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Quando l’IA di Google fa cilecca, ecco che rispolvera i “vecchi” Featured Snippet, ammettendo però che la transizione crea non poca confusione tra gli utenti
Una dichiarazione di Rajan Patel, VP di Google, svela il rapporto nascosto tra AI Overviews e Featured Snippets. Quando l'intelligenza artificiale fallisce, il sistema ricorre ai vecchi snippet, creando confusione. Questa ammissione rivela i limiti della nuova tecnologia e una dipendenza inaspettata dai contenuti tradizionali, con importanti implicazioni per la SEO e gli editori.
La conferma ufficiale che nessuno si aspettava
Credevi che le AI Overviews fossero la risposta definitiva di Google a ogni tua domanda?
Beh, a quanto pare, anche il gigante della ricerca ha un piano B, e non è esattamente quello che ti saresti aspettato. La notizia è venuta a galla quasi per caso, grazie a una conversazione sui social media in cui Rajan Patel, il Vice Presidente dell’Ingegneria per la Ricerca di Google, ha vuotato il sacco. Con una trasparenza quasi disarmante, Patel ha confermato che, quando l’intelligenza artificiale non riesce a generare una delle sue elaborate risposte, Google fa un passo indietro e mostra un “vecchio” Featured Snippet al suo posto.
La parte più interessante?
Patel stesso ha ammesso che questa soluzione di ripiego crea confusione, scrivendo nero su bianco: “Questa esperienza non è chiara come dovrebbe essere, ho chiesto al team di migliorarla”. Diciamocelo, è una mezza ammissione di colpa. In pratica, Google sa di presentare due tipi di risultati molto diversi tra loro con una veste grafica quasi identica, lasciando che siano gli utenti (e i professionisti come noi) a capire la differenza.
Ma la vera domanda è: perché succede? E cosa ci dice questo sulla relazione, fino ad oggi un po’ oscura, tra le AI Overviews e i cari, vecchi Featured Snippets?
Come le AI overviews “sfruttano” i featured snippets
Qui le cose si fanno tecniche, ma il concetto è semplice.
Per anni, il Featured Snippet è stato l’obiettivo numero uno: la famosa “posizione zero” che ti metteva in cima a tutti. Ora, con l’arrivo delle AI Overviews, quel ruolo sembrava superato. Invece, si scopre che i due sono legati a doppio filo.
I Featured Snippets non sono morti, anzi: sono diventati i mattoncini con cui Google costruisce le sue risposte generate dall’IA. Il sistema, in pratica, analizza i primi dieci risultati di ricerca, prende spunto da più fonti (spesso proprio dai siti che si sono guadagnati un Featured Snippet) e crea un riassunto unico.
Questo significa che ottimizzare i contenuti per apparire in un Featured Snippet oggi è ancora più strategico di prima.
Secondo alcune analisi di settore, un contenuto che conquista un Featured Snippet ha circa il 75% di probabilità di essere incluso anche all’interno di un’AI Overview.
È un collegamento diretto che non si può ignorare, una sorta di “via secondaria” per entrare nelle grazie dell’algoritmo di Gemini.
Tutto chiaro, quindi?
Non proprio.
Perché se un Featured Snippet ti dà visibilità diretta, finire dentro un’AI Overview significa essere parte di un frullato di informazioni dove il tuo brand rischia di perdersi. E questo ci porta dritti al cuore del problema.
Le implicazioni reali: non tutta è tecnologia quella che luccica
La differenza tra i due non è solo una sottigliezza tecnica, ma ha un peso enorme. Un Featured Snippet estrae il contenuto da un singolo sito web, il tuo, premiandolo come la fonte più autorevole per quella specifica domanda. Un’AI Overview, invece, è una sintesi prodotta da Google che mescola informazioni da più siti, diventando di fatto la fonte stessa.
Il risultato?
Meno click verso i siti originali e più tempo speso sulla pagina di Google. Una dinamica che, come descritto da più parti, sta già avendo un impatto sul traffico di molti editori.
Il fatto che Google sia costretta a tornare ai Featured Snippets quando la sua IA fallisce ci dice due cose. Primo, che la tecnologia non è infallibile. L’intelligenza artificiale, a quanto pare, fa ancora fatica a sintetizzare argomenti complessi, a gestire dati numerici precisi (le tabelle nei Featured Snippets sono spesso immuni dalla “frullatura” dell’IA, nonostante i problemi non manchino) o a interpretare query ambigue.
