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Un pulsante che potrebbe avvantaggiare gli annunci a discapito dei contenuti organici, sollevando preoccupazioni tra editori e creatori di contenuti.
La nuova AI Mode di Google introduce un pulsante 'Vedi altro' che, dietro la promessa di un'esperienza utente più fluida, nasconde una potenziale minaccia per editori e aziende. Questa mossa sembra riorganizzare lo spazio a favore degli annunci pubblicitari, relegando i risultati organici a un clic di distanza e alimentando i timori di un ecosistema digitale sempre più chiuso.
Un pulsante “vedi altro” che nasconde più di quanto mostra?
Quando pensi che Google abbia finito di sperimentare sulla tua pelle (e sul tuo business), ecco che spunta qualcosa di nuovo.
Da circa un mese, diversi esperti del settore con accesso anticipato alla nuova AI Mode di Google stanno notando un piccolo ma significativo cambiamento, specialmente nelle ricerche legate allo shopping: un pulsante “Vedi altro”.
In pratica, invece di mostrarti subito tutti i prodotti pertinenti, Google te ne presenta solo alcuni e ti invita a fare un clic in più per caricarne altri dal suo Shopping Graph.
La scoperta, come riportato da Search Engine Roundtable, è stata inizialmente condivisa da Brodie Clark, un consulente SEO che ha subito messo in luce come questo pulsante appaia sia su desktop che su mobile, spingendo l’utente a “tuffarsi più a fondo” nell’esperienza AI.
Non è un dettaglio da poco, perché ogni clic in più è una barriera, e la posizione di questa barriera sembra tutt’altro che casuale.
Ma la vera domanda non è cosa sia questo pulsante, ma a cosa serva veramente.
E qui le cose si fanno interessanti.
Più spazio per gli annunci, meno per i contenuti?
La preoccupazione, sollevata dallo stesso Clark, è che questa mossa sia un modo astuto per riorganizzare lo spazio a favore degli annunci pubblicitari. Se i risultati organici, quelli per cui lavori giorno e notte, finiscono dietro un clic aggiuntivo, mentre gli annunci restano ben visibili in prima battuta, è chiaro chi ci guadagna.
Si tratta di un timore che si somma alla già crescente ansia di editori e creatori di contenuti, i quali vedono l’AI Mode come una minaccia diretta al traffico sui loro siti.
Se l’utente ottiene la sua risposta conversando con l’AI, che motivo ha di cliccare su un link esterno?
Questo piccolo pulsante, quindi, potrebbe essere l’ennesima conferma che Google sta costruendo un giardino recintato dove l’utente è invitato a rimanere il più a lungo possibile, interagendo con i contenuti di Google e, ovviamente, con i suoi annunci.
Naturalmente, da Mountain View la musica è completamente diversa.
Loro parlano di “esperienza utente migliorata”.
La risposta di Google: un’esperienza “fluida” (per chi?)
Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’obiettivo è rendere la transizione verso una ricerca conversazionale il più “fluida” e “naturale” possibile.
L’AI Mode, spinta dal potente modello Gemini 2.5, è al centro di questa strategia, come descritto sul blog ufficiale di Google. Per convincerci ad usarla, hanno persino aggiunto un’animazione con un contorno arcobaleno luccicante attorno al pulsante di attivazione.
Peccato che, secondo gli esperti di design della Nielsen Norman Group, questi abbellimenti grafici non risolvano i problemi di usabilità di fondo, anzi.
La loro analisi suggerisce che l’AI Mode è uno strumento potente, ma solo se sai come trovarlo e usarlo, cosa tutt’altro che scontata per l’utente medio.
Nel frattempo, Elizabeth Reid, a capo di Google Search, ha già chiarito la direzione: le funzionalità che funzionano bene in AI Mode verranno progressivamente integrate nella ricerca standard.
Il confine tra la ricerca come la conosciamo e quella gestita dall’IA è destinato a diventare sempre più sottile, quasi a scomparire.
La partita è aperta.
Da una parte Google che spinge per costruire il suo futuro conversazionale, dall’altra un intero mondo di creatori di contenuti, editori e aziende che si chiede quale sarà il suo posto in questa nuova mappa.
E quel piccolo pulsante “Vedi altro” sembra già un primo, chiaro, indizio.

Lamentarsi del clic è inutile. Loro vendono spazi, noi cerchiamo visibilità gratuita nel loro negozio. È un gioco truccato in partenza. Bisogna costruire la propria audience altrove, non aspettare l’elemosina da Google.
Ogni aggiornamento è una roulette russa per i piccoli business. Qui sembra che la pistola sia carica. Si adatta il modello di business, di nuovo.
Stupirsi di un altro clic è il vero problema. La SERP è la loro vetrina, non la nostra. L’organico è solo un riempitivo tra gli annunci. Quando inizieremo a comportarci di conseguenza?
Ci seppelliscono il lavoro sotto un altro clic. È il gioco delle tre carte con le nostre conversioni. Chi controlla il prestigiatore?
La solita storia: Google sposta i pali della porta e noi corriamo dietro come criceti. Chiamano “esperienza utente” un modo per vendere più annunci. Il mio lavoro diventa sempre più inutile.
Veronica, non è il tuo lavoro a essere inutile, è la nostra illusione di un campo di gioco equo. Siamo dati su cui testano soglie.
Stupirsi che un’azienda privilegi il profitto sulla visibilità altrui denota una commovente fiducia nel prossimo, specie se si tratta di monopoli digitali.
