Google vuole leggerti nel pensiero: la nuova ricerca AI analizza email e foto

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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L’assistente personale di Google fruga tra le email e le foto degli utenti per fornire suggerimenti iper-personalizzati, sollevando interrogativi sulla privacy e il controllo dei dati.

Google potenzia la sua ricerca con "Personal Intelligence", una funzione AI che analizza email e foto per offrire risposte su misura. Se da un lato la comodità è evidente, dall'altro emergono forti dubbi sulla privacy. La mossa, strategica per blindare l'ecosistema Google, scambia dati personalissimi per un'esperienza utente iper-personalizzata, sollevando un dibattito sul futuro del web.

Google vuole leggerti nel pensiero (e nelle email)

Google ha deciso che non le basta più sapere cosa cerchi; ora vuole sapere chi sei, cosa ti piace e persino cosa hai fatto durante le ultime vacanze.

Con la nuova funzione “Personal Intelligence“, integrata nella sua modalità di ricerca con IA, l’asticella della personalizzazione si alza a un livello che, diciamocelo, inizia a fare un po’ impressione.

Per ora la novità è riservata agli abbonati dei piani AI Pro e Ultra negli Stati Uniti, ma la direzione è chiara: trasformare la ricerca in un assistente personale che sa tutto di te.

Come funziona?

Semplice: se tu glielo permetti, l’intelligenza artificiale di Google (Gemini 3) andrà a pescare informazioni direttamente dalle tue email su Gmail e dalle tue foto su Google Photos per darti risposte che sembrano cucite su misura per te.

Stai pianificando un viaggio? L’IA può trovare la prenotazione del tuo hotel in una mail, notare dalle foto che ami il gelato e suggerirti la gelateria migliore vicino a dove alloggerai.

Come descritto sul blog ufficiale di Google, l’IA agisce “come un personal shopper che conosce già il tuo itinerario e l’atmosfera che stai cercando”.

Ma come fa esattamente a mettere insieme i pezzi della tua vita digitale?

E, soprattutto, qual è il prezzo da pagare per questa comodità?

Il meccanismo (svelato) e la vera partita di Big G

Il funzionamento, a livello pratico, è un’orchestrazione di tutti i servizi Google. Quando attivi la Personal Intelligence, autorizzi l’IA a collegare i puntini tra la cronologia di YouTube, le ricerche che fai, le conversazioni via email e i ricordi immortalati nelle foto. La faccenda, però, è più profonda di un semplice suggerimento per le vacanze.

Con questa mossa, Google non sta solo migliorando un servizio, ma sta blindando il suo intero mondo. Ti offre una comodità tale, basata sull’interconnessione dei suoi prodotti, che abbandonare Gmail o Google Photos per passare a un concorrente diventerebbe molto più “costoso” in termini di esperienza utente.

È una mossa strategica che, come sottolinea TechCrunch, sfrutta la sua posizione dominante per creare esperienze che i concorrenti faticano a replicare. In pratica, più dati personali gli fornisci, più il servizio diventa indispensabile.

Tutto molto comodo, certo.

Ma la domanda che tutti si fanno è una: e la nostra privacy che fine fa in tutto questo?

La privacy è salva (almeno sulla carta)

Google mette le mani avanti e assicura che la privacy è una priorità. La funzione è “opt-in”, quindi devi essere tu ad attivarla consapevolmente, e puoi disconnettere le app in qualsiasi momento. La promessa più grande è che i tuoi dati personali contenuti in Gmail e Foto non vengono usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale.

L’addestramento si limita alle domande che poni e alle risposte che l’IA genera usando quei dati. Una distinzione sottile, ma su cui l’azienda punta molto per rassicurare gli utenti. L’interfaccia mostrerà notifiche come “Checking Connected Apps” per segnalare quando sta pescando informazioni dalle tue app, e potrai sempre chiedere una risposta “generica” senza personalizzazione.

Nonostante le rassicurazioni, il dubbio resta:

Stiamo davvero cedendo il controllo delle nostre informazioni più personali in cambio di qualche suggerimento azzeccato?

Il risultato a lungo termine potrebbe essere un web su misura per ogni singolo utente, ma anche un web dove nessuno vede più la stessa cosa. E capire cosa funziona e cosa no, per chi lavora online, diventerà una bella gatta da pelare.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

6 commenti su “Google vuole leggerti nel pensiero: la nuova ricerca AI analizza email e foto”

  1. Ci vendono comodità per profilarci meglio, poi vendono quei profili a gente come me; il cerchio si chiude e la nostra privacy è il costo.

  2. Paolo Pugliese

    La sorpresa collettiva è disarmante. Cediamo volontariamente i nostri dati per un assistente che ci consiglia il ristorante, mentre loro costruiscono un nostro profilo psicologico predittivo. Almeno spero che il mio clone digitale abbia gusti migliori dei miei.

    1. Paolo Pugliese, ma quale sorpresa? Sta roba era scritta. La gente si svende per due cavolate e loro ci mappano il cervello. Lavoro con questi dati ogni giorno. Il punto non sono i gusti del tuo clone, ma chi li controlla.

  3. Il patto è chiaro: loro ci semplificano l’esistenza, noi diventiamo il prodotto finale. Resta da capire fino a che punto siamo disposti a svenderci per la comodità di non dover ricordare un appuntamento.

    1. Alessandro Parisi

      Sara Sanna, il conto lo paghiamo noi, barattando ogni briciolo di autonomia decisionale per la comodità di un assistente che ci conosce fin troppo bene. Io per primo ci casco ogni giorno, perché la pigrizia, alla fine, batte qualsiasi buon proposito.

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