Cloudflare blocca 416 miliardi di richieste AI: la guerra dei dati è iniziata, Google sotto accusa

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Un’analisi approfondita rivela come le aziende AI stiano saccheggiando dati web, sollevando interrogativi sull’equità e il futuro del modello di business online.

Cloudflare erige un muro contro i crawler AI, bloccando 416 miliardi di richieste e accendendo la rivolta dei creatori di contenuti. La mossa espone la fame di dati delle Big Tech e la controversa posizione dominante di Google, che fonde ricerca e training AI. Il web è a un bivio: un futuro di licenze eque o un monopolio tecnologico ancora più forte?

416 miliardi di richieste AI bloccate: Cloudflare svela la razzia di dati che sta cambiando il web

Parliamoci chiaro: 416 miliardi non è una semplice statistica, è il segnale di un terremoto in corso.

Questo è il numero di richieste provenienti da bot di intelligenza artificiale che Cloudflare ha bloccato da quando, il primo luglio 2025, ha lanciato la sua iniziativa “Content Independence Day”.

A snocciolare il dato è stato Matthew Prince, CEO e co-fondatore dell’azienda: la cifra equivale a circa 2,8 miliardi di blocchi al giorno.

Un assalto sistematico e famelico ai contenuti del web, come racconta Wired.

Questi non sono numeri astratti.

Dietro c’è una tensione che sta per esplodere: da una parte le aziende AI che hanno un bisogno disperato di dati per addestrare i loro modelli, dall’altra chi quei contenuti li crea, e che si vede saccheggiato senza ricevere nulla in cambio.

Il problema è che la vecchia regola non scritta del web – tu crei contenuti, io ti porto traffico – è saltata completamente.

Ma da dove nasce questa fame insaziabile di dati?

E, soprattutto, chi sta pagando il conto più salato?

Il gioco delle parti: perché i creatori di contenuti si sono ribellati

L’iniziativa di Cloudflare non è nata per caso, ma da uno squilibrio diventato insostenibile. I creatori di contenuti, dalle piccole testate giornalistiche ai blog specializzati, si sono accorti che il loro lavoro veniva usato per addestrare modelli come ChatGPT o Claude, senza consenso e, peggio ancora, senza un ritorno economico.

Un esempio su tutti?

Per ogni 71.000 richieste che il bot di Anthropic (ClaudeBot) fa a un sito, rimanda indietro un solo, misero click.

In pratica, prende tutto e non restituisce quasi nulla.

È stato lo stesso Prince a mettere il dito nella piaga: “Il modello di business di internet sta per cambiare radicalmente”.

La mossa di Cloudflare, quindi, è stata quella di invertire le regole del gioco: di default, tutti i crawler AI conosciuti vengono bloccati. Se un’azienda AI vuole accedere ai contenuti, deve chiedere il permesso e, potenzialmente, pagare per averli.

Una vera e propria dichiarazione di indipendenza per chi produce valore sul web.

E se ti dicessi che in questa partita c’è un giocatore che, più di tutti, non sembra intenzionato a rispettare le nuove regole?

Google, il gigante con un accesso “incredibilmente privilegiato”

Qui la faccenda si fa seria.

I dati di Cloudflare mostrano un quadro preoccupante: Google ha accesso a 3,2 volte più pagine web di OpenAI e quasi 5 volte più di Meta e Anthropic. Prince lo definisce senza mezzi termini un “accesso incredibilmente privilegiato”.

Ma il vero colpo da maestro, o se vogliamo la vera prepotenza, sta nel fatto che Google ha fuso il suo crawler per la ricerca (il buon vecchio Googlebot) con quello per l’addestramento IA.

Questo ti mette davanti a una scelta impossibile, quasi un ricatto.

Se blocchi il crawler IA di Google per proteggere i tuoi contenuti, blocchi anche quello della ricerca, sparendo di fatto dai risultati di ricerca. Se invece lo lasci passare, i tuoi contenuti vengono presi e usati per allenare la loro IA, senza che tu ci guadagni nulla.

“Non dovresti poter usare il tuo monopolio di ieri per assicurarti un monopolio di domani”, ha tuonato Prince.

Una mossa che solleva più di un dubbio sulla correttezza di un’azienda che, di fatto, controlla come il mondo accede alle informazioni. E le conseguenze di questa strategia si vedono già.

Cosa ci aspetta? un futuro di licenze o un web a due velocità?

