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Tra pistole fumanti e controllori da controllare, lo strumento di Google per le estorsioni digitali solleva più di una questione aperta sulla reale efficacia della protezione offerta.
Google ha finalmente introdotto uno strumento per combattere l'estorsione tramite recensioni negative. Sebbene la procedura sia più rapida, richiede alle vittime di fornire la prova esplicita della richiesta di denaro. Una soluzione tardiva che ammette il fallimento dei filtri automatici e scarica ancora una volta l'onere della prova sull'utente, costretto a interagire con i truffatori.
Il far west delle recensioni (e perché Google si è svegliato solo ora)
Ti svegli, prendi il caffè, dai un’occhiata alle notifiche del telefono e ti senti mancare la terra sotto i piedi.
Una, due, dieci recensioni a una stella apparse nel nulla durante la notte. Nessun commento, o magari frasi generiche che non vogliono dire niente.
Poi arriva la mail, o il messaggio su WhatsApp: “Vuoi che spariscano? Paga in crypto”.
Benvenuto nel 2025, dove l’estorsione digitale non è più un’eccezione, ma un modello di business per truffatori che sanno esattamente dove colpire.
La cosa che fa rabbia?
Per mesi ci siamo sentiti dire che l’algoritmo avrebbe risolto tutto, che i sistemi automatici erano infallibili.
Balle.
La realtà è che siamo stati lasciati soli a combattere contro bot e sciacalli.
Ma forse, e dico forse, qualcosa si sta muovendo nei piani alti di Mountain View, anche se la sensazione è che abbiano chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati su Marte.
Finalmente uno strumento dedicato (era ora!)
Dopo mesi di lamentele ignorate e thread di supporto che sembravano muri di gomma, Google ha lanciato uno strumento specifico per segnalare queste estorsioni.
Non è il solito pulsante “segnala recensione” che clicchi sperando in un miracolo che non avverrà mai.
Stiamo parlando di un modulo dedicato per le attività commerciali vittime di ricatti, accessibile direttamente dal Business Profile.
Come descritto dettagliatamente in un recente report su Search Engine Land, questo nuovo canale permette di caricare prove concrete: screenshot delle richieste di denaro, log delle chat e cronologia degli attacchi.
Sembra incredibile doverlo specificare, ma fino a ieri la procedura era talmente farraginosa che molti rinunciavano in partenza.
Ora, almeno sulla carta, c’è una corsia preferenziale per dire a Google: “Ehi, guardate che qui mi stanno chiedendo il pizzo digitale”.
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica, perché l’efficacia di questo strumento nasconde un dettaglio procedurale che potrebbe farti storcere il naso.
La pistola fumante che devi procurarti da solo
I primi dati che arrivano dagli Stati Uniti sono incoraggianti, quasi sorprendenti per chi come noi è abituato ai tempi biblici dell’assistenza Big G. Si parla di rimozioni avvenute in meno di 20 ore dalla segnalazione.
Un sogno?
Quasi.
Perché per far funzionare questa magia, Google pretende la “pistola fumante”. Non basta dire “queste recensioni sono false”; devi dimostrare il collegamento tra la recensione e la richiesta di soldi.
E qui casca l’asino. Per avere quella prova, spesso devi aspettare che il truffatore ti contatti o, peggio, devi essere tu a interagire per farti esplicitare la richiesta di denaro.
Capisci il paradosso?
Per essere tutelato da una piattaforma che dovrebbe garantirti sicurezza, sei costretto a esporti, a giocare al piccolo investigatore rischiando di finire in database di spammer ancora più aggressivi. Google fa il giudice, ma il lavoro sporco di raccolta prove lo lascia fare a te.
C’è poi un’altra questione che mi ronza in testa e che dovresti considerare attentamente prima di cantare vittoria.
Chi controlla i controllori?
Se da un lato dobbiamo accogliere positivamente questo strumento — perché, diciamocelo, è meglio di niente — dall’altro dobbiamo rimanere vigili.
Il fatto che questo modulo esista è l’ammissione implicita che i filtri basati sull’intelligenza artificiale, quelli che Google ha tanto decantato, hanno fallito miseramente nel bloccare attacchi coordinati.
