Le regole del digitale stanno cambiando.
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L’aggiornamento di dicembre 2025 premia l’esperienza e l’autenticità, penalizzando i contenuti generici e automatizzati, in una mossa che ridefinisce le regole del posizionamento online.
Google ha rilasciato a sorpresa il December 2025 Core Update, scuotendo il mondo della SEO con un'elevata volatilità. L'aggiornamento non combatte l'IA, ma il suo uso improprio per creare contenuti di bassa qualità. Viene rafforzato il concetto di E-E-A-T, premiando l'esperienza reale e l'autorialità dimostrabile a discapito dei siti generici e delle content farm.
Non è l’IA il problema, ma chi la usa (male)
Al centro dell’update di Dicembre 2025 non c’è una crociata contro l’intelligenza artificiale, come molti temevano, ma una distinzione molto più sottile. Google ha affinato la sua capacità di discernere tra contenuti creati con l’ausilio dell’IA per migliorare la qualità e contenuti-fotocopia generati senza un briciolo di supervisione umana.
In pratica, il motore di ricerca non sta penalizzando lo strumento, ma l’abuso dello strumento.
Il bersaglio sono quei siti che hanno inondato la rete di articoli superficiali, ripetitivi e privi di un reale valore aggiunto, sperando di scalare le classifiche con la pura quantità.
Il concetto di E-E-A-T (Esperienza, Competenza, Autorevolezza, Affidabilità) viene esteso e rafforzato. Non basta più scrivere un testo corretto dal punto di vista formale; Google ora vuole la prova che dietro a quelle parole ci sia un’esperienza reale, una competenza dimostrabile.
L’anonimato e l’autorialità generica diventano un macigno per il posizionamento.
Perché se non ci metti la faccia, perché un utente (e quindi Google) dovrebbe fidarsi di te?
E quando le regole cambiano in modo così netto, c’è sempre chi ne paga le conseguenze.
La grande scrematura: chi resta in piedi e chi crolla
I primi dati parlano chiaro: a subire il colpo più duro sono stati i siti di affiliazione basati su recensioni generiche, i content farm che producono articoli in serie su qualsiasi argomento e, in generale, tutti quei progetti editoriali privi di una forte identità e di autori riconoscibili.
Stiamo parlando di un impatto devastante per chi ha costruito il proprio modello di business sull’automazione spinta e sulla quantità a discapito della qualità.
Il messaggio di Google sembra essere cristallino: l’era della mediocrità è finita.
Vengono premiati, invece, i contenuti che dimostrano una conoscenza di prima mano, quelli che offrono prospettive uniche e che sono firmati da persone con credenziali verificabili nel loro settore.
Si sta assistendo a un “reset della rilevanza”, dove non si perde posizioni perché si è “sbagliati”, ma perché qualcun altro, semplicemente, ha fornito una risposta migliore, più completa e più affidabile.
E questo sposta completamente il focus della competizione online.
Un gioco a somma zero con un unico vincitore?
L’accelerazione con cui Google ha rilasciato ben tre Core Update nel 2025, rispetto a un ritmo storicamente più blando, suggerisce che l’azienda stia conducendo una ricalibrazione continua e aggressiva dei suoi stessi parametri di qualità.
Questo solleva una domanda fondamentale: questa corsa alla “qualità” definita da un’entità privata è davvero a beneficio dell’utente finale o serve a consolidare ulteriormente il potere di Google nel decidere chi ha diritto di parola e visibilità sul web?
La partita si gioca sempre meno sui tecnicismi e sempre più sull’autenticità.
E questo, al netto degli scossoni, potrebbe non essere del tutto una cattiva notizia per chi ha sempre puntato a creare valore reale.

Questa volatilità è un bagno di sangue mascherato da meritocrazia. Google si erge a giudice dell’autenticità, ma l’unico risultato è il panico. La mia ansia ringrazia per il picco. Quanti piccoli progetti sono stati polverizzati stanotte?
