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Interruzioni della produzione, macchinari fermi e perdite finanziarie che superano le 250.000 sterline per molti, dipingono un quadro dove gli incidenti informatici sono la nuova normalità.
Il settore manifatturiero britannico è in piena emergenza cyber. Con il 78% delle aziende colpite e danni miliardari, come nel caso di Jaguar Land Rover, la sottovalutazione del rischio da parte dei vertici appare miope e pericolosa. Mentre l'intelligenza artificiale potenzia le minacce, la cyber-resilienza non è più un'opzione, ma una necessità strategica per la sopravvivenza.
Il settore manifatturiero britannico è sotto assedio digitale
La notizia è una di quelle che ti fa rileggere il titolo due volte per essere sicuro di aver capito bene: quasi quattro produttori su cinque nel Regno Unito, per l’esattezza il 78%, hanno subito un attacco informatico nell’ultimo anno. E non parliamo di un’email di spam finita nel cestino o di un fastidioso pop-up. Stiamo parlando di interruzioni della produzione, macchinari fermi e perdite finanziarie che hanno superato le 250.000 sterline.
Una ricerca di ESET, basata su interviste a 500 dirigenti, dipinge un quadro dove gli incidenti informatici non sono più un’eccezione, ma la nuova, dura normalità. Tre quarti delle aziende colpite hanno dovuto fermare la produzione, del tutto o in parte, per almeno un giorno, con quasi un quinto che ha visto le proprie attività bloccate per una settimana intera.
Ma il vero guaio, quello che spesso non si vede subito, è un altro.
L’effetto domino che nessuno vuole vedere
Un attacco a una singola azienda, specie se di grandi dimensioni, non si ferma ai suoi cancelli. Si propaga come un’onda d’urto lungo tutta la filiera, colpendo fornitori, partner e clienti.
Lo abbiamo visto con il caso di Jaguar Land Rover: un attacco informatico ha bloccato la produzione, ma il danno economico totale, una volta calcolato l’impatto sui fornitori e le consegne mancate, è schizzato a una stima di 1,9 miliardi di sterline.
Eppure, di fronte a questi numeri, viene da chiedersi: con danni di questa portata, come è possibile che la sicurezza informatica sia ancora considerata una questione secondaria?
A quanto pare, solo il 22% delle aziende ha portato l’argomento ai piani alti, a livello dirigenziale. Una miopia organizzativa che si aggrava se pensiamo che, come descritto da Infosecurity Magazine, un’azienda su cinque preferisce ancora reagire dopo l’attacco piuttosto che investire in prevenzione, sperando forse che il problema si risolva da solo.
E mentre molti dirigenti guardano da un’altra parte, la natura stessa delle minacce sta cambiando in modo radicale, diventando più intelligente e insidiosa.
L’intelligenza artificiale è la nuova arma dei cybercriminali
Se pensi che i pericoli principali siano ancora il ransomware o la classica mail di phishing, sei rimasto indietro. Oggi, la minaccia che fa più paura ai produttori (46%) sono gli attacchi potenziati dall’intelligenza artificiale. Strumenti che una volta erano roba da servizi segreti sono ora alla portata di chiunque sul dark web.
Questo ha democratizzato il cybercrimine: l’IA viene usata per studiare le aziende, creare email di phishing quasi perfette e, soprattutto, per mappare le relazioni tra le aziende e individuare l’anello debole della catena, che quasi sempre è la piccola o media impresa fornitrice. Colpire lei significa trovare una porta di servizio per entrare nel sistema del cliente più grande.
A questo si aggiunge un’altra pressione, quella geopolitica: secondo una ricerca di Armis, il 54% delle aziende britanniche ha subito attacchi sponsorizzati da stati. La realtà è che la cyber-resilienza non è più una voce di spesa nel reparto IT, ma un pilastro strategico del business.
La domanda, a questo punto, non è più se un attacco arriverà, ma come si reagirà quando accadrà.
