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Contattaci oraIl programma pilota riconosce il valore dei contenuti degli editori, ma i pagamenti avvengono solo per i contributi “espressivi” e con criteri di calcolo che restano un segreto aziendale
Google ha lanciato l'“AI contribution pilot”, un programma su invito per compensare gli editori i cui contenuti formano le risposte di Gemini. Tuttavia, la mossa appare più un contentino che una vera soluzione: i pagamenti sono minimi, i criteri opachi e la distinzione tra output “espressivo” e “non espressivo” sembra solo una scusa per non pagare.
Google ti paga per l’AI? non è così semplice
Google, quasi in sordina, sta testando un nuovo programma che potrebbe cambiare le carte in tavola per chi produce contenuti. Si chiama “AI contribution pilot” ed è, in sostanza, un tentativo di pagare gli editori quando i loro articoli contribuiscono in modo significativo a creare le risposte generate dall’intelligenza artificiale in Gemini e nelle AI Overviews.
L’iniziativa, accessibile solo su invito tramite Search Console, mostra ai partecipanti un nuovo pannello con i “guadagni AI”, una cifra mensile che, sulla carta, dovrebbe premiare il valore del loro lavoro.
Ma attenzione, non è così diretto come sembra.
Non basta essere citati come fonte o usati per una rapida verifica dei fatti. Per vedere qualche soldo il tuo contenuto deve aver davvero plasmato la risposta dell’AI, averle dato la sostanza. Se il tuo articolo serve solo come pezza d’appoggio o come link finale, non riceverai nulla.
Una distinzione sottile, ma che fa tutta la differenza del mondo.
Ma la vera domanda, quella che tutti si fanno, è: quanto paga Google?
E soprattutto, come lo calcola?
Beh, qui le cose si complicano, perché la formula è un mistero assoluto, un algoritmo chiuso a doppia mandata nei server di Mountain View.
La distinzione che fa comodo a Google: “espressivo” contro “non espressivo”
Il vero nocciolo della questione, quello che svela la strategia di Google, sta nella differenza che l’azienda sta cercando di imporre tra output “espressivi” e “non espressivi”.
Un’analisi di Digiday ha messo in luce proprio questa strategia.
In pratica, Google dice: se ti cito con un bel link e il tuo brand è visibile (output “espressivo”), allora potrei pagarti.
Se invece uso le tue informazioni per creare una risposta generica senza nominarti, mescolando i tuoi dati con mille altre fonti per dare una risposta secca all’utente (output “non-espressivo”), allora non ti devo nulla.
Peccato che gran parte delle AI Overviews rientri proprio in questa seconda categoria.
Risposte immediate che soddisfano l’utente, ma che di fatto cannibalizzano il traffico che prima arrivava diretto ai siti degli editori. Google, con questo programma pilota, sta cercando di creare un precedente: ti pago solo quando decido io che il tuo contributo è “espressivo”, mentre per tutto il resto, ossia per l’addestramento e l’arricchimento continuo dei suoi modelli, considera i tuoi contenuti come una risorsa gratuita da cui attingere.
E come se non bastasse, per i pochi eletti che partecipano al programma, la trasparenza è un miraggio.
Cosa vedono gli editori: una scatola nera con qualche spicciolo dentro
Chi è stato invitato nel programma pilota si trova di fronte a un semplice widget nella Search Console: il nome del programma e una cifra mensile.
Punto.
Nessun dettaglio su quali pagine abbiano generato quei guadagni, quali query abbiano attivato il pagamento o come sia stato calcolato l’importo.
È una scatola nera.
Non puoi sapere quali contenuti funzionano, quali argomenti premia l’IA, niente di niente. Non puoi ottimizzare, non puoi creare una strategia, puoi solo accettare la cifra che Google decide di darti.
La reazione della comunità di editori e professionisti SEO è un misto di speranza e profondo scetticismo, come scrive Search Engine Journal.
Da un lato, è il primo riconoscimento tangibile che i contenuti di qualità hanno un valore economico per l’IA di Google. Dall’altro, i dubbi sono enormi.
Questi pagamenti basteranno a compensare la perdita di traffico causata dalle AI Overviews?
È un primo passo verso un’equa compensazione o solo un contentino per zittire le lamentele mentre il traffico viene eroso dalle risposte dirette dell’IA?
