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Un giudice ora decide quasi tutte le cause sul copyright di Google

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il giudice Lee accorpa quasi tutti i casi contro Google, ma Hachette resta separato.

Il giudice Eumi K. Lee coordina quasi tutte le cause sul copyright contro Google, tranne Hachette v. Google, esclusa dopo il tentativo di partecipazione degli editori nel 2023. La centralizzazione conta perché formerà una linea interpretativa unica sull'addestramento dei modelli. Resta il dubbio: Google sostiene di non aver bisogno di permessi, ma una licenza è stata superata.

Ieri, il giudice Eumi K. Lee ha ritenuto il caso EVOX Productions v. Google correlato al maxi-cluster In re Google Gen AI Litigation. Non è una formalità: da ieri, ogni caso di copyright contro Google, tranne uno, passa dalle sue mani. Lo riporta ChatGPT Is Eating The World, spiegando che l’unica eccezione è Hachette v. Google.

Un solo giudice per (quasi) tutti i casi contro Google

La notizia è secca: la centralizzazione è quasi totale. Quando un solo giudice coordina cause che prima viaggiavano separate, le questioni di fondo — cosa può essere usato per addestrare un modello di intelligenza artificiale generativa, e con quali permessi — smettono di essere frammentate e cominciano a formare un’unica linea interpretativa. Per chi segue il contenzioso sul copyright e l’IA da fuori, è il passaggio che trasforma una serie di cause sparse in un fronte unico.

Ma perché Hachette resta fuori? La risposta non è un dettaglio. Hachette e Cengage avevano tentato, già nel 2023, di unirsi alla causa per copyright contro Google avviata da autori e illustratori. Google si è opposto alla loro partecipazione. Risultato: i due editori hanno avviato un’azione separata. E così Hachette v. Google è rimasto l’unico caso di copyright contro Google non assegnato al giudice Lee, come spiega The Guardian.

La licenza dimenticata e la difesa «non serve chiedere»

Ed è qui che si apre la contraddizione più profonda. Da un lato, secondo una nuova causa, Google ha sforato l’ambito di una licenza con una società di fotografia stock, usando le immagini di quell’azienda per addestrare il suo generatore di immagini Nano Banana. Lo riporta Vital Law. Una licenza che c’era è stata superata. Non è un dettaglio tecnico: se Google aveva una licenza da rispettare, vuol dire che un permesso serviva.

Dall’altro lato, però, la difesa di Google è esattamente opposta: l’azienda sostiene di non aver bisogno di permessi individuali per usare i contenuti caricati sui suoi motori, e che un’azione collettiva sarebbe eccessivamente ampia. Lo documenta Courthouse News. Se non servono permessi individuali, perché esisteva una licenza da sforare? La contraddizione è il cuore della partita.

E c’è un’ombra ulteriore. Il fatto che Hachette e Cengage siano stati respinti dal caso consolidato degli autori lascia un problema aperto: chi può davvero far valere i diritti degli editori davanti a un tribunale? Se gli editori devono procedere separatamente, il coordinamento davanti a Lee rischia di coprire solo una parte del campo. E se la linea interpretativa che ne esce non include gli editori, resta da capire chi avrà voce in capitolo sulla protezione delle opere scritte.

Cosa guardare adesso (e perché tocca chi vende online)

La contraddizione di Google non è isolata. Autori ed editori hanno intentato una serie di cause legali contro Google, OpenAI, Anthropic e Meta, sostenendo che le loro opere protette da copyright sono state usate senza permesso per addestrare modelli di intelligenza artificiale. E i tribunali stanno coordinando i casi contro Google sotto un unico giudice proprio perché il volume di reclami correlati cresce. Lo stesso fronte si allarga a tutti i grandi modelli.

EVOX — la stessa società che ieri è stata collegata al cluster di Lee — ha citato in giudizio Midjourney per aver usato almeno decine di migliaia di foto di auto protette da copyright senza permesso per addestrare il suo prodotto. Lo riporta Bloomberg Law. Il dato è concreto: decine di migliaia di immagini, nessun permesso individuale, un altro prodotto di IA generativa finito in tribunale.

La domanda aperta è se il coordinamento davanti a Lee produrrà una dottrina unica sull’uso di contenuti protetti per l’addestramento dell’intelligenza artificiale generativa. E per chi fa impresa online, la risposta non è astratta: definirà quali strumenti di intelligenza artificiale generativa si potranno usare senza rischi legali.

La posta in gioco per chi fa impresa online non è se l’intelligenza artificiale generativa si userà, ma con quali regole. Il coordinamento davanti a Lee potrebbe trasformare una serie di cause in una dottrina unica. E la scelta degli strumenti da integrare diventerà, a quel punto, una decisione di rischio legale.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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