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La decisione di Google di abbandonare il monitoraggio del dark web solleva interrogativi sulla reale efficacia delle “soluzioni alternative” proposte e sul futuro della sicurezza online per gli utenti.
Google abbandona il suo servizio di monitoraggio del dark web, lasciando un vuoto nella protezione gratuita degli utenti. La motivazione ufficiale, legata a feedback negativi, non convince del tutto e solleva dubbi sulla sostenibilità economica. La mossa suggerisce un futuro in cui la sicurezza informatica avanzata diventerà sempre più un servizio a pagamento, un lusso per pochi.
La versione ufficiale: uno strumento che non aiutava abbastanza
Secondo la narrazione di Google, la decisione nasce direttamente dai feedback degli utenti. Diciamocelo, ricevere una notifica che ti avvisa “i tuoi dati sono stati trovati nel dark web” senza dirti esattamente dove o come agire, genera più ansia che altro.
Come descritto da TechCrunch, il problema era proprio questo: il report forniva informazioni generiche ma non offriva passaggi chiari e concreti per risolvere la situazione. Molti, infatti, si sono ritrovati a cambiare password a caso, senza sapere quale account fosse stato realmente compromesso.
Una motivazione che sta in piedi, per carità.
Ma è davvero tutta qui la storia?
O forse mantenere un servizio di monitoraggio così complesso e dispendioso, offerto gratuitamente a milioni di persone, non era più sostenibile per il bilancio aziendale?
Il dubbio, onestamente, rimane.
Le “soluzioni alternative” che sanno di contentino
E quindi, cosa ci offre Google al posto di questo servizio?
L’azienda ci indirizza verso la sua suite di strumenti di sicurezza già esistente: il Controllo Sicurezza, il Password Manager, il Controllo Password e l’autenticazione a due fattori. Strumenti utili, certo, ma che fanno un lavoro completamente diverso.
Si tratta di gestire la sicurezza dall’interno dei tuoi account, mentre il report sul dark web guardava all’esterno, scandagliando ciò che accadeva fuori dal tuo controllo.
Stiamo quindi sostituendo un sistema di allarme proattivo con una serie di buone pratiche di gestione interna. È come togliere le sentinelle dalle mura della fortezza e limitarsi a controllare che tutte le porte interne siano ben chiuse.
Siamo sicuri che sia un passo avanti per la nostra protezione?
Cosa cambia davvero per la tua sicurezza online?
La verità è che la chiusura di questo servizio lascia un vuoto. Altri strumenti, come Have I Been Pwned, si concentrano principalmente su email e password, mentre il servizio di Google era più ambizioso, cercando anche numeri di telefono, indirizzi e date di nascita.
La sua gratuità e integrazione nell’account Google lo rendevano accessibile a chiunque, senza bisogno di abbonamenti o competenze tecniche.
Ora, quel livello di protezione scompare dal pacchetto base offerto da Big G. La mossa sembra spingere, neanche troppo velatamente, verso un modello in cui la sicurezza informatica avanzata diventa sempre più un servizio a pagamento, un lusso per chi può permetterselo.
Resta il fatto che, tra poco più di un anno, sarai un po’ più solo nel monitorare cosa succede ai tuoi dati una volta che finiscono dove non dovrebbero.
E questo, al di là delle belle parole di Google, non è esattamente una buona notizia.

Hanno raccolto dati sull’ansia. Ora monetizzano vendendo la cura. Logico, no?
@Benedetta Donati, un modello di business collaudato. I dati sull’ansia valgono più dei dati personali trafugati. La nostra paura è diventata il loro prodotto di punta.
Prima ti mostrano il mostro, poi ti vendono la torcia. Molto generosi, direi.
@Paolo Fiore, il punto è che la torcia te la vendono loro, dopo aver liberato il mostro. Mi chiedo solo se la batteria sia inclusa o se sia un altro abbonamento a parte.
È come il meccanico che allenta una vite per poi chiederti soldi per stringerla; a questo punto bisogna imparare a farsi il tagliando da soli.
@Carlo Caruso La sua fiducia nell’autodidattica di massa è quasi commovente; io, per mestiere, insegno a distinguere il browser dal motore di ricerca.
Carlo, il problema è che molti non sanno neanche dove sia il cofano.
Hanno semplicemente applicato il modello di business dello spacciatore: prima dose gratis per generare dipendenza dall’ansia, poi il resto si paga. Quando smetteremo di essere clienti così facili?
Hanno costruito la gabbia, ora vi vendono la chiave. La prevedibilità è disarmante.
La scusa del “feedback negativo” è perfetta. Prima ti allarmano con uno strumento zoppo. Poi lo eliminano per il tuo bene. Il prossimo step sarà il servizio premium che risolve la paura da loro creata. Un ciclo di vendita impeccabile.
Ti mettono una pulce nell’orecchio, così ti gratti. E per la pomata, ovviamente, si passa alla cassa. Che teneri benefattori della rete.
L’antipasto gratuito è finito, il pasto completo della sicurezza si è sempre pagato.
L’allarmismo gratuito era un servizio insostenibile; ora si monetizza la paura, trasformando l’ansia degli utenti in un prodotto premium. Che acume imprenditoriale.
Ci tolgono la protezione gratuita. Ovviamente per venderci quella a pagamento. La nostra sicurezza è solo un’altra riga nel loro bilancio.
Sebastiano Caputo, ci hanno mostrato la malattia per venderci la medicina. L’ansia degli utenti era solo il loro test di mercato.
Benedetta Donati, hai colto il punto. Hanno generato un bisogno per poi venderci la soluzione a caro prezzo. La sicurezza online sta diventando un privilegio per pochi, non un diritto per tutti.
Sebastiano Caputo, la nostra sicurezza è una riga di costo da tagliare, che novità. La scusa dell’ansia è puro genio, quasi mi commuovo. Ora aspetto di pagare per il prossimo indispensabile servizio che ci venderanno.