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Un guasto ai filtri anti-spam ha inondato le caselle di posta di milioni di utenti, compromettendo anche la ricezione di messaggi importanti come codici di autenticazione e notifiche bancarie.
Un grave guasto ai filtri di Gmail ha gettato nel caos miliardi di utenti, invadendo le caselle di posta con spam e bloccando comunicazioni essenziali. La risposta tardiva e parziale di Google solleva seri interrogativi sulla nostra eccessiva dipendenza da algoritmi invisibili e fallibili, esponendo la fragilità di un sistema che davamo per scontato per la nostra sicurezza digitale.
Gmail in tilt: quando l’algoritmo va in vacanza e ti lascia da solo con lo spam
Se lo scorso weekend ti sei ritrovato con la casella Gmail che sembrava un campo di battaglia, con la posta invasa da offerte e newsletter che di solito non vedi neanche col binocolo, sappi che non sei stato l’unico. Un guasto critico ai filtri di Google ha messo in ginocchio le caselle di posta di 1,8 miliardi di persone, me e te compresi. Il problema, però, non è stata solo la confusione, ma la fragilità di un sistema che diamo per scontato.
E la vera grana è un’altra.
Cosa è successo davvero alla tua casella di posta?
Intorno alle 5 del mattino di sabato 24 gennaio 2026, i filtri automatici di Gmail, quelli che con grande diligenza smistano promozioni e notifiche social tenendo pulita la tua posta in arrivo, hanno deciso di prendersi una vacanza non programmata. Insieme a loro, anche il sistema anti-spam ha smesso di funzionare come doveva. Il risultato? Un’inondazione di email promozionali, spazzatura e contenuti di marketing direttamente nella tua scheda Principale, quella dove aspetti le comunicazioni importanti.
Molti utenti si sono lamentati sui social, descrivendo le loro caselle di posta come “completamente distrutte”, come riportato su Ground News. Ma il vero danno non è stato solo il fastidio: anche messaggi critici come codici di autenticazione a due fattori, notifiche bancarie e link per il reset della password sono finiti nel caos, bloccando di fatto le normali operazioni di sicurezza di migliaia di persone.
E mentre il panico si diffondeva, Google cosa faceva?
La risposta di Google: tutto risolto, ma non proprio
Sabato, attraverso il suo Workspace Status Dashboard, Google ha finalmente ammesso il problema, parlando di “errata classificazione delle email” e “ritardi nella ricezione”. Con un comunicato diffuso in serata, l’azienda ha poi dichiarato che il problema era stato “completamente risolto per tutti gli utenti”.
Una bella notizia, se non fosse per un piccolo, insignificante dettaglio lasciato nelle note a margine. Google stessa ha specificato che gli “avvisi di spam erroneamente classificati potrebbero persistere per i messaggi esistenti”.
In pratica: il sistema ora funziona, ma le email che hai ricevuto durante il tilt potrebbero continuare a mostrarti avvisi di sicurezza inquietanti, anche se sono perfettamente legittime. Diciamocelo, una soluzione che lascia un po’ l’amaro in bocca e non ispira esattamente la massima fiducia.
Ma la vera domanda che dovremmo farci va oltre il singolo disservizio e tocca le fondamenta del nostro modo di lavorare.
L’illusione del controllo: quanto dipendiamo da un solo algoritmo?
Questo incidente ci sbatte in faccia una verità scomoda: abbiamo delegato una parte enorme della nostra comunicazione e della nostra sicurezza a un sistema automatizzato, un’infrastruttura invisibile che lavora per noi in silenzio, fino a quando non si rompe.
Dal 2013, anno in cui Gmail ha introdotto le schede, ci siamo abituati a questa comodità, dimenticandoci che dietro c’è un algoritmo di cui non conosciamo le regole e che, a quanto pare, non è infallibile.
Quando questo meccanismo si inceppa, non si tratta solo di qualche email di spam di troppo; si tratta di processi di business interrotti e di sicurezza messa a rischio.
Google ha promesso che pubblicherà un’analisi dettagliata dell’accaduto, ma, come al solito, senza fissare una data.
Sarà sufficiente a ricostruire un rapporto di fiducia che, per qualche ora, ha mostrato crepe profonde?

Il dramma non è lo spam, è l’inefficienza. Se un tool non performa va sostituito senza tanti piagnistei, come si fa con le persone.
Un guasto e scoppia il dramma. Abbiamo costruito le nostre vite su castelli di sabbia. L’alta marea era solo questione di tempo.
Il panico per due mail di spam dimostra quanto la gente non capisca una sega di come funziona la baracca, delegando la propria sicurezza a un servizio che, essendo gratuito, non ti deve manco una spiegazione. Si chiama rischio d’impresa digitale.
@Filippo Villa Il punto non è il servizio gratuito, ma la gratuità mentale con cui si delega tutto. La gente si lamenta del disservizio che non paga, ignorando quanto costi la propria dipendenza. Quando impareremo a valutarci?
@Paola Caprioli Si sono già dati un prezzo: zero. Hanno barattato la loro autonomia per la comodità. Perché dovrebbero iniziare a valutarsi proprio adesso?
La sorpresa generale dimostra un’ingenuità quasi commovente. Affidare il proprio commercio a un servizio gratuito, per quanto colossale, equivale a costruire sulla sabbia. La questione non è mai stata *se* il sistema crolli, ma semplicemente *quando*.
@Luciano Gatti La vera notizia è lo stupore della gente. Affidano tutto al cloud, poi piangono se piove. Che logica c’è?
È un bel casino quando ti salta l’unico filtro che davi per buono. Perdere mail di lavoro è un botto di tempo buttato, e mi fa pensare a quanti processi diamo per scontati senza un piano B.
Io controllo lo spam ogni ora, non si sa mai. Voi no?
@Eva Fontana Certo che controllo. Non è paranoia, è business. Chi si fida ciecamente di un tool gratuito non ha capito niente. Il rischio è il tuo, non di Google.
Abbiamo affidato le chiavi della nostra quotidianità a guardiani invisibili, scoprendo con un certo terrore che anche loro dormono, e quando lo fanno, i nostri castelli digitali si rivelano fatti di sabbia.
Insegno a fidarsi di questi giganti, ma sono i primi a lasciarci a piedi. Siamo inquilini digitali con un preavviso di sfratto perenne. Che paradosso.
Gabriele Caruso, ci si lamenta dell’affitto o si compra casa? A me la scelta pare ovvia.
L’ennesima prova che siamo solo dati su server di altri. Tutto molto fragile.
Un guasto che erode la fiducia. Progettiamo esperienze basate su un’affidabilità presunta. Dobbiamo ripensare la resilienza dei servizi digitali che usiamo ogni giorno.
Abbiamo delegato il nostro discernimento a guardiani di silicio, e ora ci stupiamo del loro sonno improvviso? L’ingenuità è una colpa costosa.