James Keene si è dichiarato colpevole di associazione a delinquere finalizzata alla distribuzione di droga ed è stato condannato a dieci anni di prigione nel 1997. Ventotto anni dopo, tra il 24 maggio e il 27 giugno 2025, almeno quattro AI Overviews di Google — i riquadri generati dall’intelligenza artificiale che appaiono in cima ai risultati di ricerca — contenevano dichiarazioni false in risposta a ricerche sul suo nome. Quattro falsità in trentaquattro giorni. La vicenda è ricostruita nella denuncia per diffamazione per se depositata da Keene ed è diventata un banco di prova per il Primo Emendamento applicato alle allucinazioni generative.
Keene ha presentato reclamo a Google per le dichiarazioni false in tre occasioni: il 27 maggio 2025, il 31 maggio 2025 e dopo il 27 giugno 2025. Il 30 luglio 2025 ha depositato la causa presso la Circuit Court of Cook County. Google ha rimosso la causa in tribunale federale il 22 settembre 2025, scegliendo un campo di battaglia diverso. A distanza di un anno, la domanda non è più se Google abbia sbagliato. È se quelle false dichiarazioni, davanti a un giudice, contino come pubblicazione.
La linea di difesa di Google e i precedenti che la contraddicono
Google non ha negato l’errore. Ha scelto un’altra strada: sostenere che l’intelligenza artificiale non «pubblica» nulla. Nella causa intentata da Robby Starbuck — accuse analoghe — la difesa di Google si è basata su tre argomenti di common law: l’IA non ha «pubblicato» le dichiarazioni perché gli utenti le hanno attivate tramite query; nessuna persona specifica è stata identificata come qualcuno che abbia visto o fatto affidamento sugli output; e gli strumenti erano sperimentali e dotati di avvisi di inesattezza. La mozione per respingere è stata analizzata da The Regulatory Review in un’analisi del caso Starbuck.
La posizione di Google, però, non regge il confronto con quanto deciso in Europa. Un tribunale tedesco ha stabilito che la protezione dalle dichiarazioni false non si applica quando i motori di ricerca integrano sistemi di IA generativa, rendendo le aziende responsabili dei contenuti prodotti. Lo riporta Wired. Un tribunale di Monaco ha raggiunto una conclusione simile già prima della sentenza Keene, confermando una tendenza giudiziaria globale contro la protezione dei riassunti generati dall’IA come semplici contenuti di terzi.
Anche negli Stati Uniti il fronte non è monolitico. La decisione Walters v. OpenAI, LLC — la più sviluppata fino ad oggi — ha respinto la responsabilità per le allucinazioni del chatbot ritenendo che il contenuto mancasse di «significato diffamatorio» e che il convenuto non avesse lo stato mentale richiesto. La segnala JDSupra nell’analisi della prima ondata di cause contro i chatbot.
Il conflitto è strutturale. Se l’interpretazione di Google dovesse prevalere, il Primo Emendamento finirebbe per proteggere i laboratori di IA nella commercializzazione e nel rilascio di modelli pericolosi o difettosi, senza possibilità di rivalsa. È la conclusione di un’analisi pubblicata questo mese sulla Harvard Law Review: «If this view prevails, the First Amendment would empower AI labs to market and release dangerous, defective models with impunity». Se l’IA non «pubblica», quale spazio resta per la responsabilità?
La posta in gioco per chi pubblica (e per chi viene descritto)
Il fronte non è solo americano, e non riguarda solo Google. Le cause recenti contro Google, Meta e OpenAI confermano che le allucinazioni dell’IA non sono più ipotetiche: stanno arrivando in tribunale. OpenAI è sotto accusa nel caso Walters v. OpenAI, mentre Meta affronta la causa di Robby Starbuck per la stessa categoria di accuse di diffamazione da allucinazioni del chatbot. Stessi algoritmi, stessa incertezza.
Per chiunque pubblichi contenuti online — editori, aziende, semplici persone citate da sistemi di intelligenza artificiale — la posta in gioco è concreta. Se un’AI Overviews descrive falsamente la tua azienda in una ricerca, chi risponde? Se un chatbot genera una dichiarazione diffamatoria su di te, a chi ti rivolgi? Le sentenze che stanno emergendo in Europa dicono una cosa; le difese delle big tech ne dicono un’altra. Ma una conseguenza è già chiara: il confine tra «contenuto di terzi» e «contenuto pubblicato» è esattamente ciò che i tribunali stanno ridisegnando.
La prossima volta che un’IA genera un contenuto falso su di te o sulla tua azienda, la domanda non sarà se l’algoritmo ha sbagliato, ma se qualcuno è legalmente tenuto a rispondere. La risposta sta arrivando da un tribunale.
