La bufala AI che ha fregato tutti: come un finto whistleblower ha ingannato (quasi) tutti

Anita Innocenti

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La disinformazione nell’era dell’AI: un racconto virale smascherato rivela la facilità con cui false narrazioni possono ingannare milioni di persone

Un post virale su Reddit, che denunciava lo sfruttamento dei rider da parte di una big del food delivery, si è rivelato una sofisticata bufala creata con l'intelligenza artificiale. L'inganno, quasi riuscito a ingannare un giornalista investigativo, svela la fragilità del nostro ecosistema informativo e la facilità con cui oggi si possono fabbricare prove false, minando la fiducia nel digitale.

La dinamica virale: come una bugia ben costruita diventa verità

Tutto è partito da un post su Reddit (ora eliminato). Un utente, nascondendosi dietro l’anonimato, ha descritto un sistema che calcolava un “punteggio di disperazione” per ogni rider, usando l’IA per assegnare le corse peggiori a chi aveva più bisogno di lavorare.

Una narrazione potente, che toccava nervi scoperti e parlava un linguaggio che tutti capiamo: quello dello sfruttamento.

Ma perché ci siamo cascati tutti, o quasi?

Semplice: perché la storia era plausibile.

Si appoggiava su un terreno fertile di precedenti ben documentati. Non dimentichiamoci che DoorDash ha dovuto pagare un accordo da quasi 17 milioni di dollari per aver sottratto le mance ai suoi rider e che Uber, dal canto suo, aveva sviluppato un software per eludere i controlli delle autorità.

Quando le grandi aziende si sono già comportate in modo opaco, diventa difficile distinguere una nuova accusa da una legittima denuncia.

La storia, però, non si è fermata ai like e alle condivisioni. Ha fatto un salto di qualità, finendo sulla scrivania di un giornalista investigativo che ha deciso di vederci chiaro.

Il giornalista, la prova e l’inganno digitale

Casey Newton, firma della nota newsletter Platformer, ha fiutato lo scoop e ha contattato l’autore del post.

Quello che ha ricevuto in risposta è stato un capolavoro di depistaggio 2.0: un badge da dipendente apparentemente autentico e un documento tecnico di 18 pagine, talmente dettagliato da sembrare uscito da una riunione interna di Uber.

Per chi fa giornalismo, un documento del genere è sempre stato una prova quasi schiacciante, perché chi mai perderebbe tempo a creare un falso così elaborato per una semplice burla?

Oggi, con l’IA generativa, la risposta è: chiunque, in poche ore.

Il finto whistleblower era così convincente che è quasi riuscito a far pubblicare la storia su una testata importante.

Tutto sembrava quadrare, ma c’era qualcosa che non tornava.

E la scoperta è arrivata da un alleato inaspettato: un’altra intelligenza artificiale.

Le implicazioni reali di una notizia finta

La bufala è crollata quando Newton ha avuto un’intuizione. Come descritto da TechCrunch, è bastato caricare la foto del badge su Google Gemini per avere la risposta: l’immagine conteneva un watermark digitale che la identificava come creazione della stessa IA di Google. A quel punto, anche il documento di 18 pagine è stato analizzato con occhi diversi, rivelando le sue incongruenze logiche.

La bolla era scoppiata.

Ma il punto non è tanto la bugia in sé, quanto la facilità con cui è stata creata e diffusa. Questo non è stato un caso isolato; pare che nello stesso periodo circolassero su Reddit diverse storie false simili, tutte generate artificialmente.

La vicenda ci lascia con una domanda scomoda. Se bastano pochi strumenti per costruire una realtà alternativa così credibile, di cosa possiamo ancora fidarci? Le smentite ufficiali di Uber e DoorDash sono arrivate, certo, ma il danno d’immagine era già stato fatto e, soprattutto, si è aperta una crepa nella nostra capacità di discernere il vero dal falso.

Ti lascio immaginare i danni che tutto ciò può fare a un brand!

La domanda, a questo punto, non è se succederà di nuovo, ma come impareremo a distinguere la realtà dalla finzione in un mondo dove creare prove false è diventato fin troppo semplice.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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