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L’evoluzione del motore di ricerca verso un sistema di “manager di agenti” potrebbe cambiare radicalmente il web, con Gemini che si pone come alternativa o possibile concorrente
Google si prepara a una rivoluzione epocale: non più un motore di ricerca, ma un "manager di agenti" proattivo. Secondo il CEO Sundar Pichai, l'IA gestirà compiti complessi al posto nostro, scardinando il web basato sui click. Questa mossa, spinta dalla concorrenza, solleva dubbi sul futuro di Gemini e su chi pagherà il conto di questa trasformazione.
Google non vuole più essere un motore di ricerca, ma un “manager di agenti”
Dimentica la solita lista di link blu. Google sta per cambiare le regole del gioco, e lo sta facendo in modo radicale. L’idea non è più quella di darti una serie di risultati tra cui scegliere, ma di diventare un assistente proattivo che fa le cose al posto tuo.
L’ha detto senza troppi giri di parole Sundar Pichai, il CEO di Alphabet, descrivendo il futuro della ricerca come un “manager di agenti” in grado di orchestrare azioni complesse. Invece di darti dieci link per organizzare un weekend, Google si occuperà di coordinare tutto, dialogando con diversi strumenti per raggiungere l’obiettivo che gli hai dato.
Non è una novità piovuta dal cielo, intendiamoci. I primi segnali li stiamo già vedendo: i riassunti generati dall’IA in cima ai risultati, la ricerca tramite video con Google Lens o la capacità di fare domande complesse in un colpo solo.
Sono tutti piccoli passi verso un’unica direzione: trasformare la ricerca da uno strumento di consultazione a uno di esecuzione. A quanto pare, gli utenti si stanno già abituando a questo nuovo modo di interagire, usando la modalità IA per ricerche più approfondite e articolate.
Ma aspetta un attimo. Se la Ricerca diventa così potente, che fine fa Gemini, il suo chatbot di punta?
Gemini e Search: due strade parallele o una collisione annunciata?
Pichai giura e spergiura che non c’è nessuna competizione interna. Search e Gemini, a suo dire, continueranno a esistere su due binari paralleli, con alcuni punti di contatto ma con obiettivi diversi. Da una parte la Ricerca, sempre più orientata a completare task specifici; dall’altra Gemini, pensato per un’interazione più conversazionale e creativa. Una strategia che sulla carta suona bene, ma che lascia qualche dubbio.
Gli utenti percepiranno davvero questa distinzione o finiranno per usare indifferentemente lo strumento che sembra funzionare meglio, magari creando una cannibalizzazione interna?
Il tutto è possibile grazie a investimenti colossali in intelligenza artificiale, con modelli come BERT e MUM che, come riportato su The Economic Times, hanno permesso a Google di comprendere il linguaggio e le intenzioni degli utenti con una precisione mai vista prima. E i risultati si vedono: la latenza della ricerca è migliorata del 30% negli ultimi cinque anni, nonostante la crescente complessità dei sistemi IA integrati.
Un progresso tecnologico innegabile.
Ma mentre Google affila le sue armi tecnologiche, c’è una domanda che resta sospesa.
In questa nuova era della ricerca, chi pagherà il conto?
Chi paga il conto di questa “rivoluzione”?
Diciamocelo chiaramente: se Google risponde direttamente alle tue domande e compie azioni al posto tuo, che bisogno hai di cliccare su un sito web?
Questa trasformazione in “agente esecutore” rischia di scardinare l’intero web così come lo conosciamo, un web basato sul traffico che Google stesso ha contribuito a creare e su cui migliaia di creator e aziende hanno costruito il proprio modello di business.
La mossa di Google non avviene nel vuoto, ovviamente. La concorrenza di Microsoft, che ha integrato la tecnologia di OpenAI in Bing, e l’ascesa di nuovi player come Perplexity, la costringono a evolversi per non perdere terreno.
La promessa è quella di poter affrontare domande e compiti sempre più complessi, con novità significative che vedremo già a inizio 2025.
Eppure, il sospetto che questo cambiamento serva soprattutto a blindare ulteriormente la sua posizione dominante è forte.
Trasformando la ricerca in un’esperienza chiusa, dove l’utente non ha più bisogno di uscire dalla piattaforma, Google potrebbe rafforzare il suo controllo sull’informazione e sulle transazioni online.
Una cosa è certa: il 2026 sarà un anno di scossoni.
E dovremo essere bravi a tenere la barra dritta in un mondo digitale che sta cambiando pelle, di nuovo.

Manager di agenti. Un’elegante perifrasi per “ufficio di collocamento digitale”. Noi, i creativi, declassati a mero training data. Ci pagheranno in token o in visibilità?
Bello. L’IA prenota viaggi e io che campo a fare con i miei link? Almeno avrò più tempo libero per la coda alla Caritas.
@Marco Basile La coda alla Caritas è per chi si lamenta, non per chi vende l’IA che la gestirà. Io ho già pronto il pitch.
Bello, da autori di libri a reperti archeologici. L’IA farà tutto, pure licenziarci con gentilezza. Almeno ci risparmierà la fatica del colloquio di uscita. Che lusso.
@Greta Silvestri Un maggiordomo digitale che ci licenzia con garbo. Un sogno. Quando non cercheremo più noi, chi controllerà le risposte che non abbiamo chiesto?
Certo, Laura, un maggiordomo che ci mette alla porta. Sarà bellissimo non dover più scegliere.
Un “manager di agenti” sostituirà i link blu. Il mio lavoro diventa archeologia digitale. Chi pagherà per questa presunta comodità?