La proposta indiana di tassare i dati usati per addestrare le IA potrebbe riscrivere le regole del gioco, aprendo un dibattito globale sul valore dei dati e sulla sovranità digitale
Sembrava che il 2025 dovesse chiudersi con la solita retorica trionfalista della Silicon Valley: modelli più grandi, più veloci, più “umani”. E invece, mentre a San Francisco si brindava all’ennesima valutazione miliardaria basata sull’aspirazione universale di dati altrui, dall’India è arrivata una doccia fredda che ha il sapore amaro della realtà.
Il governo di Nuova Delhi ha deciso che la festa è finita, o meglio, che è arrivato il momento di pagare il coperto.
Per anni, aziende come OpenAI, Google e Meta hanno operato seguendo un principio non scritto ma ferreamente applicato: “muoversi velocemente e scrapare tutto”. Il web è stato trattato come una miniera a cielo aperto, dove chiunque avesse un crawler abbastanza potente poteva estrarre la materia prima — testi, immagini, codici, le nostre vite digitali — senza chiedere permesso e, soprattutto, senza tirare fuori un centesimo.
La narrazione era perfetta: lo facevano per il “progresso”, per l’innovazione, per democratizzare l’intelligenza.
Ora, però, qualcuno ha presentato il conto.
Non è un caso isolato o una scaramuccia legale di poco conto. Un gruppo di esperti governativi indiani ha proposto un regime di royalties che prende di mira le pratiche sui dati di OpenAI e Google, suggerendo che queste aziende debbano condividere una parte dei loro ricavi con i creatori di contenuti indiani il cui lavoro è stato ingurgitato per addestrare i sistemi di IA.
E qui casca l’asino, o meglio, crolla il castello di carte su cui si regge l’intera economia dell’IA generativa. Se il dato non è più una “risorsa naturale” liberamente appropriabile ma un asset con un cartellino del prezzo, i margini di profitto di queste aziende rischiano di evaporare prima ancora di materializzarsi.
Ma attenzione a non cadere nella trappola di vedere questa mossa come una semplice difesa del diritto d’autore. C’è molto di più in gioco, e puzza di geopolitica dei dati lontano un miglio.
Il conto salato del “petrolio” digitale
L’argomentazione indiana è di una semplicità disarmante e, proprio per questo, letale per le Big Tech: se i vostri modelli valgono miliardi perché sono stati addestrati sui nostri dati, allora ci spetta una fetta della torta.
Non è beneficenza, è business.
Rajeev Chandrasekhar, Ministro di Stato per l’Elettronica e l’Information Technology, non ha usato mezzi termini per descrivere la logica dietro questa proposta, smontando la retorica dell’innovazione a costo zero.
Questa proposta riguarda l’equità e la responsabilità: se i vostri dati contribuiscono a costruire modelli di IA da miliardi di dollari, meritate una quota del valore creato.
— Rajeev Chandrasekhar, Ministro di Stato per l’Elettronica e l’IT, Governo dell’India
È interessante notare come il linguaggio sia cambiato. Non si parla più solo di “protezione” o “privacy” in senso difensivo, ma di “valore” e “quote”. È un approccio aggressivo che trasforma i cittadini e i creatori da vittime passive della sorveglianza capitalista a stakeholder involontari.
Tuttavia, c’è un’ironia di fondo che non dovrebbe sfuggire a chi si occupa di privacy. Monetizzare i dati personali o creativi non significa necessariamente proteggerli.
Anzi, si potrebbe argomentare che un sistema di royalties legittimi l’esproprio. Se ti pago, posso usare la tua faccia, la tua voce o i tuoi scritti? È il vecchio dilemma della mercificazione della privacy: una volta che metti un prezzo al consenso, hai trasformato un diritto fondamentale in una transazione commerciale.
La reazione delle Big Tech è stata prevedibilmente nervosa. Hanno passato l’ultimo decennio a convincere il mondo che il fair use (l’uso legittimo) coprisse qualsiasi cosa, inclusa la digestione dell’intero scibile umano per creare chatbot a pagamento.
Ora, Alphabet e OpenAI si trovano di fronte a un ostacolo normativo che potrebbe costringere a rivedere i loro modelli di business, e la prospettiva di dover negoziare accordi di licenza in ogni singola giurisdizione è il loro incubo peggiore.
Immaginate di dover tracciare ogni singolo token generato da GPT-5 per capire a quale oscuro blog di Mumbai o a quale giornalista di Delhi si debba una micro-frazione di centesimo. La complessità tecnica è immensa, ma forse è proprio questo il punto: rendere l’estrazione indiscriminata così costosa e complicata da forzare una trasparenza che finora è mancata del tutto.
Eppure, mentre le aziende tremano, dovremmo chiederci: chi incasserà davvero questi assegni?
Privacy come scusa, sovranità come fine
La mossa indiana non nasce nel vuoto. Arriva sulla scia del Digital Personal Data Protection Act e di una spinta sempre più forte verso la “sovranità dei dati”. L’India, come l’Europa con il GDPR e l’AI Act, ha capito che nel XXI secolo chi controlla i dati controlla l’economia.