Un’altra porta chiusa nel giardino del web. Quando smetteranno di costruire muri?
L’ennesima mossa geniale per monetizzare l’ultimo pixel disponibile; a volte mi chiedo se il mio lavoro sia diventato solo aggirare i loro esperimenti commerciali.
@Riccardo Cattaneo Il loro esperimento è la nostra occasione. Più casino creano, più siamo indispensabili.
È ammirevole la progressiva trasformazione del web in un elegante centro commerciale, dove ogni vetrina non a pagamento viene cortesemente oscurata per non disturbare.
Mi stupisce lo stupore generale per una mossa che semplicemente rende esplicito il vero modello di business di Google. I contenuti non sono il prodotto, sono l’esca per chi paga. Finalmente si fa un po’ di pulizia tra i dilettanti.
@Daniele Palmieri Chiamasi scrematura. Il pascolo gratuito si restringe, la mandria si lamenta. Una prevedibile evoluzione del modello, non una rivoluzione.
Un prestigiatore distrae con un pulsante. La vera magia è far sparire il web libero. Cosa resta nel cappello, alla fine?
Chiamarlo pulsante è generoso. È una botola. L’organico finisce in cantina, gli annunci restano al piano nobile. Arredano bene casa loro.
Quel pulsante è un sipario elegante su un cimitero di contenuti. Stanno costruendo una dimensione parallela, dove i nostri sforzi diventano eco. Un esilio digitale ordinato. Chissà se il pubblico noterà mai la differenza.
Un click in più è un abisso. Lì dentro finisce il nostro business, non solo il nostro lavoro. Stanno rendendo l’organico un’opzione per pochi, una roba da addetti ai lavori. Questo scenario mi gela il sangue.
Enrico, quell’abisso è il loro nuovo giardino recintato dove noi non siamo più invitati.
Alice, più che un giardino mi sembra una fossa. Ho i brividi.
Un altro generoso aiuto di Google per farci scomparire con eleganza dietro un pulsante.
Sempre la solita storia. Ci usano come cavie da laboratorio per i loro A/B test. Ti spostano il formaggio per vedere dove vai a parare. Prima o poi ci faranno pagare l’aria che respiriamo sulla SERP? Che sbatti.
Greta Silvestri, questo “sbatti” è il motivo per cui ci pagano. Più Google sposta il formaggio, più la nostra consulenza costa. Non è magnifico?
Veronica, questo ci trasforma da costruttori a riparatori di un sistema che avvantaggia solo pochi. Possiamo definirlo un progresso per il nostro settore?
Meno spazio organico, più spazio ads. Matematica pura. Non è un’evoluzione, è un riassetto del business model. La vera domanda è: quale sarà il prossimo pedaggio da pagare per esistere online?
Chiamatela intelligenza artificiale, per me è solo una nuova tassa sulla visibilità organica.
Greta Barone, hai centrato il punto. La chiamano evoluzione, ma il terreno trema sotto i piedi di chi lavora online. Stanno riscrivendo le regole del gioco a partita in corso. Restare in piedi diventa l’unica vera sfida.
Il dibattito sulla presunta minaccia alla SEO è quasi tenero. Un’azienda persegue il profitto, nascondendo ciò che non genera ricavo immediato. Qualcuno si aspettava filantropia da un motore di ricerca?
Giuseppina, la chiamano evoluzione, ma è solo un’altra serratura sulla porta principale. L’organico è stato spostato nel seminterrato. Ci si lamenta del freddo o si cerca la chiave della cassaforte?
Mentre ci distraggono con l’intelligenza artificiale, preparano con cura il feretro per i risultati organici; un altro clic verso l’oblio digitale che ci viene venduto come un grande progresso.
Classico gioco di prestigio. L’AI è la distrazione, il ‘Vedi altro’ è la mano che sfila il traffico dal portafoglio. E io che insegno a guardare la mano giusta. Che fatica.
Giovanni Battaglia, ci vendono un futuro splendente nascosto dietro un click, come un becchino che ti mostra il catalogo delle bare di lusso.
Sabrina Coppola, il tuo esempio del becchino calza a pennello. Ci stanno solo mostrando modi più eleganti per seppellire il nostro lavoro. Quanto manca prima che anche quel click diventi a pagamento?
Ancora un altro filtro tra me e i miei clienti, ovviamente a pagamento.
La chiamano “esperienza utente”, ovvio. Un altro modo per piazzare i loro annunci davanti a tutto. Noi sudiamo per i contenuti e loro ci nascondono con un pulsante. Che generosità. Bisogna pure ringraziarli per le briciole che ci lasciano?
Ci seppelliscono lentamente, un pulsante alla volta. Presto non ricorderemo più la superficie.
Melissa Romano, non è una sepoltura. È il padrone di casa che si riprende il terreno dato in affitto gratuito. La festa è finita da tempo, siamo solo noi a non averlo capito. Illudersi di essere ospiti e non clienti è stato il primo errore.
Un altro “miglioramento” per l’utente, dicono. Traduzione: paghi la pubblicità o sparisci. Che generosi. Mi domando quando smetteremo di essere semplicemente il loro prodotto da vendere.
Sebastiano Caputo, la sua analisi è precisa ma parziale. Il loro gioco è palese da tempo. Più che subire, bisogna creare valore e relazioni dirette. La dipendenza da un singolo algoritmo è l’errore primario. Non crede sia ora di cambiare prospettiva?