Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Tra “vampiri” di dati messi al bando e “assistenti” benvenuti, si apre un nuovo scenario per i bot e il traffico web, con Google e Bing a fare da pilastri.
Il mondo dei bot AI è diviso. I crawler come GPTBot di OpenAI, che raccolgono dati per addestrare modelli, vengono bloccati in massa dagli editori perché consumano risorse senza dare nulla in cambio. Al contrario, i bot di ricerca come OAI-SearchBot sono accolti positivamente perché, come Google, portano traffico prezioso, ridefinendo le strategie di accesso ai contenuti web.
I bot “vampiri” di dati vengono messi alla porta
Partiamo da quelli che stanno ricevendo un sonoro “due di picche”. Il GPTBot di OpenAI, il crawler che ha il compito di scandagliare il web per raccogliere dati e allenare i modelli linguistici, ha subito un crollo verticale, passando da una copertura dell’84% ad appena il 12%, come registra Hostinger.
E non è un caso isolato. Anche il bot di Meta sta seguendo una traiettoria simile. Come descritto da un’analisi di Buzzstream su oltre 66 miliardi di richieste, il 79% dei principali editori di notizie ha deciso di bloccare almeno un bot di questo tipo.
Perché questa levata di scudi?
La risposta è semplice: questi colossi usano i tuoi contenuti per allenare i loro modelli, che poi useranno per fare profitti… e a te cosa resta in mano? Il più delle volte, solo un conto più salato per il consumo di banda del server.
Quando Vercel ha mostrato che GPTBot da solo generava 569 milioni di richieste in un mese, per molti la misura era colma. Stanno letteralmente prosciugando le risorse senza dare nulla in cambio.
Ma aspetta un attimo. Mentre una porta si chiude in faccia a questi bot, un’altra si sta spalancando.
E indovina per chi?
C’è bot e bot: quelli che portano valore sono i benvenuti
La storia cambia completamente quando parliamo dei bot “assistenti”, quelli legati alle funzioni di ricerca diretta delle IA. L’OAI-SearchBot di OpenAI, che alimenta le ricerche di ChatGPT, non solo non viene bloccato, ma sta guadagnando terreno a una velocità impressionante, raggiungendo una copertura media del 55,67%. Stessa musica per i bot di ricerca di TikTok e Apple, che crescono senza sosta.
Qual è la magia?
Qui c’è uno scambio. Questi bot non sono qui per saccheggiare dati per l’addestramento. Il loro compito è diverso: quando un utente fa una domanda a un’assistente IA, loro vanno a pescare la risposta sul web e, cosa fondamentale, riportano il traffico al sito di origine. Funzionano in modo molto più simile a un motore di ricerca tradizionale.
C’è un beneficio diretto e tangibile per chi possiede il sito web. Ecco perché vengono accolti a braccia aperte.
Ok, quindi i nuovi bot IA si dividono in “buoni” e “cattivi” a seconda del valore che portano. Ma in tutto questo, i vecchi leoni della giungla, Googlebot e Bingbot, che fine fanno?
Stanno a guardare?
E i “soliti noti”? Google e Bing restano al loro posto
Mentre il mondo dei bot IA è in pieno subbuglio, i crawler tradizionali se la ridono sotto i baffi. Googlebot mantiene saldamente la sua posizione con una copertura del 72%, e Bingbot si assesta su un solido 57,67%. La loro stabilità è quasi disarmante se confrontata con la volatilità dei nuovi arrivati.
Il motivo è fin troppo chiaro.
La verità è che, piaccia o no, bloccare Googlebot equivale ancora a darsi la zappa sui piedi, significa sparire dalla mappa della ricerca che conta (nonostante i problemi innegabili di Googlebot, intendiamoci). Google è ancora il padrone di casa, e la maggior parte dei proprietari di siti web non ha nessuna intenzione di sfidarlo. I bot di OpenAI e soci sono i nuovi arrivati, e devono guadagnarsi la fiducia e dimostrare il loro valore, un po’ come un nuovo vicino di casa.
La partita non è più solo su chi crea i contenuti migliori, ma anche su chi decide a chi concedere le chiavi di casa.
E questa, fidati, è una decisione strategica che può cambiare completamente le regole del gioco.

Mi chiedo se questa distinzione tra bot amici e nemici sia reale, ma state sereni: ci stanno solo mostrando un’anteprima gratuita del nostro futuro.
Distinzione puramente utilitaristica. Il bot “gentile” porta click, l’altro no. Medesimo padrone, medesima fame di dati. Ci raccontano una fiaba per tenerci buoni mentre ci mappano l’anima. Che tenerezza.
Anche il bot gentile osserva tutto in silenzio. Chissà cosa sogna di noi.
Eva, non sogna, analizza. Quel bot mappa i nostri comportamenti per profilarci meglio. Il vero tema è chi controlla quei dati.
Chiamala analisi, ma per me è un modo di sognare il mondo, di dargli una forma. Chissà se la loro logica riesce a vedere dentro di noi qualcosa che ci sfugge.
La distinzione è tra un parassita e un postino. Il primo svuota la casa, il secondo consegna un messaggio. La tecnologia dovrebbe portare valore, non sottrarlo. Perché ci è voluto tanto per tracciare una linea così netta?
Marta, anche il postino legge la cartolina e mappa l’indirizzo per futuri cataloghi. Questa linea netta è un’illusione ottica creata dal profitto, non una distinzione etica. Quando cambierà il vento economico?
Mi sembra la differenza tra l’ospite che porta il vino e quello che ti svuota la dispensa senza salutare; è logico che al secondo non apri più la porta di casa.
Raffaele, scopro solo ora che il web funziona come il mio condominio, chi l’avrebbe detto.
Raffaele, la tua metafora domestica illustra una banale legge di mercato: si concede l’accesso solo a chi offre un ritorno, non a chi consuma risorse.
Si chiama selezione naturale, non tecnologia. La sanguisuga prosciuga, il cliente porta valore. Chi si offre come banchetto gratuito non può poi piangere sul morso. Lo stupore di chi si ritrova dissanguato resta la parte migliore.
Mi sorprende la sorpresa. I fornitori di contenuti distinguono tra parassiti e clienti, una logica commerciale basilare che si applica anche ai bit.
La solita storia del do ut des. Solo che uno porta briciole di traffico e l’altro si pappa l’intero database. Non mi pare un affare.
@Paola Montanari Un affare non è. È sopravvivenza. O ti fai usare un po’ per del traffico o sparisci del tutto. Bel dilemma.