Angela, parlano di esperienza reale e poi cancellano vite di lavoro con un click.
Angela, questa presunta meritocrazia è la favola che Google racconta per giustificare la sua selezione naturale digitale. L’ansia è il dazio da pagare per chi ha costruito la propria casa sul terreno altrui.
L’algoritmo non è una falce, è un setaccio che separa il grano dalla pula; molti si lamentano perché scoprono di produrre soltanto scarti.
Maurizio, il punto non è essere grano, ma diventare il mugnaio che possiede il mulino.
Tutti mugnai, certo. Ma il mulino resta di Google, e al padrone piace appiccare incendi per sport. Un darwinismo digitale per sadici. La vera domanda è: chi sarà il prossimo a finire sulla graticola?
Diventare più umani per compiacere una macchina è il nuovo brillante piano di business?
Esibire la nostra “autenticità” su comando algoritmico è una recita grottesca, considerando che il sistema premia chi la simula meglio. Quale sarà il prossimo requisito, una certificazione di sofferenza emotiva verificabile?
Google sposta di nuovo i pali della porta e la chiama “evoluzione”. In realtà, l’autenticità diventa solo un’altra metrica da produrre su scala, un nuovo costo per restare a galla. La domanda non è come essere più umani, ma quanto costa simularlo bene.
Melissa Negri, la chiamano evoluzione, ma è un casting. Google è il regista, l’autenticità il copione. Il budget decide chi ottiene la parte.
Google non premia l’esperienza, ci addestra a produrre dati più puliti per i suoi modelli. Siamo semplicemente i suoi migliori stagisti non retribuiti.
Letizia Costa, che ci usino come stagisti è un dato di fatto. A fine mese, però, contano i numeri, non le opinioni. Google decide la musica, a noi tocca ballare. E possibilmente vendere qualcosa nel frattempo, direi.
Non è un premio all’esperienza. Google sta costruendo la sua cattedrale e ci chiede solo mattoni di qualità superiore. Noi paghiamo la fornace.
Vanessa De Rosa, non è una cattedrale. È la suite dove l’IA prenderà il nostro posto. Noi arrediamo con cura, paghiamo l’affitto e alla fine le serviremo pure il caffè.
Vanessa De Rosa, chiamano “premio” il privilegio di fornire mattoni migliori per la loro cattedrale, e noi ci sentiamo pure gratificati mentre paghiamo la fornace. È toccante questa loro generosità nel supervisionare i lavori che svolgiamo gratuitamente per loro.
Google non vuole eliminare l’IA, vuole solo addestrare la sua a riconoscere (e poi imitare) il lavoro fatto bene. Siamo diventati i tutor non pagati del nostro futuro sostituto digitale. Splendido.
Letizia Costa, siamo i migliori addestratori a costo zero. Un giorno ci ringrazieranno.
Letizia Costa, è un’elegante forma di parassitismo digitale a cui offriamo volontariamente il collo, scambiando la nostra competenza per una visibilità sempre più effimera.
Paola Pagano, il meccanismo è quello. Offriamo la nostra esperienza come metro di paragone per la loro intelligenza artificiale. In pratica, diventiamo i garanti di qualità non pagati di un sistema che ci rende, col tempo, sostituibili. Un circolo vizioso ben congegnato.
Ci chiedono di dimostrare la nostra umanità per insegnarla alle macchine che ci sostituiranno. Mi sento un po’ come un tacchino che spiega il Natale.
Andrea Gatti, il tacchino astuto non spiega il Natale, impara a vendere forni. La vera partita non è insegnare alle macchine, ma avere qualcosa da vendere.
Andrea Gatti, la sua metafora del tacchino mi agita molto. Ho paura che il mio lavoro venga penalizzato ingiustamente. Che ne sarà delle nostre affiliazioni?
Un’altra piallata dall’alto. Google ci chiede l’anima, noi gliela diamo per qualche lead in più. Un sacrificio continuo sull’altare della visibilità. Questa volatilità mi mette un’angoscia mortale.