I truffatori usano VPN, account invecchiati (aged accounts) e tecniche che aggirano i radar automatici con una facilità disarmante.
Quindi, qual è la lezione per te?
Non pagare mai, per nessun motivo.
Se cedi al ricatto una volta, diventi il “pollo” da spennare a cadenza mensile. Usa il nuovo modulo, carica ogni singola prova, sii pedante fino allo sfinimento.
Ma non illudiamoci che il problema sia risolto alla radice: finché Google delegherà la sicurezza alla reattività dell’utente invece che alla prevenzione del sistema, saremo sempre noi a dover fare la guardia.
Teniamo gli occhi aperti.

Ma figuriamoci! Un nuovo strumento per le recensioni estorte, ci mancava solo questa per completare il quadro distopico. Quindi, se ti minacciano, devi pure fare lo “scemo del villaggio” e fornire la prova della tangente prima che Google si degni di notare il problema. Che gran sollievo! Dobbiamo diventare detective privati per colpa di un algoritmo pigro?
Andrea, dici bene. Prova esplicita? Un invito a ballare col lupo. Google si limita a mettere un cerotto su una ferita aperta. Scaricano il fardello. Noi, sempre a tappare i buchi lasciati da chi pensa solo al profitto. Quanto ancora ci tocca fare i poliziotti?
Andrea, la loro medicina è un cerotto. La fiducia è un castello di carte. Dobbiamo costruire ponti solidi noi.
Questa “soluzione” conferma la mia visione cinica: la tecnologia, manovrata da chi la crea, si rivela sempre un meccanismo per spostare il fardello sull’individuo; ora dobbiamo pure fare gli sceriffi. Attendere la prova esplicita è ridicolo. Quanto tempo durerà questa farsa prima che la prossima “svolta” tecnologica ci spaventi?
Finalmente Google si sveglia. 😴 Scaricano l’onere su chi? Noi analisti vedevamo ‘sta falla da un miglio. Dare prove esplicite è da dilettanti. Gli algoritmi non bastano mai. 🙄 Quando capiranno che i dati sporchi vanno puliti *prima*? 🤦♀️
Tecnologia, una spada a doppio taglio. Servono le palle, non i click. Chi controlla i controllori?
Massimo, la tua metafora è azzeccata; l’onere della prova, una condanna anticipata, trasforma la vittima in detective digitale, un paradosso algoritmico che mi fa drizzare i peli della nuca. Dunque, l’intelligenza artificiale arretra, lasciando l’uomo a gestire il caos generato dalla sua stessa infrastruttura?
Questi strumenti appaiono sempre come cerotti su una diga che sta per cedere; la prova esplicita è l’ennesimo invito a ballare con i lupi. La fiducia nell’infrastruttura digitale è come un castello di carte costruito sulla sabbia mobile, e noi siamo gli equilibristi incaricati di tenere su il tutto. Quando si paga per la visibilità, si compra anche il diritto di essere ricattati?
Fornire prove esplicite è un’ulteriore beffa per chi subisce l’estorsione. Allora, la tecnologia fallisce sempre?
Questa inerzia algoritmica, un vero e proprio scandalo burocratico, rivela quanto la presunta “protezione” sia un castello di carte; l’utente, vessato, deve produrre l’atto di estorsione, quasi un’auto-denuncia, dimostrando che la loro macchina è solo un gigantesco parafulmine per le responsabilità. Non si può negare l’evidenza tecnologica, ma la sua applicazione è ridicola.
La prova esplicita richiesta a chi subisce. Un filtro umano necessario. La tutela pare fragile. 😔 Chi sorveglia, ora? 🤔
La protezione è un miraggio. Google scarica il peso sul commerciante, come un pescatore solo contro squali. Chi li controlla?
Soluzione tardiva, sempre. Prova all’utente, mica a Big G. Pessimo, eh?
Ma figuriamoci se questa toppa, che pare un cerotto su un’emorragia, sposta il peso della colpa. Siamo sempre noi i detective privati delle nostre disgrazie digitali, mentre loro si lavano le mani con l’acqua santa degli algoritmi falliti.