Con il Doodle del Ringraziamento, Google prova a imporre l’AI Mode a tutti

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Google usa il Ringraziamento per lanciare l’AI Mode e sfida ChatGPT: ma è la fine dei link blu e dell’accesso ai siti web?

Google ha sfruttato il Doodle del Ringraziamento per imporre la sua "AI Mode", un test di massa per abituare gli utenti a ricevere risposte dirette anziché link. Questa mossa aggressiva, volta a contrastare rivali come ChatGPT, segna un cambio di paradigma che minaccia l'ecosistema dei creatori di contenuti, trasformando il motore di ricerca da intermediario a destinazione finale.

Il tacchino quest’anno lo cucina l’AI: la mossa di Google che cambia tutto

Ti sei svegliato, hai aperto il browser magari cercando come non bruciare l’arrosto, e ti sei trovato davanti a qualcosa di diverso.

Niente animazioni simpatiche di tacchini che ballano, niente giochetti in stile retro.

Quest’anno, il Doodle del Ringraziamento di Google non è lì per intrattenerti, ma per educarti. O meglio, per spingerti con forza dentro la loro nuova visione del mondo. Cliccando sul logo, infatti, non vieni rimandato a una lista di risultati, ma vieni catapultato direttamente nell'”AI Mode”.

Diciamocelo chiaramente: non è un caso.

Google ha scelto uno dei giorni con il traffico più alto dell’anno negli Stati Uniti (e di riflesso nel mondo occidentale) per fare un test di massa. L’interfaccia ti propone prompt complessi, come pianificare un’intera cena per dieci persone o gestire le tempistiche di cottura, mostrando i muscoli di Gemini.

Non stiamo parlando di una semplice ricerca, ma di un assistente che mastica dati e sputa soluzioni pronte.

E qui sta il punto: Google sta cercando disperatamente di dimostrare che il suo motore è ancora rilevante in un mondo dove ChatGPT e Perplexity stanno rosicchiando quote di mercato.

Ma se pensi che sia solo una questione di “nuove funzionalità”, ti stai perdendo il pezzo più importante del puzzle.

La fine dei ‘dieci link blu’?

Riflettici un attimo.

Fino a ieri, il patto era semplice: tu cercavi, Google ti dava dieci link blu, tu cliccavi ed uscivi da Google per andare su un sito (magari il tuo).

Oggi quel patto si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Con questa mossa, Big G sta abituando l’utente medio — non il nerd, ma la casalinga di Voghera o l’impiegato distratto — a non cliccare più.

L’AI Mode fornisce risposte conversazionali, riassunti e piani d’azione direttamente nella pagina dei risultati.

È comodo?

Dannatamente sì.

È un problema per chi produce contenuti?

Enorme.

Se Google risponde alla domanda “come fare il ripieno” direttamente nell’interfaccia, chi andrà più a leggere il blog di cucina che vive di quelle visite? Stiamo assistendo a un cambio di paradigma dove il motore di ricerca smette di essere un vigile urbano che smista il traffico e diventa la destinazione finale.

Eppure, c’è un dettaglio tecnico in questa operazione che svela la vera paura di Mountain View.

L’accessibilità come arma di difesa

Per assicurarsi che nessuno, ma proprio nessuno, resti fuori da questo recinto dorato, Google ha abbattuto ogni barriera all’ingresso. In molte aree geografiche, l’accesso a questa modalità AI tramite il Doodle non richiede nemmeno il login all’account Google.

Sembra un dettaglio da poco, ma è fondamentale.

Stanno dicendo: “Non ci interessa chi sei, ci interessa che tu usi la nostra AI e non quella degli altri”.

È una mossa difensiva aggressiva.

Vogliono normalizzare l’interazione con l’intelligenza artificiale rendendola banale, quotidiana, invisibile. Se riescono a convincere milioni di utenti che l’AI di Google è il modo standard per risolvere problemi complessi come una cena del Ringraziamento, hanno vinto un round importante contro OpenAI.

Ma tu, utente o creatore di contenuti, devi chiederti: quando la risposta è unica, elaborata da una macchina e servita senza contraddittorio, quanto spazio resta per la diversità delle fonti?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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