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Google ha smesso di credere a due tag delle sitemap

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il campo priority era già inutilizzato, ora Google rimuove anche changefreq: le sitemap contengono al massimo 50.000 URL

Google ha rimosso il supporto per i tag priority e changefreq nelle sitemap XML, confermando che non li aveva mai davvero usati. La notizia conta perché dimostra che i segnali dichiarati contano meno di quelli osservati: Google verifica la coerenza, non si fida delle priorità autoassegnate. Resta il dubbio sui crawler AI, che spesso non accettano sitemap.

Il campo priority l’hai compilato mille volte, convinto di dare a Google un’informazione in più. Nei giorni scorsi quel campo è stato tolto di mezzo insieme a changefreq. Lo racconta un episodio del podcast Search Off the Record: Google ha rimosso il supporto per i tag priority e changefreq nelle sitemap XML. Il colpo di scena è un altro. Non li aveva mai davvero usati.

La fine ufficiale (di qualcosa che era già morto)

Già nel 2023, Google aveva scritto nero su bianco che il motore non utilizza affatto gli elementi changefreq o priority delle sitemap. Tradotto: per anni abbiamo compilato metadati che venivano letti, forse, e ignorati, quasi certamente. E allora perché aspettare fino al 2026 per rimuoverli? La risposta dice molto su come Google valuta i segnali che gli mandiamo: meno si fida dei dati dichiarati, più osserva ciò che il sito fa davvero.

Il motivo: i segnali dichiarati non battono la realtà osservata

La spiegazione sta in una scelta di fondo. Google non crede ai segnali che dichiari: li verifica. Già nel 2023, gli studi interni citati nel blog ufficiale arrivavano a una conclusione netta: l’elemento priority è un campo fortemente soggettivo e, di norma, non riflette la priorità reale di una pagina rispetto alle altre pagine dello stesso sito. Il numero che inserivi non aggiungeva informazione. Aggiungeva rumore.

Con lastmod il discorso è diverso, ma il principio è lo stesso. La data dell’ultima modifica è un segnale che Google osserva con attenzione, ma solo finché è credibile. Nell’episodio di Search Off the Record si spiega che Google valuta l’affidabilità delle date lastmod e ignora il segnale se è impreciso o abusato. E l’avvertimento del blog del 2023 è ancora più esplicito: se una pagina è cambiata sette anni fa ma nel campo lastmod dichiari che è cambiata ieri, alla fine Google smetterà di credere alla data di ultima modifica delle tue pagine. Non è una minaccia. È il funzionamento di un sistema che premia la coerenza tra ciò che dichiari e ciò che osserva.

Lo stesso vale per gli errori apparenti. Se in Search Console compare un “Couldn’t fetch” su un file XML valido e accessibile, spesso il problema non è di sintassi: può essere la limitazione del carico dell’host o una bassa domanda di scansione collegata alla qualità percepita del sito. Google, in altre parole, non è passato. E il motivo non sta nel file, sta nel resto. Restano intanto i limiti tecnici: una sitemap XML può contenere al massimo 50.000 URL e pesare al massimo 50MB non compressi.

Il paradosso AI: le sitemap non bastano, ma llms.txt non è una sitemap

Qui si apre la porta successiva. Se Google diffida dei segnali dichiarati, cosa succede con i crawler che le sitemap non le accettano proprio? John Mueller, come ha riportato Search Engine Journal, è stato chiaro: i crawler usati per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale di solito non offrono ai proprietari di siti un modo per inviare una sitemap. In parole povere, la mappa che prepari per Google spesso non serve a farti trovare dai sistemi che addestrano le AI.

E qui arriva il paradosso. Da una parte c’è la proposta di /llms.txt, un file in formato Markdown pensato per fornire contenuti adatti agli LLM: come spiega il progetto llmstxt.org, il file può essere collocato nella radice del sito o in qualsiasi percorso interno, coprendo le pagine sotto quel percorso. Dall’altra, c’è un equivoco da evitare: i file LLMs.txt in Markdown non possono sostituire le sitemap XML strutturate per i motori di ricerca. Lo dice l’episodio di Search Off the Record. Sono strumenti diversi, con scopi diversi: la sitemap XML serve a Google, llms.txt serve ad altri tipi di lettori.

Mueller suggerisce una strada più pragmatica per chi vuole farsi trovare dai crawler AI: usare un nome file predefinito o un feed RSS. Non è una soluzione elegante. Ma funziona anche con sistemi che non accettano sitemap: un file con un nome atteso, o un flusso RSS aggiornato, è qualcosa che un crawler può consumare senza istruzioni preliminari. La domanda che resta è se i siti enterprise passeranno da una sitemap “decorativa” a segnali che i crawler AI possono davvero consumare.

Il quadro, alla fine, è più semplice di quanto sembri. Per chi ha già contenuti ben datati e una struttura pulita, la rimozione di priority e changefreq non cambia quasi nulla. Per chi riempiva metadati senza strategia, invece, cambia tutto: quei campi non torneranno utili. L’ottimizzazione non è dichiarare priorità. È rendere i contenuti trovabili e credibili per ogni crawler, Google incluso.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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