Google AI Mode e l’arte dell’autocitazione: come l’IA sta stravolgendo tutto

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.

Contattaci ora →

Un incremento esponenziale che solleva interrogativi: una strategia per fidelizzare l’utenza o un cambiamento strutturale nel modo in cui Google fornisce risposte?

Google sta strategicamente aumentando le citazioni alle proprie pagine nelle risposte AI, raggiungendo il 17,42%. Questa mossa non è casuale ma una scelta di progettazione che crea un ecosistema chiuso. Invece di linkare a fonti esterne, l'IA rimanda ad altre ricerche Google, penalizzando editori e aziende esterne e sollevando dubbi sul futuro di un web aperto.

Google e l’arte di citare sé stesso: una mossa che cambia le regole del gioco

La situazione è piuttosto chiara: nell’ultimo anno, Google ha triplicato la sua tendenza a citare le proprie pagine nelle risposte della sua AI Mode. Si è passati da un modesto 5,7% di auto-citazioni a un ben più pesante 17,42%, trasformando di fatto Google nel dominio più citato all’interno del suo stesso motore di ricerca.

Per darti un’idea delle proporzioni, le proprietà di Google (inclusa YouTube) ora contano più citazioni di Facebook, Reddit, Amazon e Indeed messi insieme, come descritto in un’analisi approfondita di SE Ranking. Un cambiamento non da poco, che solleva una domanda lecita: siamo di fronte a una precisa strategia per tenere gli utenti sempre più legati ai servizi di Mountain View?

Ma la vera domanda non è se lo stia facendo, ma come e perché il meccanismo sia cambiato così radicalmente in così poco tempo.

Da “dove mangiare” a “come funziona il mondo”: la mutazione delle citazioni

Fino a poco tempo fa, la cosa aveva un senso logico e circoscritto. Quasi tutte le volte che Google citava sé stesso, lo faceva per mostrare una scheda di Google Business Profile, ovvero l’indirizzo di un ristorante o il numero di un meccanico.

Utile, senza dubbio, ma limitato a un contesto locale.

Oggi, però, la musica è cambiata.

E parecchio.

La maggior parte delle auto-citazioni (quasi il 60%) non punta più a una scheda locale, ma direttamente a un’altra pagina di risultati di ricerca organici di Google. In pratica, quando poni una domanda complessa all’IA, la risposta ti sta sempre più spesso rimandando non a una fonte esterna, ma a un’altra ricerca su Google.

Un circolo vizioso che sposta il focus dal fornire una risposta diretta all’indirizzare il traffico verso altre sue proprietà.

Questo ci porta dritti al cuore del problema: c’è una differenza sostanziale tra i vari sistemi di IA di Google, e capirla è fondamentale per comprendere dove stiamo andando a parare.

Un sistema progettato per pescare nel proprio stagno?

La distinzione chiave è tra AI Mode e AI Overviews. Quest’ultima, che fornisce risposte rapide in cima ai risultati, cita Google nel 43% dei casi, un dato enorme.

La AI Mode, invece, è stata pensata per ricerche più profonde e articolate. Secondo i dati interni di Google, gli utenti in questa modalità formulano domande molto più complesse, quasi come se stessero conversando con un assistente.

Proprio per questo, la sua minore (seppur triplicata) tendenza all’auto-citazione potrebbe essere un tentativo di presentarla come uno strumento di ricerca più neutrale. Ma c’è un dettaglio tecnico che non può essere ignorato. Jeff Dean, Chief Scientist di Google, ha spiegato che la AI Mode gira su un modello, Gemini 3 Flash, ottimizzato per la velocità e il “recupero” dei contenuti, piuttosto che per il “ragionamento”.

In parole povere: il sistema non è stato creato per “pensare” in autonomia, ma per pescare contenuti già esistenti e indicizzati.

E dove pesca meglio, se non nel suo stesso, enorme, indice?

Questa non è una svista, ma una scelta di progettazione deliberata, che favorisce strutturalmente chiunque sia già ben posizionato su Google. E, guarda caso, nessuno è posizionato meglio di Google stesso.

Il risultato è un effetto a catena: l’AI scompone la tua domanda, cerca le risposte e finisce per trovare e citare continuamente le pagine di Google, creando un circuito chiuso che per editori e aziende esterne significa una cosa sola: meno visibilità e meno traffico.

Certo, ci sono eccezioni, come nel settore del lavoro dove Indeed riesce ancora a farsi sentire, ma la tendenza generale sembra ormai tracciata.

La domanda che resta aperta è se questo sia il futuro inevitabile della ricerca o l’inizio di un web sempre meno aperto.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

7 commenti su “Google AI Mode e l’arte dell’autocitazione: come l’IA sta stravolgendo tutto”

  1. Danilo Graziani

    Hanno costruito un feudo e ora alzano il ponte levatoio. Era prevedibile. Chi ha messo bottega sulla terra del signore non può stupirsi del dazio. Invece di criticare la mappa, è necessario disegnare nuove rotte.

    1. Giovanni Graziani

      @Danilo Graziani “Nuove rotte” è vago. Non servono poeti, servono muratori. Meno chiacchiere, più fatturato. La dipendenza da loro è stata una scelta comoda.

  2. Patrizia Bellucci

    Stupirsi che un colosso favorisca sé stesso è teneramente naïf. La questione non è se sia giusto, ma come navigare la nuova realtà.

  3. Chiamarla “autocitazione” è un eufemismo per monopolio. Google sta solo recintando il suo giardino digitale, soffocando chiunque produca valore fuori dai suoi confini. La vera sorpresa è che ci sia ancora chi si stupisce.

    1. Greta Barone, il monopolio era solo il primo passo. Adesso l’IA impara da sé, creando un circolo chiuso. Presto non serviranno più i nostri contenuti. Cosa resterà di noi online?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi i migliori aggiornamenti di settore