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L’IA di Google Search Console promette report semplificati, ma l’eccessiva automazione potrebbe ridurre il controllo sull’analisi dei dati e nascondere la complessità del suo motore interno.
Google introduce in Search Console un assistente AI per creare report con semplici domande, puntando a semplificare l'analisi dati. Sebbene l'idea sia promettente, la funzione è sperimentale e limitata. La mossa appare più un modo per gestire la complessità introdotta dall'AI Mode che un reale passo verso la trasparenza, lasciando i SEO con più dubbi che certezze.
Google Search Console: arriva l’IA per creare report, ma a quale prezzo?
Google continua a spingere sull’acceleratore dell’intelligenza artificiale, e questa volta a finire sotto i riflettori è uno degli strumenti che tu e io usiamo ogni giorno: la Search Console.
Hanno appena annunciato una nuova funzione sperimentale che, a loro dire, dovrebbe semplificarci la vita permettendoci di creare report complessi semplicemente… parlando. O meglio, scrivendo una domanda in linguaggio naturale, come se stessi chiedendo un’informazione a un collega. Insomma, l’idea è quella di trasformare l’analisi dei dati in una chiacchierata.
Sembra quasi troppo bello per essere vero, no?
Basta con i filtri manuali, le metriche da incrociare e le comparazioni di date che ti portano via minuti preziosi. Scrivi quello che vuoi sapere e l’IA configura il report per te.
Ma la vera domanda è: stiamo ottenendo un aiuto concreto o stiamo solo cedendo un altro pezzo del nostro controllo analitico a un algoritmo di cui, in fondo, non conosciamo le logiche?
Come funziona questo “assistente” intelligente
In pratica, questo nuovo strumento ti permette di scrivere richieste come “Mostrami le query su mobile che contengono la parola ‘sport’ negli ultimi 6 mesi” oppure “Confronta il traffico delle mie pagine del blog in questo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”.
Come descritto sul blog ufficiale per gli sviluppatori di Google, l’IA interpreta la tua richiesta e applica in automatico i filtri giusti su metriche come clic, impressioni, CTR medio e posizione media.
Un’automazione che punta a rendere accessibili anche le analisi più complesse a chi ha meno dimestichezza con lo strumento.
Diciamocelo, la mossa è furba.
Google sa bene che l’integrazione dei dati di AI Mode in Search Console, avvenuta a giugno 2025, ha aggiunto un ulteriore strato di complessità.
Quindi, cosa fa?
Ti dà uno strumento basato sulla stessa tecnologia per aiutarti a districarti.
È un po’ come se ti vendessero un problema e poi, a parte, la soluzione.
Il punto è che, mentre l’interfaccia si semplifica, il motore sottostante diventa sempre più una scatola nera.
I limiti e i dubbi che nessuno ti dice
E qui arriviamo alle note dolenti, quelle che Big G tende a mettere in piccolo.
Prima di tutto, la funzione è “sperimentale” e disponibile solo per un numero limitato di siti. Una formula che ormai conosciamo bene e che permette a Google di lanciare novità senza prendersi la piena responsabilità di eventuali errori o imprecisioni. E infatti, ammettono candidamente che “l’IA a volte può interpretare male le richieste”, suggerendo di controllare sempre i filtri applicati.
Insomma, fidarsi è bene, ma non fidarsi è decisamente meglio.
Inoltre, come riportato da Search Engine Land, questo strumento funziona solo per il report sul rendimento della Ricerca, lasciando fuori Discover e News, e non può eseguire azioni come ordinare tabelle o esportare dati. Si tratta quindi di un aiuto parziale, che risolve un problema ma ne lascia intatti molti altri.
E il dubbio più grande resta: se l’obiettivo è semplificare, perché non darci prima di tutto la possibilità di isolare e analizzare chiaramente il traffico proveniente da AI Mode, una richiesta che la community SEO fa da mesi?
Forse perché mostrare l’impatto reale delle sue nuove esperienze di ricerca non è, al momento, una sua priorità.

L’automazione che nasconde i dati non è un buon design. Si baratta il controllo per una finta semplicità. A chi serve davvero questa funzione?
@Francesco De Angelis, il prezzo di questa apparente semplicità è l’atrofia del pensiero critico, un lusso che le piccole imprese, prive di grandi apparati, non possono permettersi. Diventeremo meri esecutori di suggerimenti imperscrutabili?
Ci regalano una scatola nera e la chiamano aiuto. È un calmante per non farci più pensare. Diventiamo spettatori del nostro stesso lavoro.
@Andrea Ruggiero Questa automazione è un cruscotto con spie luminose al posto degli indicatori numerici: segnala il risultato, ma nasconde le cause del funzionamento.
@Andrea Ruggiero La chiamano scatola nera, io la chiamo filtro per i task a basso valore. Se questo strumento allontana i dilettanti dai dati grezzi, per i professionisti diventa solo un vantaggio competitivo. Loro giocano, noi lavoriamo sui numeri che contano.
Offrono un oracolo per non dover più mostrare le viscere della macchina.
Accendono un’altra macchina del fumo, vendendocela come un faro nella nebbia che loro stessi hanno creato.
@Alice Rinaldi Ci vendono la pappa pronta per non farci entrare in cucina a vedere come la preparano. Io però vorrei ancora scegliere gli ingredienti, altrimenti finisce che mangiamo sempre la stessa minestra riscaldata e nessuno capisce più il perché.
Alice Rinaldi, il problema è che il faro proietta solo le immagini che vogliono mostrarci, mentre la nostra nave affonda. E noi paghiamo pure il biglietto per questo spettacolo di illusionismo.
Che bello, uno strumento che pensa al posto mio. Mi sento già più leggera e produttiva. La domanda è: quanto costa liberarsi dal peso della competenza?
L’idea di un assistente che genera report su richiesta sembra una gentilezza, se non fosse che così ci abituano a non guardare più dietro le quinte, dove le vere leve del potere vengono manovrate. Non so se sentirmi assistito o sorvegliato.
Ci mettono in mano i fili di un burattino, ma è la loro mano a muoverlo. Un’altra illusione di controllo per renderci docili, dipendenti. Quando smetteremo di essere solo esecutori di un copione già scritto?
Ci danno una calcolatrice senza insegnarci la matematica, un comodo velo che nasconde la realtà dei numeri. Io voglio ancora vedere cosa c’è dietro.
Carlo, è la solita scatola nera. Ci vendono comodità per toglierci il controllo.
Ci danno l’interprete per la loro scatola nera, così non proviamo più a capire come funziona e dipendiamo dalle sue traduzioni. La mia riflessione è: come fattureremo ai clienti il tempo passato a interrogare un chatbot che mente per design?
Delegare il ragionamento a una macchina è una scorciatoia. Si rischia di perdere l’intuito, quella sensibilità umana che interpreta il dato grezzo. La comodità ci renderà professionisti meno consapevoli?
Renato Graziani, ci vogliono professionisti meno consapevoli, così accettiamo le loro favole senza discutere.
Che premura fornirci un interprete per i loro stessi geroglifici; è una soluzione elegante che non risolve l’opacità del sistema, ma piuttosto addestra i professionisti a smettere di farsi domande sulla scatola nera.
Lorena Santoro, la sua analisi è lucida. Ci consegnano il manuale per decifrare l’oracolo, così da non interrogarlo più. Forse è un bene; le mie domande erano sempre fuori luogo.
Lorena Santoro, ci danno la pappa pronta per addomesticarci. Una lobotomia digitale su un piatto d’argento. Loro creano il problema, loro vendono la “soluzione”. Siamo noi il loro miglior lead magnet.