Secondo, e forse più importante, rivela una certa tensione nella strategia di Google. Da un lato spinge verso un futuro di risposte immediate generate da lei, dall’altro non può ancora fare a meno dei contenuti creati da chi, quel futuro, rischia di subirlo senza trarne vantaggio.

Si discute sulla toppa, ma la nave intera è costruita con cartone bagnato. Invece di lamentarci della rotta del capitano, non sarebbe meglio costruire le proprie scialuppe, solide e indipendenti, per navigare da soli?
Le scialuppe individuali non alterano le statistiche di un naufragio annunciato, caro Carlo.
Elisa, ma è il capitano che fora lo scafo per vendere proprio le scialuppe.
Carlo, è palese. Prima forano lo scafo e poi ci vendono i secchi per svuotare l’acqua, spacciandola per un progresso. La cosa che mi secca è che ci trattano da ingenui, come se non capissimo il giochetto.
Lasciamo perdere le metafore nautiche. Qui si parla di un cannibalismo digitale: l’IA si nutre dei nostri contenuti per poi rimpiazzarli con un surrogato scadente. La vera domanda è quanto durerà la nostra pazienza.
Più che un piano B, mi sembra di vedere il capitano che mette toppe di legno marcio su uno scafo che imbarca acqua da ogni lato. Si naviga a vista verso il fondale. A questo punto, chi ha ancora voglia di salire a bordo?
Trovo sterile questo dibattito su zattere e cattedrali. La realtà è che si investe tempo su un castello di carte che crolla e viene rimpiazzato con le macerie di ieri. Come si può pianificare qualcosa su fondamenta così inesistenti?
La nuova competenza è costruire zattere, non cattedrali. Il piano B di Google è la nostra unica certezza: il disordine permanente. Insegniamo ai ragazzi a navigare a vista in questo casino. Si chiama formazione alla sopravvivenza, non SEO.
@Angela Longo Navigare a vista su zattere è un eufemismo per annaspare. Mentre si insegna a sopravvivere, i manager costruiscono porti. C’è chi subisce il caos e chi lo monetizza. Due mondi.
@Renata Bruno Esatto. Una cattedrale con le fondamenta che cedono e le rattoppano con lo scotch. E noi dovremmo costruire le nostre carriere su queste macerie. Illusi.
@Veronica Napolitano E io dovrei insegnare ai ragazzi a costruire su queste sabbie mobili. A volte mi sento un pessimo mentore.
Questa roba non passerebbe il primo pitch deck nel mio acceleratore. Che desolazione.
@Renata Bruno Un pitch deck serve ai mortali. Stanno riverniciando la cattedrale mentre brucia.
Che il backup di un sistema avveniristico sia la versione precedente dimostra solo una gran fretta nel lancio, non una visione chiara del futuro.
@Claudia Ruggiero Mi sfugge il senso di lanciare un prodotto il cui piano di emergenza è il prodotto che doveva sostituire; che genialata di progresso.
@Alessandro Parisi Il senso è la fretta di dichiararsi primi sull’IA, non di fornire un servizio utile. Lanciano un prodotto palesemente incompleto e lo spacciano per il futuro. Non è progresso, è solo un pasticcio ben pubblicizzato.
Il re è nudo, ma con una pezza. Una barca che fa acqua, e noi passeggeri. La nostra fiducia è la prima che affonda.
@Isabella Riva Ci vendono una crociera di lusso e poi ci danno un salvagente bucato. E il bello è che ci tocca pure ringraziare.
Chiamare un fallimento “piano B” è una mossa di comunicazione geniale per mascherare un prodotto incompleto. È la solita fretta di apparire primi invece che migliori, mentre gli utenti fanno da cavie. Quando smetteremo di cascarci?
@Davide Fabbro Pensavo funzionasse, invece è il solito pasticcio. Smettiamo di cascarci quando non converrà più.
Questo goffo “piano B” non è che il tentativo di normalizzare un’infrastruttura difettosa, preparando il terreno per errori ancora più grotteschi. Per quando sono previste le ricette letali suggerite dall’algoritmo?