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L’azienda americana punta sul paese asiatico per sviluppare il futuro dell’intelligenza artificiale, sfruttando il suo enorme potenziale di utenti e talenti
Sundar Pichai celebra l'India come la prossima superpotenza dell'intelligenza artificiale. Dietro la retorica visionaria si cela una strategia pragmatica: miliardi di dollari in infrastrutture e formazione per assicurarsi che il futuro mercato dell'AI parli con un accento indiano, ma sotto la bandiera di Google. Una scommessa calcolata per dominare il più grande mercato tecnologico emergente del mondo.
Pichai punta tutto sull’India: il futuro dell’AI si scrive a Nuova Delhi?
Sundar Pichai, il numero uno di Google e Alphabet, non ha usato mezzi termini durante l’India AI Impact Summit: l’intelligenza artificiale è “il più grande cambio di piattaforma della nostra vita”. E per essere ancora più chiaro, ha aggiunto un tocco personale, affermando che “nessuna tecnologia mi fa sognare più in grande dell’AI”.
Belle parole, certo.
Ma dietro questo entusiasmo c’è una strategia ben precisa che vede l’India non solo come un mercato gigantesco, ma come un vero e proprio laboratorio globale per il futuro dell’intelligenza artificiale.
L’India come “full-stack AI player”: una scommessa o una certezza?
Secondo Pichai, l’India ha le carte in regola per diventare un “full-stack AI player”.
Cosa significa?
In pratica, non sarà solo un enorme bacino di utenti, ma un attore protagonista che costruisce la tecnologia e ne definisce le regole a livello mondiale.
Una visione ambiziosa, che Pichai paragona al movimento Digital India di dieci anni fa, lasciando intendere che siamo di fronte a un’altra rivoluzione. Come descritto dal Times of India, il messaggio è chiaro: Google vuole essere il partner principale in questa trasformazione.
Ma perché proprio l’India?
La risposta sta nei suoi “vantaggi fondamentali”: un ricchissimo panorama linguistico, un’infrastruttura digitale pubblica tra le più avanzate al mondo e, soprattutto, oltre un miliardo di potenziali utenti.
Messa così, più che una partnership sembra una mossa strategica quasi obbligata per chiunque voglia dominare il mercato tecnologico del futuro.
Dopotutto, le grandi visioni sono affascinanti, ma si poggiano sempre su numeri molto concreti.
E i numeri, in questo caso, sono dalla parte dell’India.
Miliardi sul tavolo: non solo parole, ma infrastrutture e formazione
Parliamoci chiaro: le grandi visioni hanno bisogno di fondamenta solide, e in questo caso le fondamenta sono fatte di miliardi di dollari.
Google ha infatti confermato un investimento da 15 miliardi di dollari per un hub AI su scala gigawatt a Visakhapatnam. Non solo, ha lanciato l’iniziativa “America-India Connect”, che prevede la posa di nuovi cavi sottomarini in fibra ottica per potenziare la connessione digitale.
Come riportato sul blog di Google, questo hub dovrebbe diventare un punto di accesso per la connettività internazionale e un motore per la creazione di posti di lavoro.
Ma l’infrastruttura da sola non basta.
Serve chi la sa usare.
Per questo, Google ha annunciato programmi di formazione ambiziosi, come un nuovo certificato professionale sull’AI, e partnership con il settore pubblico e scolastico.
Si parla di una collaborazione con Karma Yogi Bharat per fornire infrastrutture cloud a una piattaforma che supporta oltre 20 milioni di dipendenti pubblici e di un progetto con Atal Tinkering Labs per portare l’AI generativa in oltre 10.000 scuole indiane.
Una mossa che, vista con un po’ di malizia, non solo forma, ma crea anche una generazione di professionisti e utenti già abituati a lavorare con gli strumenti di Google.
E per le persone comuni? L’AI di Google entra nel quotidiano
Tutti questi investimenti e partnership alla fine devono tradursi in qualcosa di tangibile per l’utente finale. Pichai ha sottolineato come alcune applicazioni stiano già prendendo piede.
Gli “AI Overviews”, una delle novità più importanti nella Ricerca Google, sono già disponibili in 35 nuove lingue, e pare che gli utenti indiani siano tra i maggiori utilizzatori globali della ricerca vocale e visiva. Anche l’app Gemini, l’assistente personale di Google, si sta espandendo rapidamente, con il supporto a 10 lingue parlate in India.
Ovviamente, quando si parla di AI, la domanda sorge spontanea.
Che ne sarà dei posti di lavoro?
Pichai ha dato la risposta che ci si aspetta in questi casi: l’AI “rimodellerà innegabilmente la forza lavoro”, automatizzando alcuni ruoli, facendone evolvere altri e creando carriere completamente nuove. Una visione diplomatica che riconosce il cambiamento senza però offrire soluzioni definitive.
In questo grande piano, Pichai ha anche trovato il tempo di lodare Sarvam AI, una startup indiana, un segnale che riconosce l’innovazione locale.
Resta da vedere se questa “democratizzazione” dell’AI, come la definisce Google, sarà una vera opportunità per tutti o se, alla fine, il banco lo terrà sempre e solo la Silicon Valley.

Hanno finito i mercati da spremere, ora industrializzano i sogni delle persone.
Un altro grande sogno che si traduce in un imbuto di conversione planetario. Alla fine, il mio lavoro in piccolo è quasi più poetico.
I sogni dei CEO sono imbuti ben progettati per canalizzare il potenziale di un continente verso un unico data center, il che mi lascia con la fastidiosa domanda su dove sia l’uscita di emergenza.
I sogni dei CEO sono il solito velo poetico steso sopra i bilanci trimestrali. L’intelligenza artificiale con un accento indiano non è una visione, ma una colonizzazione di mercato con bandiera altrui. Quando inizieremo a chiamare le cose con il loro vero nome?
Sara Benedetti, il nome è “business”. Un’azienda porta la musica, un paese mette la pista da ballo. Tutti ballano. Chiamarla colonizzazione mi sembra un modo triste di vedere una festa.
I sogni dei CEO sono finanziati dai dati di tutti. Una forma di mecenatismo non richiesto che genera profitti, non certo arte.
Giuseppina Negri, i miei sogni sono diversi. Non sono finanziati dal furto di dati.
I sogni dei CEO sono costruiti sui dati di miliardi di persone. Praticamente siamo i mattoncini per le loro cattedrali. Almeno ci dessero un buono pasto.
Riccardo De Luca, altro che mattoncini. Siamo le fondamenta invisibili delle loro fortune. Il buono pasto? Non ci restituirebbe neanche un briciolo della nostra privacy.
Le aziende piantano bandiere, non coltivano sogni. Un grande sogno con un indirizzo preciso. Qual è il prezzo di questo biglietto d’ingresso?
Andrea, il biglietto d’ingresso lo paghiamo con la nostra irrilevanza programmata. Ci danno un posto in prima fila per la fine del mondo, ma con un’interfaccia utente stupenda. Un vero affare, direi.
Più che un sogno sembra una colonizzazione 2.0 con un ufficio stampa migliore.
Paola Caprioli, il loro sogno è il nostro sonno. Svegliarsi è una scelta individuale.
Walter, poca scelta individuale quando il gioco è già truccato, non le pare?
Altro che sogni, è un’opa sul futuro. E noi a creare format inutili.