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Un aumento della produttività che solleva interrogativi: stiamo producendo più codice, ma a quale costo per le competenze dei programmatori?
Le aziende tech come Anthropic esaltano l'aumento di produttività garantito dall'IA, ma i loro stessi studi rivelano un costo nascosto. Se da un lato gli sviluppatori producono più codice, dall'altro l'uso dell'IA per imparare nuove tecnologie ne riduce la comprensione profonda e le capacità di debugging, creando un paradosso tra efficienza immediata e competenza a lungo termine.
L’aumento di produttività che fa gola a tutti
Anthropic, uno dei colossi del settore, mette sul tavolo dati che, a prima vista, sembrano impressionanti. I loro report interni parlano chiaro: l’adozione del loro assistente AI, Claude, ha portato a un aumento del 50% della produttività autodichiarata dai dipendenti e a un balzo del 67% nel numero di pull request approvate al giorno per ingegnere come riportato in una loro ricerca interna.
In pratica, gli sviluppatori non lavorano più velocemente sullo stesso compito, ma sfornano più funzionalità, risolvono più bug e avviano più esperimenti. Un’accelerazione netta del volume di lavoro prodotto.
Ma produrre di più significa necessariamente produrre meglio?
E soprattutto, a quale costo umano e professionale stiamo ottenendo questa velocità?
Il prezzo nascosto: stiamo allevando programmatori meno competenti?
Ed è qui che la faccenda si complica, perché la stessa Anthropic, quasi in sordina, rivela un dato che dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme.
In un esperimento controllato, hanno chiesto a due gruppi di sviluppatori di imparare una nuova libreria Python. Un gruppo ha lavorato a mano, l’altro con l’assistenza dell’IA.
Il risultato?
Il gruppo che ha usato l’IA ha ottenuto un punteggio del 17% più basso nel test finale, come descritto in un altro dei loro studi. Una differenza che equivale quasi a due voti in meno in una scala scolastica.
La lacuna più evidente è emersa proprio nelle domande di debugging, quelle che richiedono di capire perché un pezzo di codice non funziona, costringendo a un ragionamento critico.
Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso: strumenti che ci rendono più produttivi nell’immediato potrebbero erodere le competenze fondamentali nel lungo periodo.
E allora, che si fa?
Un’arma a doppio taglio: quando l’IA aiuta e quando invece danneggia
La risposta non è demonizzare la tecnologia, ma capire che non è una soluzione universale.
La ricerca stessa chiarisce un punto fondamentale: l’intelligenza artificiale accelera il lavoro su compiti che sfruttano competenze già consolidate, ma diventa un ostacolo quando si tratta di imparare qualcosa di completamente nuovo.
Questo significa che affidarsi ciecamente all’IA per scrivere codice in un linguaggio che non si padroneggia o per risolvere un problema che non si comprende a fondo è una pessima idea. Si finisce per copiare e incollare soluzioni senza capire la logica sottostante, diventando dipendenti da uno strumento che inibisce la crescita professionale.
La questione, quindi, non è “IA sì o IA no”, ma come integrarla in modo intelligente, senza delegare il pensiero critico che fa di un programmatore un bravo programmatore.
In fondo, la tecnologia dovrebbe essere un potenziatore, non un sostituto del cervello.

Si costruiscono castelli di codice su fondamenta di sabbia, poi ci si lamenta del crollo.
Carlo, il problema non è il crollo, è che le aziende lo mettono a budget come “manutenzione straordinaria”. Stiamo allevando un’intera generazione di architetti dell’effimero.
Antonio Romano, la “manutenzione” è il loro vero prodotto. Prima creano il caos con codice mediocre, poi ti vendono l’ordine a peso d’oro. Il debito tecnico è diventato una lucrosa fonte di ricavo.
Il navigatore ci porta a destinazione, ma non insegna la strada. Poi ci si perde.
Più produttività, meno competenza. Diventiamo supervisori di codice alieno. Chi debugga il debugger quando si rompe? Un bellissimo incubo hi-tech.