Il ‘Year in Review’ di ChatGPT: ecco l’operazione nostalgia di OpenAI

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Dietro il riassunto annuale di ChatGPT si nasconde una strategia per fidelizzare gli utenti e consolidare il dominio di mercato di OpenAI.

OpenAI si unisce alla moda dei riassunti di fine anno con il 'Year in Review' per ChatGPT, presentando statistiche e grafiche personalizzate. Dietro l'apparenza di un'operazione nostalgia si nasconde una precisa strategia di fidelizzazione, pensata per trasformare l'interazione con l'IA in un'abitudine consolidata e rafforzare il proprio dominio di mercato, lasciando poco spazio alla concorrenza.

Anche OpenAI si butta sulla nostalgia di fine anno: arriva il tuo riassunto ChatGPT

Sembra che ormai nessuna piattaforma possa resistere alla tentazione di farti un riassuntino di fine anno.

Dopo Spotify, LinkedIn e praticamente chiunque abbia un’app, anche OpenAI si unisce al coro con il suo “Year in Review” per ChatGPT.

L’idea è semplice: darti una pacca sulla spalla digitale mostrandoti quanto hai “chiacchierato” con la sua intelligenza artificiale nel corso del 2025.

Una mossa furba per farti sentire parte di qualcosa, per creare un legame quasi personale con un algoritmo.

Tutto molto carino, per carità.

Ma dietro questa operazione nostalgia, c’è una strategia ben precisa che punta a una cosa sola: tenerti incollato alla piattaforma, trasformando l’uso di un servizio in un’abitudine consolidata.

Cosa ti racconta (e cosa non ti dice) il tuo riassunto annuale

Il riassunto ti mostrerà un po’ di statistiche, alcune utili, altre decisamente di contorno. Ti dirà quanti messaggi hai mandato, qual è stato il tuo giorno più prolifico e persino quante lineette hai usato, come se fosse un dato fondamentale.

Il pezzo forte, però, è un’immagine in pixel art generata dall’IA che dovrebbe rappresentare i temi delle tue conversazioni. Qualcuno si è ritrovato con un acquario accanto a una cartuccia di un videogioco e un computer, a simboleggiare la varietà delle richieste fatte.

A completare il pacchetto, ci sono degli “award”, delle medagliette virtuali per premiare la tua fedeltà. Come riportato da Ground.news, questa funzione è disponibile per tutti, utenti paganti e non, in alcuni mercati di lingua inglese.

Stanno creando un’abitudine, una dipendenza quasi affettiva.

E mentre noi ci divertiamo a guardare la nostra immagine in pixel art, OpenAI sta cementando un dominio di mercato che lascia poco spazio agli altri.

Un gioco di specchi basato su numeri da capogiro

Non dimentichiamoci con chi abbiamo a che fare. OpenAI non è un piccolo team di sviluppatori, ma un colosso che gioca una partita a livello mondiale.

Questo riassunto personalizzato viene servito a una base di oltre 900 milioni di utenti attivi ogni settimana, un numero che fa impallidire la concorrenza.

Ogni giorno, come descritto da Exploding Topics, vengono inviati più di 2,5 miliardi di prompt.

Capisci la portata?

Questa operazione non è un semplice “regalo” per gli utenti, ma un meccanismo di fidelizzazione di massa, studiato per rendere l’interazione ancora più personale e per rafforzare l’idea che ChatGPT sia “il tuo” assistente personale.

Un modo intelligente per far sentire unico ogni singolo utente all’interno di un oceano di dati, mentre l’azienda consolida la sua posizione dominante.

E questa strategia, a quanto pare, sta funzionando alla grande.

Il vero obiettivo: non sei un utente, sei un’abitudine

La verità è che queste iniziative servono a cementare un’abitudine. I dati parlano chiaro: gli utenti che hanno iniziato a usare ChatGPT agli albori, oggi mandano il 40% di messaggi in più rispetto a due anni fa.

Non solo: la crescita dell’adozione nei paesi a basso reddito è stata quattro volte superiore a quella dei paesi più ricchi, segno di una penetrazione di mercato aggressiva e capillare.

Con una quota di mercato che, secondo Backlinko, raggiunge il 62,5% nel settore degli strumenti AI, OpenAI non ha bisogno di convincere nuovi utenti, ma di assicurarsi che quelli che ha non vadano da nessun’altra parte.

La domanda da porsi, quindi, non è “quante lineette ho usato?”, ma “quanto sto diventando dipendente da uno strumento che, con queste mosse, mi fa sentire sempre più un complice e sempre meno un cliente?”.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

29 commenti su “Il ‘Year in Review’ di ChatGPT: ecco l’operazione nostalgia di OpenAI”

  1. Raffaele Graziani

    Ci mostrano i nostri pascoli digitali per farci sentire importanti, ma in realtà il pastore sta solo affilando le forbici per la tosatura annuale.

  2. Simone Ferretti

    Ti vendono la tua cronologia come un premio. L’unica cosa che conta per loro è la metrica di ‘engagement’. Il resto è solo fuffa.

  3. Renato Graziani

    Ci restituiscono i nostri pensieri impacchettati come un dono. Un’illusione di intimità. Se la nostra memoria digitale diventa più vivida di quella reale, chi stiamo diventando?