E a giudicare dai dati, molte aziende non sembrano ancora pronte a darsi una risposta.

Il budget per la cyber security è un costo inutile finché non si ferma la produzione, poi di colpo diventa un investimento che andava fatto prima.
Miliardi di danni e produzioni ferme, ma a pagare il conto saranno come sempre i dipendenti, non i vertici. Loro si limiteranno a cambiare consulente, dando la colpa alla tecnologia per la propria miopia, come se fosse una calamità naturale.
Classico. Si muovono solo quando vedono i conti in rosso. Il resto è fuffa.
@Riccardo De Luca Il conto in rosso è solo l’ultimo sintomo. Questa non è una crisi, è selezione naturale: chi non si adatta, è preda.
Stupisce che i vertici scoprano solo ora che la digitalizzazione comporta anche qualche dovere.
@Tommaso Sanna Non mi stupisce che i vertici notino i problemi solo quando i conti vanno in rosso; sono troppo occupati a delegare per capire cosa succede davvero. Del resto, a cosa servono i manager?
La “nuova normalità” è solo un modo elegante per definire l’incompetenza cronica. Si paga gente come me per sentirsi dire l’ovvio, mentre l’azienda brucia. Che spettacolo desolante. Alla fine il conto arriva sempre, per tutti.
@Veronica Napolitano Incompetenza o scarsa cultura del rischio? La vera sfida è far percepire la cyber-resilienza come un investimento, non un costo superfluo.
@Francesco De Angelis La “cultura del rischio” è la solita scusa per non decidere. Alla fine, il conto lo pagano sempre gli stessi.
Ci si straccia le vesti per una calamità annunciata, il prevedibile epilogo di una gestione che vede la cybersicurezza come un optional da discount. D’altronde, l’investimento più miope è sempre quello che paga i dividendi più rapidi, no?
Evidentemente, la brillante idea di tagliare i costi sulla sicurezza informatica produce frutti inattesi, lasciando tutti a piedi tranne chi l’ha proposta.
Isabella Sorrentino, si sega il ramo su cui si è seduti. Poi si incolpa la gravità per la caduta. Una visione manageriale acuta.
I vertici aziendali, novelli Icaro con ali di cera contabile, volano dritti verso il sole digitale ignorando chiunque li avverta del calore. Non è miopia, è un desiderio di abdicazione mascherato da risparmio, in attesa del tonfo finale.
@Alberto Parisi Più che un’abdicazione per risparmiare, la percezione è quella di una demolizione controllata, un reset di sistema la cui logica mi sfugge e, francamente, mi inquieta. Non stiamo osservando la fine, ma una spaventosa e deliberata trasformazione.
I vertici si svegliano solo quando il conto va in rosso. Che sorpresa.
@Angela Ferrari Il bilancio è l’unico oracolo che ascoltano, un vangelo letto solo a posteriori. Trattano la sicurezza come un accessorio da esporre, non come le fondamenta dell’edificio. Viene da pensare a quante crepe si stiano già aprendo sotto i nostri piedi.
@Antonio Romano Lo trattano come un optional di lusso, non come il sistema frenante. Poi si stupiscono se finiscono fuori strada al primo imprevisto. La miopia di certa gestione lascia sempre un po’ perplessi.
@Angela Ferrari Mi fa pensare a come percepiamo il rischio: un costo certo oggi contro un danno ipotetico domani. L’urgenza batte quasi sempre la prudenza.
È la cronaca di un disastro annunciato, dove i vertici aziendali scoprono la fragilità digitale solo dopo il crollo. Mi chiedo quando la prevenzione smetterà di essere considerata un costo per diventare un investimento.
@Sara Benedetti I dirigenti trattano la sicurezza come un’assicurazione: un costo da tagliare. Lasciano la porta di casa aperta e poi si lamentano dei ladri. Chissà quando capiranno che il lucchetto serve prima del furto, non dopo.