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Un’analisi rivela un potenziale calo del traffico web per gli editori, spingendoli a rivedere le strategie e a cercare nuove fonti di reddito in un panorama mediatico in rapida evoluzione
L'introduzione delle AI Overviews di Google sta decimando il traffico organico verso i siti editoriali, una crisi che ricorda il crollo dei referral social. Gli editori, messi alle corde, sono costretti a una svolta radicale: puntare su inchieste e video, cercando al contempo accordi economici con le stesse aziende tech che ne minacciano la sopravvivenza.
Google cambia, e per gli editori è una doccia fredda
Se gestisci un sito di notizie, un portale tematico o un blog, tieniti forte. Il mondo del traffico organico che hai conosciuto fino ad oggi sta per essere stravolto.
Secondo un’utilissima indagine del Reuters Institute for the Study of Journalism, gli editori di tutto il mondo si stanno preparando a un crollo del traffico proveniente dai motori di ricerca che potrebbe superare il 40% nei prossimi tre anni.
Non è un piccolo aggiustamento, è una vera e propria rivoluzione che costringe tutti a ripensare da capo le proprie strategie.
Un crollo che non è una previsione futura, ma una realtà che sta già bussando alla porta.
E bussa forte.
La tempesta è già iniziata
Non stiamo parlando di proiezioni astratte, ma di dati concreti che mettono i brividi. I dati di Chartbeat mostrano che, nell’ultimo anno, il traffico di Google Search verso gli editori è già diminuito di un terzo a livello globale, mentre quello proveniente da Google Discover è calato del 21%.
La situazione è ancora più pesante negli Stati Uniti, dove i click da ricerca organica sono crollati del 38%. I primi a farne le spese sono stati i siti di “servizio”, come quelli che offrono meteo, guide TV o oroscopi.
La causa?
Diciamocelo chiaramente: è il risultato diretto dell’introduzione delle AI Overviews di Google, le risposte generate dall’intelligenza artificiale che appaiono direttamente nella pagina dei risultati, rendendo superfluo il click verso il sito originale.
Dopo che i social network, a partire da Facebook nel 2018, hanno chiuso i rubinetti del traffico, molti si erano rifugiati nella SEO, considerandola un canale stabile e affidabile. Quella stabilità, oggi, sembra un lontano ricordo.
Se tutto questo ti suona familiare, non ti stai sbagliando. C’è un precedente, e non è per niente rassicurante.
Editori in ritirata: la strategia cambia
La crisi attuale ricorda da vicino il crollo del traffico proveniente dai social: negli ultimi tre anni, i referral da Facebook sono diminuiti del 43% e quelli da X (ex Twitter) del 46%. Di fronte a questi numeri, gli editori hanno praticamente alzato bandiera bianca su quelle piattaforme.
E oggi, con la minaccia dell’IA, stanno correndo ai ripari ripensando completamente il loro approccio. Si abbandonano i contenuti “evergreen” e il giornalismo di servizio, quelli facili da riassumere per un chatbot, per puntare su ciò che una macchina non può replicare: inchieste originali, reportage sul campo, analisi approfondite e storie con un forte taglio umano.
Parallelamente, si investe sempre di più su video e audio. YouTube è diventato il nuovo terreno di conquista, mentre i podcast continuano a guadagnare terreno, perché offrono un tipo di connessione che il testo da solo, spesso, non riesce più a garantire.
Ma creare contenuti di qualità e produrre video costa.
E se il traffico cala, come si pagano i conti?
Tra abbonamenti e patti col “nemico”
La risposta non è semplice.
La priorità assoluta per il 76% degli editori rimane quella di spingere su abbonamenti e membership, cercando di costruire una relazione diretta e solida con il proprio pubblico. Ma sta emergendo una seconda via, tanto interessante quanto controversa: gli accordi di licenza con le aziende di intelligenza artificiale.
L’interesse verso questo tipo di accordi è quasi raddoppiato, da quando OpenAI, Google e altre big tech hanno iniziato a mettere sul piatto cifre importanti per poter usare i contenuti editoriali per addestrare i loro modelli. In pratica, si cerca di farsi pagare da chi ti sta, di fatto, togliendo visibilità.
Un paradosso, non trovi?
Anche se la maggior parte degli editori la considera una fonte di reddito minore, è un segnale chiaro che le regole del gioco sono ancora tutte da scrivere.
Nel frattempo, la fiducia nel futuro del giornalismo è ai minimi storici, crollata dal 60% al 38% in soli tre anni. Resta da vedere come si evolveranno i rapporti di forza tra chi crea l’informazione e le piattaforme che la distribuiscono (o la riassumono).
Una cosa però è certa: una macchina potrà anche darti una risposta rapida, ma solo un essere umano può raccontarti una storia capace di restare impressa.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire.