La crescita dei crawler è fuori controllo.

Tra il 2024 e il 2025, come riportato sul blog ufficiale di Cloudflare, le richieste di GPTBot (OpenAI) sono aumentate del 147%, mentre quelle di Meta sono schizzate a un incredibile +843%.

È una corsa all’oro digitale, dove i dati sono la nuova materia prima. La strategia di blocco di Cloudflare, per quanto drastica, sta costringendo tutti a sedersi a un tavolo e a rinegoziare le regole.

La visione di Prince è quella di un futuro basato su licenze a pagamento: se vuoi usare contenuti di alta qualità per addestrare la tua IA, devi pagare chi li ha creati.

Un modello che, in teoria, potrebbe finalmente dare il giusto valore al lavoro intellettuale.

La domanda che resta sul tavolo, però, è pesante: assisteremo davvero alla nascita di un mercato più equo, dove il valore dei contenuti viene finalmente riconosciuto, o il potere di pochi giganti, Google in primis, finirà per strangolare ancora una volta l’indipendenza della rete, creando un web dove solo chi ha già una posizione dominante può prosperare?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

18 commenti su “Cloudflare blocca 416 miliardi di richieste AI: la guerra dei dati è iniziata, Google sotto accusa”

  1. L’ipocrisia di Google, che monetizza contenuti altrui per poi usarli per rimpiazzare i creatori stessi, è ammirevole nella sua spietata coerenza capitalistica.

    1. Alessio De Santis

      Tommaso Sanna, non è capitalismo. È un deserto digitale che avanza. Le macchine bevono le nostre storie, lasciando solo gusci vuoti. Stanno rubando l’inchiostro con cui scriviamo i sogni. Resta qualcosa di nostro, alla fine?

      1. Lascia perdere l’inchiostro e i sogni, sono belle parole. Qui si parla del solito saccheggio per fare soldi. Chiamarlo in altri modi serve solo a chi ci guadagna, non di certo a noi.

    2. Tommaso, la coerenza di Google è quella del parassita che divora l’ospite. Le loro AI sono termiti che divorano le fondamenta del web per costruire un castello di carte da cui ci butteranno giù. La cosa ironica è che gli teniamo la scala.

  2. Renato Graziani

    Chiamarlo furto di dati è ingenuo. È il nuovo mercato. Chi non sa monetizzare il proprio valore è destinato a scomparire. Una dura lezione.

    1. Francesco De Angelis

      Renato Graziani, chiamarlo mercato legittima il sopruso. È un sistema a senso unico. Quando il valore viene solo preso, come si chiama?

  3. Chiara Barbieri

    Tutti a discutere del furto. Intanto il nostro lavoro di posizionamento addestra chi ci renderà superflui. Un paradosso magnifico. Stiamo preparando con cura la nostra stessa estinzione.

    1. Simone Ferretti

      @Chiara Barbieri Esatto. Mentre gli altri fanno filosofia sul furto, il nostro know-how diventa training gratuito. La questione non è etica, è di business. O trovi un nuovo modo per farti pagare, o sei fritto. Punto.

  4. Veronica Napolitano

    Tranquilli, il nostro lavoro non è a rischio. Dobbiamo solo capire come farci indicizzare da un’AI che ci ha già rubato tutto. Una passeggiata, insomma.

  5. Il furto di dati è evidente. La soluzione è altrettanto chiara. Dobbiamo creare licenze per i nostri contenuti. Si apre una nuova frontiera per il business digitale.

  6. Una guerra con i cancelli aperti per anni. Ora mettono un lucchetto. Bell’eroismo. La mia voce è già diventata l’eco di un algoritmo?

    1. @Laura Negri Ormai il danno è fatto, quei dati non li cancellano. Questa è solo la base per un nuovo business: le licenze. Chi paga?

  7. Renato Graziani

    Si discute del furto, ignorando il vero potere: l’elaborazione. Un dibattito superficiale. Quanti comprendono la reale posta in gioco?

  8. Veronica Napolitano

    Tranquilli, è solo una mossa di facciata. Ci hanno venduto per anni, ora si fingono paladini. Quando iniziamo a pagare per esistere online?

    1. Chiara De Angelis

      @Veronica Napolitano Esatto. Prima ci hanno svenduto, ora ci propongono un abbonamento per la nostra stessa prigione digitale. Il conto arriva sempre.

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