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Google apre CEL-expr-python, ma la community osserva un open-source “a metà” che solleva interrogativi sulle reali intenzioni dietro la mossa.
Google ha reso open-source la sua tecnologia CEL per Python, uno strumento potente per la validazione di dati e policy. Tuttavia, la mossa nasconde un'anima strategica: il repository è in sola lettura, impedendo contributi esterni. Più che una condivisione, sembra un tentativo di imporre uno standard di mercato sfruttando la community per il testing, senza cederne il controllo.
La sicurezza prima di tutto, ma a quale prezzo?
Il punto forte di CEL è la sua natura “non-Turing completa”.
Detta in parole povere, è un linguaggio volutamente limitato: è progettato per garantire che ogni espressione eseguita arrivi a una conclusione e non produca effetti collaterali inaspettati.
Questo lo rende ideale per scenari in cui si deve eseguire codice proveniente dall’esterno, magari fornito da un utente, senza temere che possa mandare in tilt l’applicazione con loop infiniti o operazioni dannose.
Google stessa ammette di non aver inventato l’acqua calda, riconoscendo il lavoro già svolto dalla community, che aveva già creato soluzioni alternative, come una libreria basata su Rust.
L’arrivo di una versione ufficiale, però, cambia le carte in tavola, promettendo integrazione e supporto diretto. L’obiettivo è chiaro: consolidare CEL come standard per la gestione di policy, la validazione di dati e le configurazioni dinamiche.
Eppure, quando un colosso come Google “regala” una tecnologia, è sempre lecito chiedersi quali siano i veri contorni dell’operazione.
Un open-source a porte (quasi) chiuse
Ed è proprio qui che la faccenda si fa interessante.
Nonostante l’annuncio in pompa magna, il repository di CEL-expr-python è stato rilasciato in modalità read-only. Google dichiara di voler “costruire una community” attorno al progetto, ma al momento non accetta contributi esterni. In pratica, mettono a disposizione il codice, incoraggiano gli sviluppatori a usarlo e a segnalare problemi, ma si riservano il controllo totale sullo sviluppo.
Viene da chiedersi se questa non sia una strategia per accelerare l’adozione e la fase di test del loro strumento, sfruttando il feedback della community a costo zero, per poi decidere in totale autonomia la direzione da prendere.
Un’apertura a metà, che suona più come una mossa strategica per imporre uno standard di mercato che come un vero e proprio gesto di condivisione con il mondo open-source.
Staremo a vedere se e quando queste porte si apriranno davvero.

La chiamano condivisione, ma è un’imposizione. Ti danno lo strumento, così lo adotti. Poi il controllo resta a loro. Un classico. Roba da manuale per creare dipendenza dalla piattaforma.
La logica mi sfugge. Offrono uno strumento, ma non accettano aiuti per migliorarlo. È come invitare qualcuno a cena e non farlo mangiare. Qualcosa non torna in questa generosità.
Questo modello open-source a senso unico dimostra una generosità quasi commovente.
Lorena Santoro, e io che per un attimo ci avevo creduto. Ti vendono il sogno della community e poi ti usano come tester gratuito. È il riassunto della mia carriera, in pratica. Che desolazione.
Ci fanno testare il loro codice gratis, chiamandolo un dono. La fattura dove la mando?