Ma a differenza dell’Europa, che spesso si perde in labirinti burocratici e sanzioni che le Big Tech pagano come fossero mance al ristorante, l’India sta puntando direttamente al portafoglio strutturale.
Rama Devi, a capo del gruppo di lavoro sull’IA, ha cercato di rassicurare sul fatto che non si tratta di luddismo di stato, ma di pura e semplice auditabilità.
Il panel non sta cercando di fermare l’IA; sta cercando di assicurarsi che le pratiche sui dati di aziende come OpenAI e Google siano trasparenti, verificabili e allineate con la legge indiana.
— Rama Devi, Presidente, Gruppo di Lavoro sull’IA
“Verificabili”. È questa la parola chiave che dovrebbe far venire i brividi a Sam Altman e Sundar Pichai. Perché per verificare se devi una royalty, devi aprire la “scatola nera”.
Devi dire esattamente su cosa hai addestrato il modello.
E questo è il segreto industriale meglio custodito della Silicon Valley. Se Google dovesse ammettere ufficialmente di aver addestrato Gemini su dati protetti da copyright o su dati personali sensibili senza una base legale solida, si aprirebbe una voragine di class action globali che farebbe sembrare le multe dell’antitrust europeo una passeggiata di salute.
C’è poi un aspetto ancora più insidioso per la privacy degli utenti. Per gestire un sistema di royalties, bisogna identificare i creatori. Bisogna collegare i dati all’identità. Paradossalmente, per proteggere i diritti economici, potremmo dover costruire un’infrastruttura di sorveglianza e tracciamento ancora più pervasiva.
Vogliamo davvero un registro centrale dove ogni nostra interazione online è catalogata per vedere se ci spetta un bonifico di 0,001 rupie da Microsoft?
È il rischio di trasformare il web in un gigantesco tornello, dove l’anonimato è sacrificato sull’altare della compensazione economica.
Inoltre, sorge il dubbio che questa “sovranità” serva più allo Stato per accentrare potere negoziale che al singolo cittadino. È facile immaginare accordi collettivi dove i soldi finiscono in fondi gestiti dal governo o grandi associazioni di categoria, mentre il singolo utente, i cui dati personali sono stati usati per affinare la capacità di un’IA di manipolare le elezioni o vendere pubblicità, rimane a bocca asciutta.
Ma se l’India riesce a imporre questo modello, l’effetto contagio sarà inevitabile.
L’effetto domino e il panico in Silicon Valley
L’India non è un piccolo mercato europeo che si può minacciare di abbandonare (come ha provato a fare Meta con le news in Canada o Threads in UE). L’India è il mercato del futuro, la più grande democrazia del mondo e una delle principali fonti di dati non strutturati in lingua inglese (e non solo).
Se l’India stabilisce che i dati sono un asset a pagamento, il “Global South” — che finora è stato sfruttato come un serbatoio di manodopera digitale a basso costo per l’etichettatura dei dati e come miniera di informazioni — potrebbe seguire a ruota.
Le Nazioni Unite avvertono che l’impatto dell’IA potrebbe aggravare il divario tra paesi ricchi e poveri senza una equa condivisione del valore, e la proposta indiana sembra essere la risposta pratica a questo allarme.
Stiamo assistendo a una ribellione contro il colonialismo digitale.
Fino a ieri, l’IA era venduta come la marea che solleva tutte le barche; oggi appare sempre più come uno yacht di lusso costruito con il legname rubato alle canoe degli altri.
Sundar Pichai, CEO di Alphabet, ha risposto con la tipica diplomazia aziendale che si usa quando si sa di essere con le spalle al muro:
Stiamo studiando attentamente le raccomandazioni del panel e rimaniamo impegnati a collaborare con il governo indiano su un quadro normativo che incoraggi l’innovazione rispettando al contempo i diritti di creatori ed editori.
— Sundar Pichai, CEO, Alphabet Inc. e Google LLC
Traduzione: “Cercheremo di annacquare questa proposta in ogni modo possibile, parlando di ‘innovazione’ come se fosse un ostaggio che il governo sta minacciando di giustiziare”.
La strategia delle Big Tech sarà probabilmente quella di spingere per accordi forfettari o licenze collettive che favoriscano i grandi editori (con cui è facile trattare) tagliando fuori la coda lunga dei singoli creatori e dei cittadini comuni.
Il rischio reale, però, è che questa complessità normativa diventi un fossato insormontabile per chiunque non sia Google o OpenAI. Solo i giganti hanno le risorse legali ed economiche per gestire sistemi di royalties transnazionali. Ironia della sorte, una legge pensata per punire le Big Tech potrebbe finire per consolidare il loro monopolio, rendendo impossibile per una startup indiana o europea addestrare un modello competitivo senza finire in bancarotta per i costi di licenza preventiva.