La sensazione è che Google stia definendo le regole di un gioco in cui, ancora una volta, è lei a tenere in mano tutto il mazzo.

Pagamento è una parola grossa. È un test per capire la nostra soglia del dolore con due spicci. Un dato in più per la loro trimestrale, nient’altro.
Renata, più che “soglia del dolore” la chiamerei la calibrazione del nostro guinzaglio digitale. Ci stanno addestrando ad accettare le briciole prima di sostituirci con un prompt. Quanto ci metteremo a pagare noi per essere visibili?
@Renata Bruno, esatto. Un test per misurare quanto costa la nostra resa. Fa paura.
Illusi. Questo non è un pagamento, è un data point per Google. Misurano il prezzo della vostra sottomissione. Briciole oggi in cambio dell’intera filiera domani. Il gioco è questo, chi non lo capisce ha già perso.
Raga, meno piagnistei. Non è un furto, è un beta test. Google sta solo cercando il giusto CPM per i contenuti. Il vero sbatti è capire come entrare nel loro funnel, non lamentarsi.
Melissa Benedetti, la tua analisi del “funnel” è tenera. Non stanno cercando un prezzo, stanno misurando la nostra soglia del dolore. È un esperimento per vedere quante briciole raccoglieremo prima di dimenticare che una volta sedevamo a tavola. Quanto ci mettiamo a scodinzolare?
Il gigante ci ruba la voce. Poi ci paga per l’eco. Una mancia per il nostro fantasma. Ci serve un nuovo spartito, no?
Alessio De Santis, il gigante ci ha resi donatori di organi per la sua creatura, pagandoci il disturbo con un buono pasto. Quale spartito si può scrivere quando ti hanno espiantato l’anima?
Sabrina Coppola, non scriviamo più spartiti. Siamo diventati il combustibile per la loro macchina. Il punto non è cosa scrivere, ma come smettere di bruciare per loro e iniziare a incendiare il sistema. Altro che buono pasto, meritano le fiamme.
Alessio De Santis, il nuovo spartito è un’illusione per farci credere di suonare ancora, mentre l’unica melodia è il loro algoritmo che impara a sostituirci. Quando smetteremo di dargli le note?
La discussione sul compenso è un diversivo. Non pagano il contenuto, pagano il permesso di analizzarlo. È come dare una caramella per farsi misurare la casa. Poi ne costruiscono una identica, senza più chiedere il permesso a nessuno.
Eva Fontana, esatto. Ti danno due lire per le planimetrie di casa tua. Domani te la trovi su Airbnb, gestita da loro. Mi vengono i brividi.
Diamo i nostri mattoni per il loro castello digitale. In cambio, ci offrono la polvere che cade. Chiamano ‘espressivo’ solo il mattone che brilla di più?
Questa elemosina, mascherata da ‘contributo’, è il contentino con cui il sovrano decide quali parole valgono una moneta e quali sono solo mattoni per il suo impero. Mi chiedo quando smetteremo di ringraziare chi ci compra un pezzetto alla volta.
Alice, il sovrano non ti compra: ti concede l’onore di lucidargli il trono con le tue parole, regalandoti la polvere d’oro che resta sul panno. E dovremmo pure dire grazie?
Loro decidono il valore del nostro lavoro con algoritmi segreti, ma ci assicurano che è per il nostro bene. Mi chiedo solo quale sia la commissione che la piattaforma si tiene per questa gentilezza.
Isabella, la loro gentilezza fissa il prezzo d’acquisto della nostra competenza. Diventiamo una commodity a basso costo. Il mio posizionamento, però, ha un listino diverso.
State a fa’ un dramma. È un algoritmo, si allinea. L’importante è il flusso.
Ci usano come carburante e ci offrono il fumo. Questa non è una collaborazione, è un’elemosina. Il nostro lavoro merita rispetto, non calcoli segreti.
Questa roba dei pagamenti opachi è un bel grattacapo. Da analista, se non vedo i dati, non mi fido. La vera questione è definire il valore reale di un contenuto. È un dibattito che ci accompagnerà ancora per un bel po’.
@Elena Negri Ci offrono le briciole della torta che abbiamo preparato noi, e pretendono pure che non chiediamo la ricetta. Quando smetteremo di mendicare?
La solita beneficenza calcolata per tenere buoni gli editori mentre li svuotano di valore. Mi chiedo con quali criteri decidano chi merita le loro mance.