Google contro SerpApi: la battaglia sul data scraping che accusa il gigante di ipocrisia

Anita Innocenti

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La startup risponde alle accuse di “parassitismo” ripercorrendo le origini di Google e sollevando dubbi sull’uso dei dati altrui per costruire il proprio successo

Google cita in giudizio la startup SerpApi per data scraping, definendo la pratica "parassitaria". La risposta di SerpApi è fulminante, accusando il gigante di ipocrisia dato che il suo stesso impero si fonda sulle medesime tecniche. Una battaglia legale che espone le contraddizioni dei giganti tecnologici e mette in discussione il futuro dei dati pubblici.

Google fa la voce grossa sul data scraping, ma SerpApi risponde: “E tu come hai iniziato?”

Sembra la classica storia di Davide contro Golia, ma in versione digitale. Da una parte c’è Google, il colosso della ricerca che conosciamo tutti. Dall’altra, una startup chiamata SerpApi, che offre un servizio per “raschiare” i dati proprio dalle pagine di Google.

A dicembre 2025, Google ha deciso di portare SerpApi in tribunale, accusandola di pratiche scorrette. La risposta della startup, però, non si è fatta attendere e ha trasformato una causa legale in uno scontro frontale sull’ipocrisia dei giganti del web.

Ma quando pensi che la partita sia chiusa, arriva il colpo di scena.

SerpApi non solo non si arrende, ma contrattacca con una mossa che rischia di mettere Google con le spalle al muro.

L’accusa di Google: un modello di business “parassitario”

Secondo la denuncia depositata da Google, SerpApi avrebbe violato il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) aggirando i suoi sistemi di protezione anti-scraping, noti come SearchGuard. Per Google, il modello di business di SerpApi è “parassitario”, perché si appropria del lavoro e degli investimenti fatti da altri.

Il gigante di Mountain View sostiene che le richieste automatizzate di SerpApi siano aumentate a dismisura, raggiungendo centinaia di milioni al giorno, e che la startup utilizzi tattiche ingannevoli per mascherare la propria attività. In pratica, Google accusa SerpApi di rubare i suoi risultati di ricerca, danneggiando sia i suoi investimenti sia i rapporti con chi le fornisce contenuti su licenza.

Questa risposta, però, trasforma una semplice causa legale in qualcosa di molto più grande.

Non si tratta più solo di due aziende, ma di una domanda fondamentale che potrebbe ridefinire le regole del gioco per tutti.

La difesa di SerpApi: ipocrisia e un passato scomodo

La difesa di SerpApi è tanto semplice quanto potente: “non puoi proteggere con il copyright ciò che hai raccolto con lo scraping in primo luogo”. Con questa mossa, depositata a fine febbraio, la startup ribalta completamente l’accusa. Secondo loro, Google ha costruito il suo intero impero proprio sulle stesse pratiche che ora condanna.

Come riportato su The Register, SerpApi sostiene che le sue tecniche, come la risoluzione di CAPTCHA o l’imitazione di un browser umano, non equivalgono a “rompere una serratura per rubare un libro”. Si tratta semplicemente di accedere a informazioni che sono già pubblicamente disponibili.

Julien Khaleghy, il fondatore, ha creato l’azienda nel 2017 proprio per risolvere le frustrazioni che lui stesso aveva incontrato nel raccogliere dati pubblici, un problema che lo rallentava nello sviluppo di modelli di machine learning.

L’intera vicenda mette in luce un’ironia che non passa inosservata e solleva una domanda ancora più grande, che va al cuore del diritto digitale.

Il vero nodo della questione: cos’è lecito e cosa non lo è?

Il punto centrale della disputa è se la tecnologia SearchGuard di Google possa essere considerata un sistema di protezione per opere protette da copyright ai sensi del DMCA. Google afferma di sì, citando foto e contenuti di terze parti presenti nei suoi risultati.

Ma qui la faccenda si complica.

Viene da chiedersi: la stessa Google che ha costruito un impero digitalizzando libri con il progetto Google Books, vincendo una causa decennale sostenendo il “fair use”, ora si erge a paladina del copyright altrui?

La posizione del colosso appare quantomeno ambigua.

Questa battaglia legale non riguarda più solo SerpApi, ma tocca un nervo scoperto dell’intera industria tecnologica, specialmente ora che l’intelligenza artificiale ha un bisogno famelico di dati pubblici per addestrarsi.

La battaglia è appena iniziata e le sue conseguenze potrebbero ridisegnare i confini di ciò che è permesso fare con i dati pubblici online.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

12 commenti su “Google contro SerpApi: la battaglia sul data scraping che accusa il gigante di ipocrisia”

  1. Carlo Benedetti

    La logica del potere: prima si erige un impero sui dati altrui, poi si blindano le porte per non far entrare nessuno. Noi piccoli imprenditori dovremmo solo ringraziare per le briciole che ci concedono?

  2. La dinamica è quella del pioniere che, dopo aver prosciugato la sorgente per costruire il proprio castello, la dichiara riserva privata lamentandosi di chiunque si avvicini con un secchio. Mi chiedo quale altro epilogo fosse realisticamente contemplabile per una simile posizione dominante.

  3. Quando arrivi in cima la prima cosa che fai è tirare su la scala, è quasi una legge di natura imprenditoriale. Mi chiedo solo quanti gradini abbiamo contribuito a costruire per loro, senza neanche accorgercene.

  4. Benedetta Lombardi

    Il monopolista che piange miseria è uno spettacolo sempre divertente. Prima hanno banchettato con i dati di tutti, ora mettono le guardie alla porta della cucina. Forse dovrei prendere appunti per la mia scalata al successo.

  5. Melissa Benedetti

    Big G ha inventato il gioco e ora non vuole più nessuno in cortile. Prima apri il mercato, poi ti lamenti se la gente ci entra. Logica da terza elementare.

  6. Nicolò Sorrentino

    Il pirata è diventato ammiraglio e ora dà la caccia ai corsari. Questa mossa non protegge il tesoro, lo nasconde soltanto.

  7. Carlo Benedetti

    È ammirevole la coerenza di chi, dopo aver costruito un impero sul saccheggio di dati, ora si erge a paladino della proprietà intellettuale. La sorpresa più grande è che ci sia ancora qualcuno a stupirsi.

    1. Chiara Barbieri

      Carlo Benedetti, stupirsi è ingenuo. Il potere non si condivide, si protegge. Google sta solo blindando la sua fortezza, costruita con le pietre degli altri.

      1. Carlo Benedetti

        Chiara Barbieri, non mi stupisco, constato solo la commedia. I predoni di ieri oggi si mettono la toga da giudice. La storia è sempre quella, cambia solo il nome sul citofono.

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