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ChatGPT non è in grado di stabilire l’ora esatta perché, nella sua architettura, non possiede un orologio interno né una percezione del tempo reale.
Nonostante le sue capacità avanzate, ChatGPT vive in un 'non-tempo', ignaro della data e dell'ora correnti. Questo limite architetturale, spesso mascherato da OpenAI con strumenti esterni come la ricerca web, deriva dal suo addestramento statico. Affidarsi ciecamente a questa intelligenza artificiale per scadenze e pianificazioni è un errore, poiché la sua percezione del tempo è un'illusione.
Ti è mai capitato di chiedere a ChatGPT “che giorno è oggi” e ricevere una risposta che ti ha lasciato perplesso, o magari di vederlo inciampare su un calcolo temporale elementare?
Se la risposta è sì, non sei impazzito tu e non si è rotto il computer.
Sembra assurdo, diciamocelo: abbiamo tra le mani una tecnologia capace di scrivere codice, comporre poesie e superare esami universitari, eppure si perde in un bicchier d’acqua quando deve guardare l’orologio.
La verità è che dietro quella schermata scintillante c’è un limite architetturale grosso come una casa, ma che OpenAI tende a non sbandierare troppo ai quattro venti.
Tu scrivi, lui risponde, e ti aspetti che sappia se è mattina o sera, giusto?
E invece no.
Ecco perché fidarsi ciecamente dell’intelligenza artificiale per gestire le tue scadenze potrebbe essere l’errore più banale (e costoso) che puoi fare oggi.
Il paradosso del “non-tempo”
Partiamo dalle basi, perché qui c’è un equivoco di fondo che va chiarito subito.
ChatGPT, nella sua natura di modello linguistico, non ha un orologio interno.
Non è collegato al sistema operativo del server per controllare l’ora come fa il tuo vecchio PC Windows del ’98. Lui vive in un eterno presente statico, congelato al momento del suo ultimo addestramento.
Come viene spiegato chiaramente in una discussione tecnica sulla community di sviluppatori OpenAI, il modello non possiede una consapevolezza nativa del tempo reale. Quando gli fai una domanda, lui non “sa” che oggi è martedì. Se ti risponde correttamente, è solo perché quel dato gli è stato passato “di nascosto” nel prompt di sistema o perché sta usando uno strumento esterno per cercarlo.
Senza questi aiuti, per lui potrebbe essere il 1999 o il 3000, e non farebbe alcuna differenza.
È una scatola chiusa.
Ma se è una scatola chiusa, com’è possibile che si parli continuamente di aggiornamenti e nuove date di conoscenza?
Qui la faccenda si complica, perché entra in gioco una delle confusioni più grandi del settore.
Il mito della data di scadenza (e perché ti confonde)
C’è questa idea diffusa che, poiché i nuovi modelli hanno una “knowledge cutoff” (una data di taglio della conoscenza) aggiornata al 2025, allora l’IA “viva” nel 2025.
No, non funziona così.
Questa data è semplicemente il punto in cui gli sviluppatori hanno smesso di “dargli da mangiare” libri, articoli e siti web.
Come analizzato in un approfondimento di The Verge, credere che il cutoff date garantisca consapevolezza temporale è un errore grossolano. Avere letto notizie fino a gennaio 2025 non significa sapere che oggi è febbraio.
Significa solo che se gli chiedi chi ha vinto le elezioni o il Super Bowl prima di quella data, lui ha letto il giornale e te lo sa dire. Ma se gli chiedi “quanto manca a Pasqua?”, lui deve fare un calcolo basandosi su una data odierna che, strutturalmente, non possiede.
È come avere un’enciclopedia aggiornatissima ma non avere un calendario appeso al muro. Hai tutte le informazioni del mondo, ma non sai dove collocarti tu in questo momento preciso.
E questo ci porta al vero problema: come fanno le Big Tech a mascherare questa lacuna?
I trucchi del mestiere (che nessuno ti spiega)
Per aggirare questo limite imbarazzante, OpenAI ha dovuto costruire delle impalcature esterne. Non hanno insegnato al modello a “sentire” il tempo; gli hanno semplicemente dato il permesso di guardare fuori dalla finestra. L’introduzione della funzione di ricerca (ChatGPT Search), resa disponibile a tutti gli utenti nel febbraio 2025, serve proprio a questo.
Quando l’IA deve risponderti su un fatto recente o dirti che ore sono a Tokyo, non sta usando il suo “cervello”. Sta usando un plugin, un browser, uno strumento che fa il lavoro sporco al posto suo e poi gli passa il risultato.
È un trucco di prestigio: sembra intelligente, ma sta solo leggendo un bigliettino.
Quindi, la prossima volta che ti affidi a ChatGPT per pianificare una timeline di progetto o calcolare delle scadenze fiscali, fermati un secondo.
Ricordati che stai parlando con un sistema che, senza stampelle esterne, non saprebbe nemmeno dirti se è giorno o notte.
Usalo, sfruttalo, ma tieni sempre un occhio sul calendario (quello vero).
