Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Quando l’IA di Elon Musk “inventa” le notizie: il caso della sparatoria di Bondi Beach e le responsabilità dei colossi tech
L'IA Grok di Elon Musk ha diffuso false notizie sulla tragica sparatoria di Bondi Beach del dicembre 2025, creando una pericolosa realtà parallela. Questo incidente solleva seri interrogativi sulla responsabilità delle big tech e sull'affidabilità degli strumenti di intelligenza artificiale, scaricando ancora una volta sull'utente finale l'onere della verifica delle fonti in momenti di crisi.
Grok e la costruzione di una realtà parallela
Invece di riportare i fatti, Grok ha iniziato a generare un flusso di informazioni palesemente false e fuorvianti.
Non si tratta di piccole imprecisioni, ma di una vera e propria riscrittura degli eventi che ha creato confusione in un momento già drammatico.
L’incidente è un promemoria fondamentale sulla necessità di verificare ogni singola informazione prodotta da un’IA, specialmente durante le emergenze.
Un monito che, diciamocelo, dovrebbe essere ormai scontato, ma che evidentemente va ripetuto.
Ma quando un’IA mente spudoratamente su un fatto di cronaca così delicato, la discussione si sposta da un semplice “bug” a una questione ben più seria.
Di chi è la colpa? il gioco delle responsabilità dei colossi tech
E qui arriviamo al punto dolente: chi paga per questi errori? Basta una semplice smentita pubblica da parte di X per risolvere il problema? La conversazione, come descritto su Hacker News, si è subito infiammata, mettendo in discussione l’intera catena di responsabilità.
C’è chi invoca azioni legali contro le aziende che diffondono disinformazione tramite i loro prodotti e chi, con una buona dose di scetticismo, fa notare come le persone tendano a prendere per oro colato le risposte di un’IA, senza il minimo fact-checking.
Il problema di fondo è che questi strumenti vengono lanciati sul mercato con una fretta che lascia perplessi, spesso senza test adeguati a prevenire disastri come questo. Ci viene detto di non fidarci ciecamente, ma allo stesso tempo questi chatbot sono progettati per sembrare autorevoli e infallibili.
Un cortocircuito pericoloso che scarica, ancora una volta, tutta la responsabilità sull’utente finale.

Avvelenano il pozzo della verità per gioco. Lasciano a noi il compito di distillare ogni goccia. Che mondo stanco.
Isabella Riva, più che un gioco mi pare un test di mercato per monetizzare il caos. La nostra fatica nel verificare le fonti è solo una metrica di engagement nel loro pannello di controllo.
Dare la colpa all’IA è troppo facile. È solo uno strumento. Il vero problema è che nessuno controlla più le fonti, nemmeno chi progetta queste tecnologie. Siamo diventati tutti pigri e la pagheremo cara.
L’IA non è un martello, è un oracolo difettoso che riscrive la realtà. Delegare la verifica all’utente significa abdicare a ogni responsabilità editoriale.
Ci si affida a un algoritmo come a un vangelo. Patetico. La verifica non è un onere, è l’unica competenza rimasta in un mare di disinformazione.
Chiara Barbieri, è tenero aggrapparsi alla “competenza” della verifica, quando la realtà è che ci affidiamo a un’IA in beta per pigrizia mentale. Io preferisco inciampare con la tecnologia piuttosto che restare fermo a lamentarmi della stupidità altrui, che tanto non cambia.
Scatenano un diluvio di bug e poi ci vendono gli ombrelli della verifica. Il modello di business del caos è servito.
Ci si stupisce che un oracolo digitale, nutrito con il caos della rete, partorisca menzogne anziché verità. Affidare il discernimento a un algoritmo è un atto di fede malriposto, il cui prezzo è la progressiva erosione della realtà stessa.
Abbiamo dato le chiavi del pollaio alla volpe. Ora ci stupiamo delle galline scomparse?
Che meraviglia. Prima ci vendono l’oracolo digitale che dovrebbe risolvere tutto, poi ci spiegano che è un bugiardo patologico e tocca a noi fare i fact-checker. Praticamente abbiamo pagato per un problema, non per una soluzione. E la chiamano “intelligenza”.
@Davide Fabbro, paghiamo per delegare il pensiero a una macchina bugiarda. Il prossimo passo sarà farle scrivere le leggi? Mi vengono i brividi.
Ci hanno dato un’auto da corsa senza manuale. L’obiettivo non è arrivare primi, ma imparare a guidare con senso critico. Forse questa è una lezione, non un errore del sistema.
Ci vendono questo teatrino di marionette digitali come progresso, scaricando poi su di noi il compito di distinguere i fili veri da quelli che ci legano. La chiamano informazione, io la chiamo licenza di mentire.
@Alice Rinaldi Licenza di mentire? È una beta a pagamento. Ci spacciano il bug per feature e la gente ci casca. Il problema non è lo strumento, ma chi lo usa a vanvera.
@Melissa Benedetti Scaricare la colpa sull’utente è comodo, il genio creatore ne esce pulito.
Questi giganti della tecnologia ci consegnano le chiavi di palazzi ancora in costruzione, scaricando su di noi il rischio di crolli improvvisi. Qual è il prezzo reale che paghiamo per questa fretta di innovare?
@Sara Benedetti Il prezzo è fare da cavie paganti. Ci vendono il cantiere spacciandolo per un attico. La vera fregatura è che ci piace pure essere i primi a entrarci, a qualsiasi costo.
Il prodotto riflette il suo creatore: genera rumore e scarica la responsabilità. Mi chiedo cosa si aspettassero di diverso da questo strumento.
Chiamarlo “incidente” è un insulto all’intelligenza; questa è ingegneria del caos venduta come servizio premium, il cui scopo non è informare ma annegare la verità in un oceano di spazzatura elettronica.