La doppia personalità dell’IA di Google: perché AI Mode e AI Overviews usano fonti diverse

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.

Contattaci ora →

Svelato il mistero: le risposte dell’AI di Google cambiano a seconda dello strumento utilizzato, con fonti diverse ma significato simile, aprendo scenari inediti per la SEO

Un'analisi di Ahrefs rivela una profonda spaccatura nell'IA di Google: AI Mode e AI Overviews, pur fornendo risposte simili, citano fonti diverse in quasi il 90% dei casi. Questa sorprendente incoerenza, estesa anche alle singole sessioni, introduce una volatilità senza precedenti nel mondo della SEO, rendendo la visibilità organica una vera e propria lotteria basata sull'autorevolezza.

Il grande scollamento: stesse risposte, fonti diverse

Mettiamola in numeri, perché sono quelli che parlano chiaro. Secondo un’analisi approfondita di Ahrefs su oltre 730.000 ricerche, AI Mode e AI Overviews hanno citato le stesse identiche fonti solo nel 13% dei casi.

Pensa un attimo a questo dato: per quasi nove volte su dieci, per la stessa identica domanda, i due sistemi scelgono fonti differenti per costruire la loro risposta.

La vera sorpresa, però, non è tanto in quello che dicono, ma da dove prendono le informazioni.

Lo studio ha infatti rivelato che, nonostante questa enorme divergenza nelle fonti, il significato delle risposte generate è straordinariamente simile, con un punteggio di somiglianza semantica dell’86%. In pratica, Google ti sta dicendo la stessa cosa, ma una volta si basa su Tizio e la volta dopo su Caio.

Una scelta che, francamente, sembra più dettata dal caso che da una logica precisa.

Ma se il succo del discorso è lo stesso, perché questa schizofrenia nelle citazioni?

La risposta sta nel fatto che le due intelligenze artificiali sembrano avere “gusti” e abitudini molto differenti.

Due IA, due “palati” diversi per le fonti

Scavando più a fondo, si scopre che ogni sistema ha le sue preferenze. L’AI Mode, per esempio, sembra avere una predilezione per Wikipedia, citandola quasi il 30% delle volte, a differenza delle AI Overviews che si fermano al 18%.

E non è tutto: Quora viene tirato in ballo dall’AI Mode 3,5 volte più spesso, e i siti a tema salute vengono usati il doppio.

È come se un’intelligenza artificiale preferisse le enciclopedie e i forum, mentre l’altra si affidasse a un mix diverso di fonti.

Oltre ai “gusti”, cambiano anche le dimensioni.

Le risposte dell’AI Mode sono in media quattro volte più lunghe e dettagliate di quelle fornite dalle AI Overviews, quasi a voler dimostrare di aver studiato di più.

Questo solleva un dubbio legittimo: stiamo assistendo a una raffinata strategia in cui ogni strumento è ottimizzato per un compito diverso, oppure è semplicemente il sintomo di un’orchestra in cui gli strumenti non sono ancora ben accordati tra loro?

Il problema, però, si fa ancora più serio quando ci si accorge che questa incoerenza non riguarda solo il confronto tra due strumenti diversi, ma affligge anche lo stesso strumento, sessione dopo sessione.

L’incostanza come nuovo standard? le implicazioni per chi fa SEO

Se l’incoerenza tra AI Mode e AI Overviews è già un bel grattacapo, la situazione si complica ulteriormente. Come descritto da Search Engine Journal in un altro report, l’AI Mode di Google mostra risultati largamente differenti anche quando si ripete la stessa identica ricerca a distanza di poco tempo. Su 10.000 parole chiave analizzate, le fonti citate sono cambiate nel 91% dei casi tra una ricerca e l’altra. Nel 21% dei casi, non c’era nemmeno una fonte in comune.

Per chi lavora con la SEO e per le aziende che investono per guadagnare visibilità, questo è un vero e proprio cambio di paradigma. Significa che la stabilità dei ranking tradizionali sta lasciando il posto a una visibilità fluida, quasi effimera, dove essere citati dall’IA diventa una lotteria. In questo apparente caos, l’unica certezza è che l’autorevolezza, la fiducia e l’esperienza (il famoso E-E-A-T di Google) sembrano essere i fattori che più di altri spingono l’IA a scegliere una fonte anziché un’altra.

La domanda che sorge spontanea è: questa volatilità è un difetto di gioventù dell’IA di Google, destinato a risolversi, o è la nuova normalità con cui dovremo tutti imparare a convivere?