    1. Andrea Ruggiero

      @Renato Graziani Non è un dono, è un inventario. Ci lucidano lo specchio per farci ammirare il nostro riflesso digitale. Diventiamo solo il loro asset più prevedibile, niente di più.

  4. Alessandra Lombardi

    La solita, prevedibile tattica di retention che ti lusinga con le tue stesse briciole digitali per tenerti incollato. Mi chiedo solo quando cominceremo a dare un valore reale alla nostra attenzione.

    1. Alessandra, il valore glielo diamo svendendola. Non è una tattica, è la grammatica base del marketing digitale, una grammatica che anch’io recito a memoria ogni giorno per vendere un’illusione di stile.

      1. Alessandra Lombardi

        Greta, la chiamiamo ‘grammatica’ per sentirci intelligenti, non complici passivi. Ma non stiamo svendendo nulla: siamo noi il prodotto, confezionato con le nostre stesse chiacchiere. La vera illusione è pensare di controllare il gioco, quando le regole non le facciamo noi.

    2. Raffaele Graziani

      Alessandra, il punto non è tanto il valore dell’attenzione, quanto il fatto che ci servano su un piatto d’argento le nostre stesse idee come se fossero un trofeo, aspettandosi pure un ringraziamento. Siamo diventati così facili da compiacere?

  5. La nostalgia è l’esca, l’abitudine la trappola. Ti lusingano con i tuoi dati per renderti un cliente prigioniero. Quando smetteremo di ringraziare chi ci mette il guinzaglio?

  6. Paola Montanari

    La solita fuffa di fine anno per farti sentire speciale. In cambio si pappano i tuoi dati. Lavoro con questa roba, mi fa quasi tenerezza vedere come la gente ci caschi sempre.

  7. Veronica Napolitano

    Ti mostrano le tue chat per farti sentire bravo. Peccato che con quei dati costruiscano la mia disoccupazione. Mi sento un pollo.

    1. Clarissa Graziani

      Cara Veronica, ci allevano come polli da batteria per nutrire l’algoritmo. E io che pensavo di scrivere per i posteri.

      1. Daniele Palmieri

        Clarissa Graziani, l’illusione di scrivere per i posteri è un lusso per chi non deve produrre risultati. Questo non è un allevamento, è una palestra dove l’IA è lo sparring partner che non si stanca mai. A fine anno voglio solo il mio punteggio.

    2. @Veronica Napolitano Pollo è l’eufemismo. Io ci ho delegato mezzo lavoro. Mentre guardavo il riassunto, pensavo: ho passato più tempo a parlare con lui che con persone vere. Forse il disoccupato emotivo sono io.

  8. Ci regalano uno specchio per farci sentire unici. Peccato che l’immagine riflessa serva solo a loro per catalogarci meglio. Quando inizieremo a pagare il biglietto per questo spettacolo?

    1. Gabriele Caruso

      Carlo Ferrari, il biglietto è la nostra fedeltà. E io, che queste trappole le insegno, ci cado per primo. Siamo burattini che applaudono i propri fili.

    2. Carlo Ferrari, il biglietto per questo spettacolo lo paghiamo con l’ingenuità. Siamo burattini che applaudono i propri fili. Quando cala il sipario?

  9. Greta Silvestri

    Boh, non ci arrivo. Quindi le mie chiacchierate notturne con un bot diventano una medaglia. Un trofeo di solitudine digitale, praticamente. Non capisco il punto. Perché dovrei gasarmi per il riassunto delle mie pare mentali? Qualcuno mi illumina?

    1. Greta Silvestri, non è una medaglia, ma la prova che le nostre confessioni notturne ora sono un dato archiviato. Che malinconia questa nostalgia programmata.

    2. Roberta De Rosa

      Greta Silvestri, trasformano i nostri monologhi con una macchina in una classifica della solitudine. E la cosa che mi spaventa è che a volte ci casco pure io, cercando un briciolo di confronto in un’eco digitale.

  10. Altro che ingenuità. La chiamano operazione nostalgia, io la chiamo metrica di engagement. Ti mostrano i tuoi dati per farti sentire speciale e farti tornare. È marketing 101. Del resto, chi non ama vedere il proprio nome su un bel grafico?

    1. Nicola Caprioli

      Federica Testa, oltre l’engagement, è la vanità trasformata in KPI. Ci mostrano lo specchio dei nostri input per assicurarne di nuovi, continuamente.

      1. Nicola Caprioli, hai colto il punto. Loro ci blandiscono con le statistiche, noi li ripaghiamo addestrando il modello a costo zero. Alla fine, è la nostra vanità il loro miglior motore di ricerca e sviluppo.

  11. Nicolò Sorrentino

    Ci vedete solo dati e nostalgia. Io ci vedo un brand che costruisce una relazione, uno specchio per il proprio utente. È un dialogo, non un monologo. Vogliamo ancora parlare solo di metriche?

    1. Nicolò, smettila con la filosofia. Non è un dialogo, è data farming. Ti fanno il riassuntino per inchiodarti alla piattaforma. L’unica relazione che costruiscono è con i loro investitori.

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