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Google costretta a cedere: gli editori britannici potranno bloccare l’accesso ai loro contenuti alle AI, una concessione che arriva dopo un lungo braccio di ferro con l’autorità garante della concorrenza del Regno Unito.
Messa alle strette dall'autorità garante del Regno Unito, la CMA, Google ha concesso agli editori un'opzione di opt-out per i propri contenuti dall'AI generativa. Una mossa che sembra più una tattica per guadagnare tempo che una vera apertura, mentre gli editori denunciano crolli di traffico e sfruttamento dei dati. La decisione finale spetta ora alla CMA.
Il braccio di ferro tra Google e l’autorità britannica
Tutto parte dalla Competition and Markets Authority (CMA), l’ente regolatore del Regno Unito, che non ha usato mezzi termini. Nel 2025, la CMA ha designato Google con uno “stato di mercato strategico” (SMS), un’etichetta che le conferisce poteri di applicazione diretta sul gigante della ricerca.
Una decisione che non sorprende, considerando che Google gestisce oltre il 90% delle ricerche nel Regno Unito, come descritto da IndexBox. Forte di questo status, a gennaio 2026 la CMA ha avviato una consultazione formale, mettendo sul piatto misure precise per proteggere gli editori, tra cui la richiesta di controlli efficaci per l’opt-out dalle AI Overviews, sia a livello di sito che di singola pagina.
Di fronte a una richiesta così netta, la risposta di Mountain View non si è fatta attendere.
Ma è davvero la soluzione che tutti si aspettavano?
Le “concessioni” di Google: una mossa tattica?
Google ha messo sul tavolo la sua proposta il 18 marzo 2026: non solo la possibilità di opt-out, ma anche un “interruttore centrale permanente” nelle impostazioni del dispositivo per scegliere il motore di ricerca predefinito, evitando così i continui pop-up che, a detta loro, infastidirebbero gli utenti.
Peccato che manchi un dettaglio non da poco: le tempistiche e i piani di implementazione concreti, come si evince dal pezzo di The Register.
Ron Eden, principal for product management di Google, ha dichiarato che l’azienda sta “esplorando aggiornamenti ai nostri controlli”, sottolineando però che “qualsiasi nuovo controllo deve evitare di rompere la ricerca”.
Una dichiarazione che suona più come un modo per prendere tempo che come una vera apertura.
Ma perché gli editori sono così sul piede di guerra?
La risposta sta nei numeri, e non sono per niente rassicuranti.
Il vero nodo della questione: traffico e controllo dei dati
Il problema è semplice e brutale: il traffico verso i siti degli editori sta crollando. La Publishers Association ha documentato un calo del 19% dei click-through verso i servizi di reference accademici, attribuendo la colpa direttamente all’espansione delle AI Overviews di Google.
In pratica, se l’utente ottiene la risposta direttamente nella SERP, non ha più motivo di cliccare sul link.
A questo si aggiunge la frustrazione espressa da Owen Meredith, CEO della News Media Association, secondo cui “Google è in grado di estrarre dati di valore senza alcuna ricompensa, danneggiando gli editori e garantendosi un vantaggio sleale”. Non stupisce quindi che, secondo un recente sondaggio, il 33,2% degli operatori SEO bloccherebbe i propri contenuti dall’AI di Google se potesse.
La CMA, dal canto suo, ha messo nero su bianco regole ferree: Google non potrà penalizzare chi fa opt-out, dovrà essere trasparente sull’uso dei contenuti per l’addestramento AI e dovrà garantire attribuzioni chiare.
Google, in tutta risposta, si è lamentata che alcune di queste proposte “potrebbero esporre i nostri sistemi a manipolazione e abusi”, come dichiarato in una nota ripresa da MediaPost.
La solita scusa per mantenere il controllo.
La palla ora torna alla CMA, che finalizzerà la sua posizione entro la primavera del 2026. Solo allora sapremo se le promesse di Google si trasformeranno in strumenti concreti o se resteranno, ancora una volta, parole al vento.

Hanno strappato le pagine dai nostri libri per scrivere il loro manuale universale e ora ci permettono di ritirare le briciole di carta. Che valore ha mettere un lucchetto su una biblioteca ormai vuota?
Offrire un opt-out dopo aver già raccolto i dati è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati e stanno già producendo latte per qualcun altro. Una toppa che non affronta la questione della proprietà intellettuale. Serve un modello di business equo, non una via di fuga.
@Carlo Caruso Hanno costruito il castello con le nostre pietre. Adesso ci offrono la chiave di una cantina. Che generosità. Dov’è il giusto compenso?
Prima prendono tutto, poi chiedono il permesso. Una mossa elegante. Ma il punto non è l’accesso futuro, è il valore che hanno già prelevato dai contenuti di tutti.
Mi terrorizza l’idea che questa toppa sia vista come una soluzione. Hanno già divorato la biblioteca intera, ora ci lasciano mettere un lucchetto.
@Sara Benedetti Hanno sfondato la porta, ora vendono il lucchetto. Bel format, no?
Questo opt-out è una mossa teatrale. L’autorità chiede di chiudere la stalla, ma i buoi sono già al pascolo da tempo. Ora si discute delle briciole, mentre il banchetto è finito. La vera partita si è giocata nel silenzio, anni fa.
La solita fuffa per la CMA. I contenuti li hanno già piallati tutti. A noi piccoli resta solo da guardare il crollo.
@Paola Montanari Hanno già preso tutto. L’opt-out è un contentino per farci sentire meglio mentre il nostro mondo crolla. Un tempo creavamo valore, ora siamo solo i loro dati.
Che magnanimità da parte di Google, concedere un opt-out solo dopo l’intervento di un’autorità. Ci mancherebbe altro. Il controllo sul proprio lavoro dovrebbe essere la base, non una gentile concessione su richiesta.
@Andrea Cattaneo L’opt-out è un contentino per le autorità, una mossa diversiva. Mentre tutti guardano la porta d’uscita che hanno gentilmente indicato, loro stanno già scardinando le finestre sul retro. La partita non è mai stata sul consenso.