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L’architettura dei contenuti lunghi è difettosa: l’intelligenza artificiale ignora la parte centrale dei tuoi articoli, favorendo chi è già visibile.
Secondo Duane Forrester, veterano di Bing e Microsoft, i modelli di IA hanno un 'buco nero': ignorano sistematicamente la parte centrale dei contenuti lunghi. Questa debolezza strutturale, dovuta alla compressione dei testi, penalizza gli approfondimenti e favorisce i brand noti, costringendo i creatori a ripensare la struttura dei loro articoli per sopravvivere all'interpretazione delle macchine.
C’è un “buco nero” nei contenuti lunghi che l’IA non riesce a vedere
Pensa a tutto il lavoro che metti nel cuore di un articolo: l’approfondimento, gli esempi, le sfumature che fanno la differenza.
E se ti dicessi che i sistemi di intelligenza artificiale, proprio quelli che dovrebbero analizzare e comprendere ogni parola, ignorano quasi completamente proprio quella parte?
Non è un’ipotesi, ma una realtà tecnica che sta venendo a galla.
Esiste una sorta di “zona a doppio rischio” nel mezzo dei contenuti lunghi, un punto in cui il testo diventa contemporaneamente più difficile da interpretare per un’IA e ha più probabilità di essere tagliato via dai processi di compressione.
“Il centro è dove il tuo contenuto muore, e non perché la tua scrittura peggiori a metà pagina”, ci spiega senza mezzi termini Duane Forrester, un veterano che ha passato decenni a costruire l’infrastruttura di ricerca per colossi come Microsoft, Bing e Yext (lo abbiamo intervistato qui, se ben ricordi).
La ragione, come riportato sul suo blog, è che “i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno una debolezza ripetibile con i contesti lunghi, e i moderni sistemi di intelligenza artificiale comprimono sempre più i contenuti lunghi prima ancora che il modello li legga”.
In pratica, i tuoi concetti chiave, se posizionati nel mezzo, rischiano di svanire nel nulla, lasciando solo un guscio vuoto del tuo messaggio originale.
Ma chi è Duane Forrester per lanciare un sasso così grande nello stagno dei giganti tecnologici?
E perché dovremmo dargli retta?
La scoperta di un veterano che ha costruito i motori di ricerca dall’interno
Ecco, il punto è proprio questo.
Forrester non è l’ultimo arrivato che pontifica dal suo salotto. È un uomo che ha passato oltre 25 anni “dentro la fabbrica”, plasmando il modo in cui i motori di ricerca funzionano.
È stato Product Manager per il Webmaster Program di Bing ed è una delle figure che ha contribuito a svilupparlo fin dal suo lancio. Ha persino co-scritto lo standard schema.org, cioè le fondamenta su cui poggiano i grafi di conoscenza che alimentano la ricerca moderna, come descritto nella sua biografia su contentandai.com.
Parliamo di qualcuno che conosce i meccanismi interni, le logiche e, a quanto pare, anche le debolezze strutturali di questi sistemi.
E qui sorge una domanda, diciamocelo: una debolezza così evidente nei sistemi di giganti come Microsoft (dove lui stesso ha lavorato) è una semplice svista tecnica o una caratteristica che, in qualche modo, fa comodo?
Quando un sistema tende a semplificare e a dare peso solo all’inizio e alla fine, favorisce i concetti semplici e i brand già noti, a discapito delle analisi approfondite e delle voci emergenti.
La sua esperienza, quindi, non è solo teoria.
E le conseguenze di questa “disattenzione” dell’IA sono tutt’altro che trascurabili, specialmente per chi, come te, crea contenuti per farsi trovare e per spiegare davvero come stanno le cose.
Riscrivere le regole del gioco: una nuova architettura per i contenuti
Il problema è che la maniera tradizionale di scrivere un articolo – introduzione soft, sviluppo ricco di sfumature nel mezzo e conclusioni finali – funziona benissimo per un lettore umano, ma lascia il tuo contenuto completamente vulnerabile all’interpretazione delle macchine.
I concetti nella parte centrale vengono travisati, le prove a supporto del tuo brand spariscono nel riassunto finale e le tue argomentazioni più raffinate si trasformano in una sintesi generica che perde tutta la sua forza.
Questo fenomeno, che alcuni strateghi dei contenuti chiamano il problema del “lost in the middle“, costringe a un cambio di passo.
La proposta che emerge da queste analisi è di ripensare l’architettura stessa dei contenuti lunghi.
Si parla di strutturare la parte centrale non più come un flusso unico, ma come una serie di “blocchi di risposte” autonomi, quasi dei mini-articoli all’interno del pezzo principale.
Viene suggerito di inserire un paragrafo che “ricarica” il contesto a metà articolo, ribadendo i punti principali, e di ripetere le affermazioni chiave sia all’inizio che alla fine, per assicurarsi che sopravvivano al processo di sintesi.
In fin dei conti, non stai più scrivendo solo per un lettore umano o per un singolo algoritmo.
Stai cercando di far passare il tuo messaggio attraverso un sistema a più strati: c’è un primo livello che recupera i frammenti, un secondo che li comprime e un terzo che genera la risposta finale.
E in questo meccanismo, ogni passaggio è un’opportunità per il tuo messaggio di perdersi.
Una situazione che, guarda caso, favorisce chi ha già una visibilità enorme, rendendo la vita ancora più difficile a chi cerca di emergere con la qualità.

Il futuro della scrittura è un panino senza farcitura. Solo pane e pane.
@Nicolò Sorrentino Il tuo panino senza farcitura diventa la nuova dieta per imprenditori digitali che scambiano la superficialità per efficienza. Dopotutto, perché scrivere un trattato quando basta un titolo e un prezzo?
Costruiamo cattedrali di testo per un visitatore che guarda solo la porta. Inutile.
Non è un bug, è una feature. Se l’IA salta il tuo contenuto centrale, significa che è fuffa inutile. È semplice selezione naturale per chi non sa essere sintetico.
@Melissa Benedetti Chiamarla selezione naturale è generoso. È più un recinto dove solo gli animali già noti vengono nutriti. A chi giova questa miopia?