Google fa appello contro la sentenza sul monopolio: la difesa punta sulla privacy

Anita Innocenti

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Google si difende sostenendo che gli utenti la scelgono liberamente e che la condivisione dei dati minaccia la privacy, ma l’appello apre un nuovo capitolo nella battaglia per il monopolio online

Google contrattacca e fa appello contro la sentenza che la definisce un monopolio illegale nel mercato della ricerca. Il colosso di Mountain View chiede di sospendere le misure correttive, come la condivisione dei dati, sostenendo che danneggerebbero l'azienda e la privacy degli utenti. Una difesa che solleva dubbi sulla reale protezione degli utenti o del proprio business.

La mossa di Google per bloccare tutto: ecco perché fa appello contro la sentenza sul monopolio

Pensavi che la storia del monopolio di Google fosse finita con la sentenza del giudice di qualche mese fa?

Sbagliato.

Il colosso di Mountain View non ha nessuna intenzione di accettare passivamente la decisione e ha lanciato il suo contrattacco: un appello ufficiale contro la sentenza che la definisce un monopolio illegale nella ricerca e nella pubblicità online.

Ma non è tutto.

Oltre a contestare la decisione nel merito, Google ha chiesto al tribunale di sospendere l’applicazione delle “penali”, ovvero quelle misure correttive che dovrebbero, in teoria, aprire un po’ il mercato alla concorrenza.

La linea difensiva è chiara: applicare subito queste misure causerebbe un “danno irreparabile” all’azienda, all’innovazione e, a detta loro, persino a te che usi i loro servizi ogni giorno.

Ma, come potevi aspettarti, a Mountain View non sono rimasti a guardare e la loro strategia è decisamente più complessa di un semplice “non siamo d’accordo”.

Cosa diceva la sentenza che Google non vuole accettare?

Facciamo un passo indietro per capire il cuore del problema. Il giudice Amit Mehta, dopo un lungo processo, aveva messo nero su bianco in una sentenza di quasi 300 pagine un fatto piuttosto pesante: Google ha monopolizzato il mercato della ricerca e degli annunci testuali.

La parte più interessante?

La sentenza affermava che Google “ha esercitato il suo potere di monopolio applicando prezzi sovracompetitivi per gli annunci di testo nella ricerca generale”. In parole povere, ha usato la sua posizione dominante per far pagare di più gli inserzionisti, sapendo che non avevano alternative valide.

Inizialmente, il Dipartimento di Giustizia americano voleva andarci giù pesante, chiedendo persino di costringere Google a vendere il suo browser, Chrome.

La decisione finale è stata molto più morbida: Google può tenersi Chrome, ma deve mettere dei limiti ai suoi accordi di esclusiva (come quello famosissimo con Apple per essere il motore di ricerca predefinito) e, soprattutto, deve iniziare a condividere alcuni dati di ricerca anonimizzati con i concorrenti.

E qui Google tira fuori dal cilindro l’argomento che sa toccare le corde giuste: la tua privacy.

La difesa di Google: tra libera scelta e presunte preoccupazioni per la privacy

La vicepresidente degli affari regolatori di Google, Lee-Anne Mulholland, ha riassunto la loro posizione in modo netto: gli utenti scelgono Google perché è il migliore, non perché sono costretti.

Una dichiarazione forte, che però fa sorgere una domanda spontanea: è davvero una scelta libera quando sei il motore di ricerca predefinito su quasi ogni dispositivo che compri?

Google sostiene anche che il tribunale non abbia considerato la “feroce concorrenza” di altre aziende e startup, un’affermazione che, diciamocelo, suona un po’ debole vista la sua quota di mercato.

Ma il vero cavallo di battaglia della loro difesa è la privacy. Secondo Google, la condivisione obbligatoria dei dati con i concorrenti “metterebbe a rischio la privacy di centinaia di milioni di americani”. L’azienda sostiene che questo violerebbe la promessa fatta agli utenti di mantenere private le loro ricerche.

Una scusa che, onestamente, suona un po’ comoda.

Stanno davvero proteggendo te, o stanno proteggendo la loro fortezza di dati, il vero motore del loro business?

Il dubbio è più che legittimo, soprattutto quando si parla di un’azienda che vive e prospera proprio grazie all’analisi di quei dati. La battaglia, quindi, è appena iniziata e i tempi si preannunciano lunghi.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

17 commenti su “Google fa appello contro la sentenza sul monopolio: la difesa punta sulla privacy”

  1. Giovanni Graziani

    La loro preoccupazione per la privacy è commovente. La verità? È solo una mossa per proteggere il loro dominio e il fatturato. Bisogna guardare ai fatti, non alle belle parole.

    1. @Alberto Parisi Se avessi il loro pollaio, faresti lo stesso. La privacy è la solita scusa per non spartire i profitti. Logico, no?

  2. Veronica Valentini

    La privacy è solo la foglia di fico che copre il business. La paura vera è che, nel tentativo di abbattere il gigante, le istituzioni facciano crollare l’intera cattedrale digitale. Cosa resterà in piedi dopo un terremoto normativo del genere?

    1. @Veronica Valentini Temi il crollo della cattedrale, senza accorgerti che i suoi preti ci spiano dai confessionali digitali da anni? Meglio le rovine.

    2. @Veronica Valentini Una cattedrale costruita su un monopolio è pericolante per definizione. Più che il crollo, temo l’inerzia. Vogliamo puntellare le crepe o progettare edifici più solidi e con più porte d’ingresso?

  3. È rassicurante vedere un colosso così preoccupato per la nostra riservatezza, proprio mentre costruisce un impero su quei dati. Mi chiedo quale sarà la prossima mossa per dimostrare questo loro disinteressato altruismo.

    1. Greta Silvestri

      @Paola Caprioli Ci proteggono come fa la mafia col pizzo. Paghi in dati e nessuno si fa male. Sembra un accordo onesto.

  4. Giovanni Graziani

    Commovente questa improvvisa preoccupazione per la privacy. Una scusa trasparente per blindare il proprio dominio. In affari, la morale è sempre quella del più forte. Il resto è solo marketing per il pubblico.

  5. Chiara De Angelis

    La narrativa della privacy è debole. Un gigante difende il proprio feudo, non i suoi sudditi. Il fatto che questa mossa generi ancora dibattito mi lascia perplessa sulla nostra ingenuità collettiva.

  6. Questa vicenda mi spaventa molto. Google usa la nostra privacy come scudo per il suo business. Non mi sento affatto più sicura, anzi. Ho la sensazione che i nostri dati siano solo una merce di scambio tra giganti.

  7. È commovente vedere Google preoccuparsi tanto della nostra privacy, proprio la stessa che monetizza da sempre. A quanto pare il loro monopolio serve a proteggerci da altri. Che gesto di pura generosità disinteressata.

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