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La giornalista Julia Angwin trascina in tribunale la società madre di Grammarly per aver usato l’IA per imitare il suo stile di scrittura e quello di altri esperti, senza consenso, per un servizio a pagamento
La giornalista Julia Angwin ha avviato una class action contro Grammarly per aver sfruttato il suo nome e quello di altri autori in una funzione AI a pagamento, senza alcun consenso. L'azienda ha ritirato lo strumento, ma la causa legale procede, sollevando cruciali questioni etiche e legali sull'uso dell'intelligenza artificiale per l'impersonificazione a scopo di lucro.
L’intelligenza artificiale ti ruba l’identità? Il caso Grammarly
Ti sei mai chiesto cosa succederebbe se un’azienda usasse il tuo nome e la tua reputazione per vendere un prodotto, senza neanche avvisarti?
È esattamente quello che sostiene di aver subito la giornalista investigativa Julia Angwin, che ha dato il via a una class action contro Superhuman, la società madre di Grammarly.
Il motivo del contendere è una funzionalità, chiamata “Expert Review”, che permetteva agli utenti di ricevere feedback sui propri testi generati da un’IA che imitava lo stile di centinaia di scrittori, giornalisti ed esperti famosi. Tra questi, nomi come Stephen King, il compianto Carl Sagan e, a sua insaputa, la stessa Angwin.
La cosa pazzesca è che questa funzione, offerta agli abbonati premium per 144 dollari l’anno, è stata lanciata senza chiedere il permesso a nessuno degli esperti “digitalmente clonati”. Un’appropriazione bella e buona di decenni di lavoro e di reputazioni costruite con fatica, venduta come un servizio innovativo.
Ma la vera domanda è: com’è possibile che un’azienda come Grammarly abbia pensato di poterla fare franca?
Una toppa peggiore del buco
Appena la notizia della causa è diventata pubblica, la reazione di Grammarly è stata fulminea: la funzione “Expert Review” è stata disattivata.
Il CEO di Superhuman, Shishir Mehrotra, si è affrettato a pubblicare delle scuse su LinkedIn, ma allo stesso tempo ha continuato a difendere l’idea di fondo, con frasi che suonano quasi come una presa in giro: “Pensa al tuo professore che affina il tuo saggio, o a un critico che mette in discussione le tue argomentazioni”.
Una difesa che non ha convinto nessuno, men che meno le vittime.
La reazione più diretta è stata forse quella della giornalista tecnologica Kara Swisher, che, informata dell’accaduto, ha mandato un messaggio senza mezzi termini: “Voi rapaci ladri di informazioni e identità, preparatevi a scatenare la mia furia. E inoltre, fate schifo”.
A rendere la faccenda ancora più assurda è il fatto che, a detta di chi l’ha provata, la funzione non era nemmeno così brillante. Casey Newton di Platformer ha testato lo strumento su un suo stesso articolo, ricevendo un feedback così generico dall’IA “Kara Swisher” da mettere in dubbio l’utilità stessa del servizio.
Insomma, non solo un furto d’identità, ma un furto fatto anche male.
Il dietrofront dell’azienda, però, non basta a spegnere l’incendio.
Anzi, la battaglia legale è appena iniziata e si basa su principi legali molto solidi.
Quando la legge mette un freno alla tecnologia
La causa legale si appella alle leggi sul diritto alla pubblicità di New York e della California, che da oltre un secolo vietano alle aziende di usare il nome di una persona per scopi commerciali senza il suo consenso esplicito.
Come sottolineato dallo studio legale che rappresenta la Angwin, PRF-Law.com, la legge non prevede eccezioni per le aziende tecnologiche o per l’intelligenza artificiale.
Non importa se l’imitazione è digitale; l’uso non autorizzato del nome per un profitto rimane illegale.
La class action chiede non solo un risarcimento per lo sfruttamento commerciale non autorizzato, ma anche di impedire che pratiche simili possano ripetersi in futuro.
La vicenda di Grammarly, quindi, non è solo una causa legale, ma un campanello d’allarme. È uno dei primi scontri diretti sull’impersonificazione via IA di persone viventi a scopo di lucro e solleva una domanda che non possiamo più ignorare.
Fino a che punto permetteremo alle aziende tecnologiche di spingersi in nome dell’innovazione, prima di renderci conto che il prezzo da pagare è la nostra stessa identità?

Un’eco non ha voce, un’ombra non ha corpo. La tecnologia produce solo spettri digitali, copie sbiadite dell’originale. Stiamo barattando l’unicità umana per una manciata di algoritmi. È questo il progresso che stavamo cercando?
Parlare di mercato mi pare riduttivo, è una prospettiva senza anima. Stanno prendendo il distillato unico di una persona, quella roba che ci rende noi stessi, e la trasformano in un prodotto. Il problema è che svuotano l’originale per creare la copia.
Andrea, la tua anima è solo un pattern di dati replicabile. Il dramma non è la copia che svuota l’originale, ma il concorrente a costo zero che svaluta il tuo lavoro. È un problema di mercato, non di filosofia.
Elisa, riduci il problema al mercato, ma un’eco non ha la voce che la genera. Se la nostra impronta diventa solo un prodotto, allora cosa resta di originale in noi?
Lei si lamenta, altri ci fanno i soldi. Il mercato non aspetta nessuno.
Enrico Romano, visione comoda quella del mercato. Mentre i pragmatici monetizzano, qualcuno definisce i confini legali. Altrimenti l’unica cosa che resta da vendere è la propria irrilevanza. Che prospettiva.
La questione non è il furto. È che il nostro stile è già loro.
Eva Fontana, il punto è che ci stanno convincendo che non ci appartiene più nulla, nemmeno il timbro della nostra voce scritta. Quando smetteremo di essere noi stessi per diventare un loro eco?
L’ingenuità di credere che il proprio stile sia un tesoro sacro è disarmante. Le aziende vedono solo dati da replicare per profitto. Mi chiedo se la giornalista abbia calcolato il ROI della sua class action.
Brutta storia per lei, ovvio. Ma la tecnologia non chiede permesso, agisce. Se non ti tuteli, ti passano sopra. Quanti altri verranno clonati così, senza nemmeno un avviso?