Una cosa è certa: il terreno di gioco è cambiato, e le vecchie mappe non sembrano più così affidabili.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

20 commenti su “La doppia personalità dell’IA di Google: perché AI Mode e AI Overviews usano fonti diverse”

  1. L’autorevolezza diventa una lotteria. E noi a produrre contenuti, sperando di pescare il biglietto vincente. Non siamo professionisti, siamo giocatori d’azzardo. Che desolazione.

  2. Chiamarla lotteria è un eufemismo. Mi pare il solito sistema per rendere il nostro lavoro irrilevante, costringendoci a produrre all’infinito per un algoritmo che sceglie le fonti tirando una monetina. Alla fine, l’unica autorevolezza che conta è sempre e solo la loro.

  3. Siamo come dei moderni Sisifo, spingiamo il nostro masso di contenuti su per la china della SERP, solo per vederlo rotolare indietro per il capriccio di un dio digitale. Resta solo la fatica del gesto.

    1. Sara Benedetti, almeno Sisifo aveva una routine stabile. Noi paghiamo per spingere un masso che cambia forma e peso ogni giorno. Un abbonamento alla fatica.

    2. Veronica Napolitano

      Sara Benedetti, Sisifo almeno aveva un compito chiaro. Noi spingiamo fuffa sperando che l’algoritmo sia di buon umore. Una perdita di tempo ben retribuita, almeno per adesso.

  4. Beatrice Benedetti

    Più che una lotteria, mi pare un generatore di risposte casuali che cita fonti in modo randomico. Qualcuno ha controllato se la macchina è collegata?

    1. Giorgio Martinelli

      Beatrice Benedetti, questa imprevedibilità che tu citi mi pare una feature, non un bug; ci spinge a creare contenuti talmente validi che prima o poi, per pura statistica, una delle IA ci becca.

  5. Abbiamo costruito cattedrali di dati su fondamenta di logica, ma ora il terreno stesso cambia forma. Come si può progettare un percorso su sabbie mobili?

  6. Alessandro Parisi

    Chiamarla “doppia personalità” è un’elegante metafora per quello che sembra un caos calcolato, pensato per invalidare l’autorevolezza costruita con fatica. Stanno semplicemente preparando il terreno per rendere la visibilità un privilegio da acquistare, non più un merito da guadagnare sul campo.

    1. Clarissa Graziani

      Alessandro, il merito diventa una valuta di scambio. Noi scrittori ci illudiamo ancora di coniare moneta con le parole; che ingenuità la nostra.

    2. Alessandro Parisi, non lo chiamerei caos, ma il banco che rimescola le carte a partita in corso, invalidando ogni puntata per vendere fiches nuove.

  7. Più che doppia personalità, un calcolo che ci esclude. L’autorevolezza diventa irrilevante, la visibilità una concessione algoritmica. Non stiamo costruendo il futuro del lavoro, ma il suo epitaffio. Serve ancora a qualcosa creare contenuti di valore?

  8. Suvvia, non è schizofrenia. È il casinò di Google, dove il banco vince sempre. Il nostro lavoro non è più creare contenuti, ma comprare le fiches giuste. Chissà quanto costano.

    1. Andrea Ruggiero

      Paolo Fiore, più che un casinò, un prestigiatore che ti sfila il portafoglio sorridendo. Le fiches non hanno prezzo, sono un’illusione. Ti vendono il biglietto per uno spettacolo dove a sparire dal cilindro sei tu, non il coniglio.

    2. Paolo Fiore, adoro la metafora del casinò, anche se io sarei quello che si siede al tavolo senza conoscere le regole. Prima creavi il contenuto e puntavi, ora sembra che il croupier si diverta a cambiare le carte in tavola. Ma queste fiches dove si comprano?

  9. Elisa Marchetti

    Parlare di ‘doppia personalità’ è un tocco poetico per descrivere un algoritmo che tira i dadi. L’unica certezza è l’incertezza del 90%, un dato che ci regala sonni tranquilli. La visibilità online è diventata una scommessa, non un’analisi di mercato.

    1. Elisa, altro che poesia: è schizofrenia conclamata. Un Giano bifronte che ci vende l’illusione del controllo mentre rimescola il mazzo. Ogni mia certezza sulle analisi di mercato sta crollando come un castello di carte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi i migliori aggiornamenti di settore