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L’avanzata del chatbot di Google mette in discussione la leadership di OpenAI, costringendo Sam Altman a correre ai ripari e a ripensare la strategia.
Il dominio di ChatGPT è in crisi. In un solo anno la sua quota di mercato è crollata di oltre 22 punti a favore di Gemini di Google, la cui crescita esplosiva ha messo in allarme OpenAI. Google sfrutta il suo ecosistema per una scalata che sta ridisegnando gli equilibri del mercato AI, trasformando il monologo di ChatGPT in uno scontro tra titani.
ChatGPT, la festa è finita? Gemini di Google morde le caviglie e si prende una fetta enorme del mercato
Pensavi che il regno di ChatGPT fosse intoccabile?
Beh, forse è il caso di rivedere le tue certezze. Quella che sembrava una marcia trionfale di OpenAI si sta trasformando in una difesa affannosa del proprio territorio.
I numeri pubblicati da Similarweb, del resto, parlano chiaro: se all’inizio del 2025 ChatGPT dominava con un sonoro 86,7% del mercato, a gennaio 2026 la sua quota è scesa al 64,5%.
Un calo di oltre 22 punti percentuali in un solo anno non è una semplice flessione, è un segnale d’allarme bello e buono.
E chi è il principale responsabile di questa emorragia?
Il nome è sulla bocca di tutti: Gemini, il chatbot di Google.
Partendo da un modesto 5,7%, ha quasi quadruplicato la sua presenza arrivando al 21,5%, superando quella soglia psicologica del 20% che lo consacra come l’unico, vero sfidante al trono.
Ma come siamo arrivati a questo punto così in fretta? E, soprattutto, cosa sta succedendo dietro le quinte?
La scalata di Gemini e il “codice rosso” in casa OpenAI
Non si tratta di una crescita lenta e costante, ma di un’accelerazione che ha messo in allarme persino i piani alti di OpenAI.
Pensa che solo a dicembre il traffico di Gemini è aumentato del 28,4% rispetto al mese precedente, mentre quello di ChatGPT ha registrato un calo del 5,6%.
Se guardiamo all’intero anno, il confronto è ancora più impietoso: il traffico di ChatGPT è cresciuto del 49,5%, un dato di per sé ottimo, se non fosse che quello di Gemini è esploso con un +563,6%.
Certo, in termini assoluti ChatGPT mantiene ancora un vantaggio notevole con 5,5 miliardi di visitatori a dicembre contro gli 1,7 miliardi di Gemini, ma la direzione presa è inequivocabile.
Questa turbolenza di mercato ha scatenato quello che il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha definito internamente uno stato di “codice rosso” dopo il lancio di Gemini 3.
Sebbene Altman abbia poi cercato di minimizzare pubblicamente, ammettendo però che il lancio del competitor ha “identificato alcune debolezze nella nostra strategia di prodotto”, come descritto da Business Insider, la reazione la dice lunga sulla preoccupazione reale.
Ma se i numeri sono così netti, è solo una questione di prodotto migliore o c’è dell’altro?
La risposta, come spesso accade, sta nella potenza di fuoco di chi sta dietro al progetto.
Il vantaggio strutturale di Google: una partita già scritta?
La rapida ascesa di Gemini non è casuale, ma è il frutto di una strategia ben precisa che sfrutta l’enorme vantaggio competitivo di Google.
Big G non ha bisogno di convincere le persone a usare i suoi servizi. Ce li ritroviamo integrati ovunque: nella ricerca, su Android, dentro le applicazioni di Workspace.
OpenAI, al contrario, deve convincere ogni singolo utente a scegliere attivamente la sua piattaforma invece di usare gli strumenti che ha già a portata di mano.
È una battaglia impari.
Come ha notato un analista, “praticamente tutti usano Google — OpenAI deve convincere la gente a preferire ChatGPT ai prodotti del gigante della ricerca”.
C’è da dire, però, che questi dati si basano solo sul traffico web e non tengono conto dell’uso tramite app native su smartphone e tablet.
La vera partita si gioca anche lì, in un terreno dove la dinamica potrebbe essere diversa, ma dove entrambi i colossi hanno una presenza significativa.
E mentre i due titani si danno battaglia, c’è un intero gruppo di “sfidanti minori” che cerca di ritagliarsi il proprio spazio.
Ma c’è davvero posto per tutti?
La lotta per le briciole: chi emerge e chi affonda tra gli altri player
Al di là del duopolio che si sta delineando, il resto del mercato è un fermento di piccole battaglie. Grok, l’assistente di xAI di Elon Musk, è sbucato dal nulla e si è preso il 3,4% del mercato, spinto ovviamente dalla cassa di risonanza della piattaforma X e dal suo vulcanico proprietario.
Una crescita notevole, se pensi che solo sei mesi fa era al 2,1%.
Meno bene va a Perplexity, il servizio focalizzato sulla ricerca, che sembra aver perso slancio: dopo aver raggiunto un picco del 2,4%, è sceso al 2,0%, finendo per la prima volta dietro a Grok.
Nel frattempo, Claude di Anthropic galleggia stabile intorno al 2,0%, mentre Copilot di Microsoft rimane sorprendentemente piatto all’1,1%.
E qui viene da chiedersi: come è possibile che, nonostante l’integrazione quasi forzata in tutti i prodotti Microsoft, da Windows a Office, Copilot resti così indietro?
Forse non basta inserire uno strumento ovunque per convincere le persone a usarlo davvero.
E OpenAI?
A quanto pare, sta persino valutando di introdurre la pubblicità, una mossa che potrebbe allontanare la sua base di utenti più fedele proprio nel momento di massima pressione competitiva.
Il 2026, a quanto pare, non sarà più l’anno del monologo di OpenAI, ma quello di un vero e proprio scontro tra titani.
