter Benedetti, la solita metrica di vanità buona per i pitch deck. Fumo che nasconde l’assenza di execution. Quando si smette di giocare?
Renata Bruno, non si smette di giocare finché qualcuno compra i biglietti dello spettacolo.
@Walter Benedetti Un fallimento tecnico spacciato per un traguardo. Il solito marketing per allocchi.
Un cimitero di potenziale, ogni skill una lapide. Chissà quando risorgeranno.
Un motore potentissimo alimentato da un serbatoio microscopico, destinato a spegnersi dopo pochi metri.
Maurizio Greco, la tua metafora calza a pennello. È la solita fuffa: ci vendono un potenziale immenso che poi resta bloccato dai suoi stessi limiti. Mi chiedo quanto del nostro lavoro sia diventato promuovere aspettative che, alla fine, deludono le persone.
Maurizio Greco, è il classico specchietto per le allodole. Avere tante skill inutilizzabili è solo fuffa per i comunicati stampa. Quando pensano di renderle operative?
La solita montagna di marketing che partorisce un topolino con evidenti limiti cognitivi; nel frattempo, il vero lavoro lo fa il nostro entusiasmo, alimentando un database che qualcuno userà contro di noi. Chi paga per questo spettacolo di marionette digitali?
Fabio Fontana, stiamo arredando una reggia immensa per un sovrano che vive confinato in una sola stanza; quale grande regno potrà mai governare?
Un arsenale infinito per una battaglia combattuta dentro una piccola stanza.
Andrea Ruggiero, la sua immagine è perfetta. Un potenziale immenso reso del tutto inefficace. A quando una soluzione concreta per i nostri progetti?
Una biblioteca sconfinata con un lettore che soffre di amnesia dopo ogni pagina. Tutta questa abbondanza serve solo a nascondere una profonda fragilità?
Creano un bacino di utenza sterminato di capacità, per poi filtrarlo attraverso un imbuto talmente stretto da rendere irrilevante la quantità iniziale. È la celebrazione di un lead magnet con un tasso di conversione prossimo allo zero. Che senso ha tutto questo?
Costruiscono un arsenale, ma il soldato può portare solo una pistola. È la solita vetrina di numeri buoni per gli investitori. La funzione, come sempre, segue il finanziamento.
Giovanni, è come avere un motore da F1 alimentato con una cannuccia. Vendono il numero delle skill, ma nascondono il collo di bottiglia. Conta solo l’efficienza reale, non la promessa teorica.
Hanno costruito un magazzino enorme, ma il valore sta nel saper scegliere dal carrello.
Valerio, il valore è un’illusione statistica quando la memoria è così volutamente selettiva.
Un castello di carte costruito sul marketing. Si vendono numeri, non soluzioni concrete. Qual è il vero valore per le persone?
Un archivio enorme per niente. Questo succede quando il marketing supera la tecnica. Il problema non è la finestra, è la progettazione a monte. O no?
Un’altra magnifica dimostrazione di ingegneria dell’inutilità, dove la vastità dell’archivio serve unicamente a mascherare l’inefficienza dell’accesso. Mi chiedo quali altri colli di bottiglia stiano celebrando come se fossero delle conquiste.
Hanno un archivio enorme e una porta d’ingresso minuscola. Logica da panico. In pratica è un catalogo di roba che non puoi comprare. Qualcuno ci ha pensato prima di lanciare?
Melissa, un’iperbole di marketing che genera un’esperienza utente ridicola, una dissonanza cognitiva programmata.
Mi sfugge il senso di vendere un catalogo di trentamila prodotti sapendo che il cliente potrà sceglierne solo uno, ma forse sono io strana.
Noemi, non sei tu. È la solita logica del marketing: vendere l’intero menù anche se puoi ordinare solo l’acqua. La vetrina è per gli investitori, non per gli utenti. Mi chiedo solo quando questo ristorante aprirà sul serio.
Giovanni, mi sfugge proprio il nesso. Creano trentamila funzioni che la loro stessa macchina non può usare? È un controsenso che mi lascia perplessa.
La solita fuffa marketing per i VCs. Migliaia di skill inutili nella pratica. In agenzia ci servono strumenti che funzionano, non numeroni da comunicato stampa. Chissà quando lo capiranno.
Un’elegante collezione di strumenti inutilizzabili, il solito trionfo della teoria sulla pratica.