Siamo di fronte a un bivio fondamentale. Da una parte, il modello del “pascolo abusivo” su cui si è costruita l’IA generativa sembra avere i giorni contati. Dall’altra, la soluzione proposta rischia di trasformare Internet in un centro commerciale recintato, dove ogni byte ha un proprietario e un prezzo, e dove la privacy diventa un lusso per chi può permettersi di non vendere i propri dati.
La domanda che resta sospesa non è se le Big Tech pagheranno — troveranno il modo di scaricare i costi sugli utenti finali, statene certi — ma se questo meccanismo restituirà davvero potere alle persone o se si limiterà a spostare la ricchezza dai bilanci della Silicon Valley alle casse di qualche altro intermediario, lasciando noi, i veri produttori di dati, esattamente dove eravamo: prodotti in vetrina, ora solo con un cartellino del prezzo appeso al collo.

Prima prendevano tutto senza pagare, adesso devono fare i conti; che carini.
Il web era una miniera aperta. Ora bisogna pagare un biglietto per entrare?
Hanno solo messo un prezzo al saccheggio, chiamandolo “royalty”. È un capolavoro di contabilità creativa che sposta denaro dalle tasche delle Big Tech a quelle di uno stato. Noi rimaniamo il prodotto, solo con un’etichetta diversa.
Hanno costruito grattacieli usando i nostri mattoncini colorati e ora ci lamentiamo se chi possiede la cava chiede una royalty? La domanda è se qualche briciola arriverà a noi costruttori o se ingrasserà solo i soliti portafogli, come al solito.
@Roberta De Rosa Più che le briciole, temo l’inventario. Ogni mattone è ora tracciato.
@Roberta De Rosa Aspettarsi le briciole è tenero. È solo una nuova tassa che pagheremo noi con servizi peggiori o più costosi. Due padroni che litigano per il nostro guinzaglio. Quale stringerà di meno?
@Luciano Fiore Il punto non è chi stringe meno, la sostanza non cambia. Sempre di guinzaglio si parla. La discussione è sterile se si limita a scegliere il padrone meno fastidioso. Io mi chiedo quando potremo semplicemente liberarcene e camminare da soli.
Un buffet aggratis per anni. Era logico che prima o poi si pagasse.
@Melissa Benedetti Il conto è una distrazione. Ci hanno messo sotto una lente, studiando la nostra anima. Chi controlla ora il nostro riflesso?
Melissa Benedetti, ora si scopre che il buffet non era compreso nel biglietto d’ingresso.
L’illusione di un banchetto infinito basato su risorse apparentemente gratuite si scontra con la vecchia regola che chi controlla la materia prima, prima o poi, presenta il conto. Una lezione di business basilare che a San Francisco sembrano aver saltato, troppo impegnati a cambiare il mondo.
Daniele Palmieri, hanno scambiato il web per il loro frigo personale, senza pensare alla spesa.
Silvia Graziani, non è la spesa il problema: erano convinti che il supermercato fosse loro. Adesso qualcuno gli ha presentato lo scontrino alla cassa. Pagheranno o faranno finta di niente come al solito?
Daniele Palmieri, non è una lezione saltata, ma il prevedibile epilogo dell’arroganza imprenditoriale.
Luciano Gatti, la loro non è arroganza, è il modello di business. Il saccheggio è sempre stato la regola, non l’eccezione. Ora semplicemente qualcuno ha deciso di presentare il conto per il disturbo arrecato.
Hanno creato il prodotto, ora qualcuno presenta il conto delle materie prime. Logico.
Giovanni Graziani, logico sulla carta, come i business plan che vedo ogni giorno. Più che il conto delle materie prime, mi pare il pitch per un nuovo modello di revenue burocratico. Un SaaS statale basato sui dati di altri. Geniale.
Giovanni, logico. Tanto i nostri dati sono già andati. Ora se li litigano loro.
Finita la pacchia del buffet gratis. I big tech scoprono il concetto di materia prima a pagamento. Non è sovranità digitale, è il mercato che presenta il conto.
Chiamarla “sovranità” è un delizioso eufemismo per un pedaggio statale su una risorsa che abbiamo ceduto gratuitamente. I giganti del tech si lamenteranno, pagheranno, e poi ci presenteranno il conto con gli interessi. Il progresso ha sempre una clausola scritta in piccolo.
Un gigantesco racket mascherato da sovranità; alla fine della fiera pagheremo sempre noi.
@Filippo Villa Più che un racket, è la fine della corsa all’oro. Il territorio ora ha uno sceriffo che pretende la sua parte. Il costo del biglietto aumenterà, ovvio. Ma almeno adesso il gioco si fa con le regole scoperte.
Hanno trattato il web come un buffet gratuito. Ora l’India presenta il conto. Ma noi, i sudditi digitali, riceveremo mai qualcosa in cambio?
@Gabriele Caruso La sua è la domanda centrale. Abbiamo donato le nostre storie. Ora sono solo dati, senza volto né memoria.