Google nega di gonfiare i prezzi su AI Mode (ma sarà vero?)

Anita Innocenti

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Tra rassicurazioni e timori, l’azienda nega aumenti di prezzo occulti, ma le autorità di regolamentazione restano vigili sull’uso dell’IA nel commercio online.

Google nega fermamente di usare l'IA per gonfiare i prezzi, definendo l'"upselling" un modo per proporre prodotti migliori, non più costosi. L'azienda promette trasparenza, ma la sua difesa appare debole. Con le autorità di USA e Regno Unito che stringono la morsa sul suo monopolio, la fiducia nel gigante tecnologico è ai minimi termini.

Google si difende: “Nessun prezzo gonfiato con l’IA”. Ma possiamo fidarci?

Google ha messo le cose in chiaro, o almeno ci ha provato. Di fronte a un’ondata di critiche che la accusavano di voler usare l’intelligenza artificiale per farci pagare di più, l’azienda ha risposto con un secco “no”.

La polemica è nata attorno al concetto di “upselling personalizzato” nelle nuove esperienze di acquisto integrate in Gemini e nella ricerca. Molti, inclusa la senatrice americana Elizabeth Warren, hanno subito pensato al peggio: un’IA che analizza le tue conversazioni per proporti lo stesso prodotto a un prezzo più alto, solo perché sa che puoi permettertelo.

Google, però, ha negato tutto, affermando con forza che “proibiamo categoricamente ai commercianti di mostrare su Google prezzi più alti di quelli presenti sul loro sito.

Punto.

Una difesa a spada tratta, con tanto di controlli automatici per scovare i furbetti. Eppure, quando un colosso come Google parla di personalizzazione e prezzi, è normale che a qualcuno si accendano le antenne.

L’upselling è solo una scusa?

Diciamocelo, il termine “upselling” suona male.

Google si è affrettata a spiegare che nel gergo del commercio significa semplicemente proporti un’opzione di qualità superiore, non gonfiare il prezzo dello stesso articolo. Anzi, l’azienda sostiene che il suo programma pilota “Direct Offers” serve proprio a offrire prezzi più bassi o servizi aggiuntivi, come la spedizione gratuita.

Tutto questo mentre, parallelamente, sta espandando le sue policy sulle promozioni per includere, ad esempio, sconti sugli abbonamenti e cashback, come descritto da Search Engine Land. L’intenzione sembra quella di rendere l’esperienza d’acquisto più fluida e vantaggiosa.

Il dubbio però resta: in un mondo dove l’IA può prevedere i nostri desideri, il confine tra “consigliarti un prodotto migliore” e “spingerti a spendere di più” diventa pericolosamente sottile.

E mentre Google si affanna a rassicurare tutti, le autorità di regolamentazione di mezzo mondo non stanno certo a guardare.

La stretta dei regolatori: il gigante è con le spalle al muro

La controversia sui prezzi arriva in un momento a dir poco delicato per Google. Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia, dopo una sentenza che ha definito l’azienda un monopolio illegale nella ricerca, ha proposto misure piuttosto severe, come impedirle di usare i risultati di ricerca per favorire i propri servizi.

E non è finita qui.

Anche nel Regno Unito le cose si mettono male: l’autorità per la concorrenza ha affibbiato a Google uno “status di mercato strategico”, aprendo la porta a regole molto più rigide su come gestisce la sua ricerca, incluse le nuove funzioni basate sull’IA.

La questione, quindi, va ben oltre il carrello della spesa.

Il vero punto è se un attore così dominante possa integrare strumenti tanto potenti come l’IA in modo equo e trasparente.

La risposta che daranno i regolatori potrebbe cambiare le regole del gioco per tutti, e forse costringere Google a dimostrare con i fatti, e non solo a parole, di essere davvero dalla parte del consumatore.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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