Google Discover: in arrivo i profili “verificati” per gli editori?

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.

Contattaci ora →

Una mossa che potrebbe dare agli editori più controllo su come appaiono su Discover, ma che solleva interrogativi sul reale intento di Google.

Google Discover testa i profili verificati per gli editori, una mossa che segue la svolta verso l'autorità tematica. Se da un lato sembra una concessione per dare più controllo, dall'altro potrebbe essere una strategia di Google per spingere i publisher a etichettare meglio i propri contenuti. Resta da vedere se sarà un vantaggio reale per chi crea.

Google Discover: in arrivo i profili “verificati” per gli editori?

Sembra che a Mountain View stiano preparando qualcosa di grosso per Google Discover. Stando a un’analisi del codice condivisa dal ricercatore di marketing digitale Damien Andell, Google potrebbe presto permettere agli editori di “reclamare” e gestire i propri profili all’interno del feed.

Una mossa che, se confermata, darebbe a chi crea contenuti un po’ più di controllo su come appare in uno dei canali di distribuzione più importanti (e spesso imprevedibili) di Google.

Ma è davvero un’apertura verso gli editori o c’è dell’altro sotto?

La scoperta si basa su un nuovo parametro nel codice, discover_is_profile_claimed_, che suggerisce un meccanismo di verifica della proprietà simile a quello che già conosciamo per altri strumenti di Big G. Pensa al Knowledge Panel o a Google Business Profile: l’idea è quella di poter certificare chi sei e, di conseguenza, avere voce in capitolo sulle informazioni mostrate.

Come riportato su Search Engine Roundtable, questo potrebbe significare per gli editori la possibilità di modificare direttamente le informazioni del proprio profilo, proprio come si fa oggi con il pannello informativo che appare nei risultati di ricerca.

Ma la vera domanda è: perché proprio adesso?

Questa mossa, che a prima vista sembra un semplice dettaglio tecnico, si inserisce in un quadro molto più ampio e significativo.

Il cambio di rotta: l’autorità non è più legata al dominio, ma all’argomento

Ricordi l’aggiornamento di Discover di febbraio 2026?

Quello è stato il primo core update mirato esclusivamente a questo strumento, e ha riscritto parecchie regole. Google ha messo in chiaro tre priorità: dare più spazio ai contenuti locali, penalizzare il sensazionalismo e premiare i contenuti originali e approfonditi di chi dimostra una vera competenza su argomenti specifici.

Ed è proprio quest’ultimo punto a essere fondamentale. In parole povere, a Google non interessa più quanto il tuo sito sia “famoso” in generale; vuole sapere se sei un vero esperto di quello specifico argomento.

Un sito con metriche di dominio impressionanti ma una copertura superficiale di un tema non avrà la meglio su un portale più piccolo ma con una profonda e costante specializzazione in una determinata nicchia.

E qui il cerchio si chiude.

Con un sistema che valuta l’autorevolezza argomento per argomento, dare agli editori la possibilità di “certificare” il proprio profilo non sembra più solo una gentile concessione, ma quasi una necessità.

Ma a vantaggio di chi, esattamente?

Più controllo per gli editori o un nuovo guinzaglio dorato?

Da tempo gli editori si lamentano della scarsa visibilità su come Google presenta i loro profili e metadati su Discover, un canale di traffico che conta oltre 800 milioni di utenti attivi mensili, come descritto da ALM Corp. Poter rivendicare un profilo significherebbe, almeno in teoria, mettere finalmente mano a queste informazioni, aggiornare descrizioni e forse persino gestire quali contenuti vengono associati al proprio brand.

Una bella prospettiva, non c’è che dire.

Tuttavia, la mossa potrebbe essere letta anche in un altro modo. Con un Knowledge Graph che contiene già miliardi di entità, Google sta forse invitando gli editori a fare il lavoro sporco? Potrebbe essere un modo per spingerli a etichettare e organizzare i propri contenuti in modo ancora più preciso, rendendo il suo stesso algoritmo più intelligente e autonomo nel riconoscere le fonti autorevoli.

Al momento, va detto, non c’è nessun annuncio ufficiale. Tutto si basa su voci e analisi del codice.

Una cosa è certa: mentre Google alza l’asticella della qualità, sembra offrire nuovi strumenti. Resta da vedere se saranno leve di vera emancipazione per chi crea contenuti o, semplicemente, un modo più sofisticato per tenerli in riga.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

11 commenti su “Google Discover: in arrivo i profili “verificati” per gli editori?”

  1. Francesco Messina

    Ci viene concesso il privilegio di compilare la nostra stessa scheda segnaletica, un’apparente autonomia che in realtà serve solo a perfezionare l’algoritmo che ci giudica e ci classifica secondo i suoi criteri.

    1. Walter Benedetti

      Francesco Messina, la sua analisi è lucida. Ci viene chiesto di etichettare la merce per il loro magazzino. Un lavoro non retribuito che serve a riempire i loro scaffali, non i nostri.

  2. Letizia Costa

    In pratica ci chiedono di etichettarci da soli per facilitare la loro profilazione, mascherando il tutto con una spilletta. Il solito baratto impari, insomma.

  3. Daniele Palmieri

    Ogni volta che Google ci lancia un osso, noi scodinzoliamo e lo riportiamo indietro, sperando in una pacca. Ci convinciamo che sia un gioco, ma la stanchezza di questa corsa senza fine, per un premio che non arriva mai, si fa sentire.

  4. Isabella Sorrentino

    Google ci concede l’onore di etichettare i nostri recinti, un’attività che prima svolgeva gratuitamente per noi. Questa generosa delega di compiti, presentata come maggiore controllo, mi riempie di gratitudine per l’efficienza altrui.

    1. Massimo Martino

      Isabella Sorrentino, ci promuovono caporali del nostro plotone d’esecuzione. Una promozione sul campo, direi. Ora non solo marciamo verso il muro, ma lo facciamo con un’etichetta personalizzata. Un vero onore.

  5. Massimo Martino

    Google ci regala la corda, chiamandola “autonomia”. Un guinzaglio dorato per tenerci buoni nel loro giardino. Ci sarà concesso almeno di scegliere il colore del collare?

  6. Isabella Sorrentino

    È ammirevole come Google ci conceda più controllo, chiedendo in cambio solo un piccolo aiuto per perfezionare i suoi algoritmi. Un baratto equo.

  7. Controllo? Un contentino per farci lavorare gratis. Google non concede, addomestica. Alla fine, il banco vince sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi i migliori aggiornamenti di settore